Chi finanzia l’Isis dall’Italia?

di Redazione | 19/11/2015

Mentre a Parigi e Saint Denis continuano le azioni di polizia dopo gli attacchi terroristici dello scorso 13 novembre, in tutta Europa si fanno i conti con i foreign fighters, i combattenti della jihad che vanno in Siria e in Iraq ad addestrarsi; e chi finanzia, dall’Italia questo mondo? Quante sono le “rimesse”, certo di diversa specie, che dal nostro paese partono andando a rimpolpare le casse del terrorismo internazionale? Bankitalia ha un sistema di controlli piuttosto esteso e ben funzionante, del quale è stata pubblicata ieri una relazione.

Sono poche le donazioni al terrorismo internazionale che partono dal nostro paese.

 Nel 2014 erano soltanto 96, a ottobre del 2015 superavano già i 200 casi. Sono le segnalazioni delle operazioni sospette (sos) dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) di Bankitlia in materia di finanziamento al terrorismo internazionale. La maggior parte arrivano a Palazzo Koch da intermediari bancari e finanziari. Pochissime, invece (solo il 13%) dai Money transfer, circuito, alternativo alle banche che permette l’invio di denaro in qualsiasi parte del mondo anche attraverso strutture ”informali” o clandestino e attraverso le quali avviene il maggior numero di transazioni, da e verso l’estero, da parte di immigrati residenti in Italia.

Ci sono sostanzialmente tre categorie di donazioni sospette: quelle da soggetti attenzionati dall’antiterrorismo, quelle – molto più scivolose e comuni – che provengono da vere o false associazioni caritatevoli o onlus islamiche, e il grande calderone in cui convergono tutte le altre.

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Le segnalazioni di finanziamento del terrorismo – si legge nella relazione di Bankitalia – possono essere principalmente ricondotte a tre tipologie, che traggono origine dagli appositi ”indicatori di anomalia”. La prima tipologia di segnalazioni, che copre oltre un terzo del totale, riguarda le sos originate da operazioni, ovvero da tentativi di esecuzione di operazioni o di apertura di rapporti da parte di nominativi designati in liste pubbliche del terrorismo internazionale. La segnalazione in questi deriva generalmente da controlli automatici attivati dagli intermediari in fase di esecuzione di operazioni o di accensione di rapporti finanziari da parte di potenziali clienti, ovvero dai monitoraggi periodici sui clienti e sulle loro controparti finanziarie. In presenza di riscontri anagrafici positivi, i soggetti obbligati inviano una segnalazione anche ove si tratti di movimentazioni finanziarie scarsamente rilevanti o comunque giustificabili. Sono frequenti i casi di apparenti omonimie». La seconda tipologia (poco meno del 10%) concerne «le segnalazioni scaturite da anomalie finanziarie rilevate su rapporti intestati a organizzazioni senza scopo di lucro, di matrice religiosa e/o caritatevole (centri culturali islamici, associazioni, fondazioni, onlus). Le fattispecie più diffuse riguardano versamenti di contante, valutati come anomali per importi e/o frequenza, ma rilevano anche operazioni con l’estero (bonifici in entrata o in uscita da/verso paesi a rischio), non coerenti con la movimentazione ordinaria dei rapporti o con lo scopo dichiarato dell’associazione. La terza tipologia ricomprende tutte le altre segnalazioni, originate da anomalie finanziarie di vario gener,e associate a fattori di rischio specifici, generalmente riconducibili alla presenza di un paese a rischio di terrorismo quale luogo di origine della clientela e/o delle relative controparti.

E percorrendo a ritroso il cammino dei denari che finiscono alla Jihad, si può disegnare una sorta di mappa dei simpatizzanti in Italia.

La percentuale più alta di segnalazioni, che l’Uif ha trasmesso al Nucleo di polizia valutaria della Finanza e che, in base alla nuova legge contro il terrorismo internazionale viene poi inviata alla Direzione nazionale antimafia, avviene nel nord Italia (52 per cento). Le regioni in cima alla classifica sono la Lombardia, con il 21,38% di sos, e il Lazio, che ne conta il 15,9%. Le città più ”segnalate” sono Roma e Milano, dove si contano l’11,15% di operazioni sospette. Lombardia, Lazio e di seguito Emilia Romagnma (10,06), Toscana (9,43) Veneto (6,42) è questa la classifica delle regioni dove avviene la maggior parte delle operazioni sos. Mentre dopo Roma e Milano, è Torino, la seconda nella classifica delle città, con il 6,42 delle operazioni segnalate dall’Uif, seguono Bologna (5,41%), Brescia (4,73%) e Venezia (4,05).