Verdini con un piede e mezzo in maggioranza. L’incubo della minoranza Pd e di FI

di Alberto Sofia | 28/01/2016

Unioni Civili

Basta evocare il suo nome per turbare e agitare la vecchia Ditta. «Verdini? Mai nel Pd, per noi sarebbe la morte», recitano quasi a memoria dalla minoranza dem. Volevano allontanare l’ex guardiano di Berlusconi dal «giardino di casa» del Nazareno, ora Bersani e la sinistra interna se lo son ritrovato seduto al gran banchetto della maggioranza di Matteo Renzi, dopo la mozione di sfiducia del centrodestra al Senato respinta anche grazie ai suoi voti (e a quelli dei tosiani di Fare!).

«Per entrare in maggioranza bisogna votarla la fiducia, noi invece abbiamo votato contro la sfiducia…», hanno replicato sarcastici dal gruppo verdiniano di Ala. Perché l’ordine dall’alto è di restare nell’ombra, evitare proclami e provocazioni inutili. Ma, al di là dei giochi di parole, è chiaro come a Palazzo Madama si sia celebrato l’ingresso di fatto di Verdini tra le forze che sostengono il governo. Il passo più importante, finale o quasi, nella scalata alla “stanza dei bottoni“.

LA PRIMA VOLTA DEI VERDINIANI: L’INGRESSO (DI FATTO) DI MAGGIORANZA

Lo confermano i numeri di Palazzo Madama, così come gli ultimi passaggi nell’aula dai numeri precari. L’ex plenipotenziario azzurro riciclato “idraulico” del renzismo è ormai più che una stampella del governo: si è trasformato in un asse portante. Senza il suo voto e quello dei suoi fedelissimi portati in dote a Palazzo Chigi la riforma costituzionale, la “madre delle battaglie” di Renzi, non avrebbe ottenuto l’ultimo “” del Senato. Non è un caso che l’ex coordinatore Fi sia passato pure al grande incasso delle commissioni, con le tre vicepresidenze guadagnate. Ma se la politica è fatta anche di passaggi simbolici, quello di mercoledì pomeriggio ha le sembianze del “battesimo” per quei transfughi che Verdini, novello “Caronte”, ha traghettato da Arcore verso le sponde di Pontassieve. Al di là delle smentite di rito o dei tentativi di minimizzare quanto avvenuto a Palazzo Madama, come fatto dal portavoce Vincenzo D’Anna: «Non siamo in maggioranza, ci vuole tempo, sarà decisivo il referendum di ottobre. Sarà allora che saranno chiari gli schieramenti…», prende tempo. Ma quei sorrisi e quei volti compiaciuti in casa verdiniana tradivano le stesse smentite. Così come le parole di Manuela Repetti (la compagna di Sandro Bondi) in Aula. Intervenuta per blindare Boschi ed esaltare il premier, bollando la mozione come semplice propaganda del centrodestra: «Renzi vada avanti. Più farà bene e più lo ostacoleranno. Perché è difficile digerire il fatto che sta riuscendo a fare ciò che nessuno qui è riuscito a fare in vent’anni».

VERDINI, UN PIEDE E MEZZO IN MAGGIORANZA, SINISTRA DEM SPIAZZATA E NERVOSA

Tutt’altro che espressioni da forza d’opposizione. Non è un caso che anche in casa dem, tra le minoranze intimorite dallo spauracchio Denis, traspare quasi un senso misto di spaesamento e nervosismo. L’ultimo stadio di una crisi di nervi e d’identità: «Ormai siamo passati dai propositi di rottamazione all’abbraccio del trasformismo», attacca il bresciano Paolo Corsini. E se c’è chi, come il deputato ed ex responsabile organizzazione ai tempi della Ditta Nico Stumpo, si dice convinto che «quell’accrocco, quell’operazione parlamentare», come bolla Ala, «non possa e non debba stravolgere i confini e la natura del Pd, perché sarebbe la nostra fine», a Palazzo Madama le facce sono più che scure. «Che devo dirle di Verdini, io condivido quanto detto da Bersani: il suo abbraccio ci debilita», spiega Federico Fornaro. Accanto a lui Carlo Pegorer, condivide il “trauma”. Mentre Gotor mastica amaro: «Renzi non ci risponde sul tema Verdini? Sono gli elettori del Pd che pretendono una risposta e noi parliamo anche a loro…».

Nella copertura dell’anonimato, c’è però chi ammette come quell’incubo del Partito della Nazione rischi di essere già una realtà, dal Parlamento ai territori: «Fosse soltanto Verdini il problema. C’è tutto un mondo che è stato berlusconiano e di destra che viene a bussare alla nostra porta e che la trova spalancata». C’è il laboratorio Torino (con Ghigo e altri ex Fi che appoggeranno Fassino, ndr) alle elezioni 2016. O il caso Bisceglie, con il sindaco ex azzurro Spina e gli oltre 300 tra consiglieri, assessori e dipendenti del Comune iscritti in massa al Pd. E come dimenticare quel dialogo aperto pure con Flavio Tosi, il sindaco di Verona ex leghista che ora cerca sponde e spazio verso il Partito della Nazione, immaginandolo già in salsa scaligera. Tanto da aver già fatto votare le riforme renziane ai suoi tre senatori di Fare!. Gli stessi che hanno anche votato contro la sfiducia del centrodestra e del M5S al governo.

«Il congresso è ancora lontano, non vorrei ritrovarmi il tavolo già imbandito con Verdini, Tosi & Co. E non vorrei che sia troppo tardi quando ce ne accorgeremo...», c’è chi denuncia dalla minoranza dem. Nessuno osa spingersi fino a chiedere una verifica di maggioranza al Senato, da molti giudicata “una forzatura” inutile . Anche se a quel punto Ala sarebbe costretta a uscire allo scoperto e non giocare con le parole: «Non potremmo che discuterne e poi votare la fiducia, ma dalla minoranza non vogliono certo compiere passi così azzardati…», spiegano fonti verdiniane.

Denis e i suoi, intanto, gongolano. E provocano: «La minoranza Pd? Se ne dovrà fare una ragione…». Poco cambia, almeno per ora, se Ala sia entrata in maggioranza dall’ingresso principale – con il classico voto di fiducia – o dal retrobottega – votando, come avvenuto in Senato, contro chi voleva affossare l’esecutivo. «Un passo alla volta», rivendicano. E ora Ala è pronta a blindare pure le Unioni civili, l’altra grande battaglia che inizia a Palazzo Madama. Un provvedimento che dovrà passare dalle incognite del voto segreto, con i rischi per il destino della stepchild adoption che centristi, destre e cattodem vorrebbero far saltare. Al Nazareno si studia ancora per trovare un compromesso con l’ala cattolica, ma nella tasca del premier c’è sempre la “carta” di quei 18 voti verdiniani da poter giocare. «Venti, entro breve». assicurano. Con i nomi in ballo del fittiano Lionello Pagnoncelli, dopo quello già in bilico di Antonio Milo. Senza dimenticare quella pattuglia forzista delusa. Compresi Villari e Bocca che avevano votato le riforme e non hanno nemmeno votato la sfiducia al governo.

IL FLOP DI FORZA ITALIA: E IN OTTO NON VOTANO LA SFIDUCIA. COMPRESO NITTO PALMA

Quel che è certo, in attesa, è che dopo il passaggio al Senato il peso specifico di Verdini e la sua Ala sia quantomeno aumentato a livello esponenziale. Al contrario di Forza Italia, uscita tramortita, tra le accuse di Renzi di aver «copia-incollato l’editoriale di Travaglio sul Fatto» sulla mozione e le stoccate dello stesso premier sulle divisioni interne in casa azzurra: «Siete sempre di meno…». Non certo un’invenzione del premier.  Con lo stesso ex Guardasigilli Nitto Palma, già infuriato perché il partito non si sarebbe speso per una sua conferma alla presidenza della commissione Giustizia (poi passata a D’Ascola, Ap-Ncd, ndr), fortemente critico per la gestione dell’ “affaire sfiducia” al governo. Tanto da non partecipare al voto. Non l’unico: oltre ai già citati Bocca e Villari, assenti erano pure Ghedini, Giro, De Siano, Fazzone e Piccoli. Una figuraccia. Non è un caso che, tra le tante assenze delle opposizioni, i “” alla sfiducia si siano fermati a quota 101. Numero nemmeno benaugurante, visti i precedenti, con i “traditori” dem di Prodi nell’affaire Quirinale su tutti. «Vede, oggi è stato l’ennesimo passaggio inutile, a due mesi di distanza dal caso Etruria. Ormai il partito è fermo, nessuno sa nulla, Berlusconi è latitante, i gruppi pensano soltanto a come sopravvivere al suo tramonto…», ammette un senatore azzurro. E ancora, la “profezia”: «Altri, alla fine, andranno con Verdini…». Il solito Denis, spauracchio della minoranza dem, “incubo” dei capigruppo che si vedono sfilare parlamentari, “idraulico” del premier. E, da oggi, nuovo pilastro della maggioranza.