Crimea: che cos’è la penisola della guerra tra Russia e Ucraina

di Redazione | 02/03/2014

Che cos’è la penisola di Crimea e perché in questi secoli è diventata così importante per la storia d’Europa? Oggi che Vladimir Putin minaccia l’intervento nella piccola regione autonoma trasferita dall’Urss all’Ucraina nel 1954, la Crimea torna alla ribalta internazionale. Una scheda della Repubblica di Crimea da Centimetri:

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CRIMEA: CHE COS’E’ LA PENISOLA DELLA GUERRA TRA RUSSIA E UCRAINA
– In poco più di vent’anni la penisola sul Mar Nero, parte dell’Ucraina solo dal 1954 – dopo che l’allora segretario del Pcus Nikita Krushchov la regalò alla repubblica sorella facente parte allora dell’Urss – è stata più volte teatro di tensioni. Tensioni tra e periferia, tra le istanze autonomiste e indipendentiste della maggioranza filorussa, spesso e volentieri sollecitate direttamente da Mosca, e le resistenze centraliste a cui si sono associate le ragioni della minoranza tatara musulmana. La storia passata e recente, legata con doppio filo agli zar e all’Unione sovietica più che a Kiev, ne ha fatto anche un unicum nell’Ucraina indipendente, dove gode dello status di Repubblica autonoma. Anche Sebastopoli, insieme a Kiev, è l’unica città Ucraina a statuto speciale. Il parlamento regionale è sempre stato dominato dalla maggioranza filorussa, nell’ultimo decennio estrinsecatasi attraverso il governo del Partito delle regioni dell’ex presidente Victor Yanukovich. La minoranza tatara ha nel Mejlis il suo organo rappresentativo, ma privo di potere. Gli interessi russi diretti nella penisola sono rappresentati dalla base della flotta sul Mar Nero a Sebastopoli, che secondo gli accordi del 1997 firmati da Leonid Kuchma e Boris Eltsin poi rivisti nel 2010 tra Dmitri Medvedev e Viktor Yanukovich, consentono la stazionamento delle navi russe sino al 2042. Quella che fino a una settimana fa era l’opposizione e oggi a Kiev è diventata maggioranza ha espresso più volte nel passato, sotto la spinta nazionalista e antirussa, la volontà di rivedere l’intesa con Mosca. La questione della flotta russa è il più evidente dei problemi che hanno condotto la Crimea alla soglia delle separazione già vent’anni fa. In occasione del referendum del 1991 sull’indipendenza dell’Ucraina dall’Urss, la Crimea era stata la regione dove l’entusiasmo per il distacco dalla casa madre era meno evidente. Il 54% dei circa due milioni di abitanti aveva votato sì alla separazione, ma in tutte le altre regioni le percentuali erano ben più elevate.

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LA STORIA RECENTE E IL GRANDE PASSATO – Nel primo biennio dopo l’indipedenza emersero tensioni già nel 1992, quando gruppi nazionalisti filorussi riunitisi intorno al Movimento repubblicano di Crimea dichiararono l’indipendenza e fu indetto anche un referendum per la separazione da Kiev. I moderati di Nikolai Bagrov riuscirono però ad avere la meglio e le richieste separatiste finirono nel nulla. Nel 1994 il conflitto tra centro e periferia però riesplose quando le elezioni presidenziali locali condussero al potere Yuri Meshkov, legato alla Russia, e rappresentante dell’ala dura indipendentista, vittorioso contro Bagrov con oltre il 72% delle preferenze. Per quasi due anni Simferopoli e Kiev furono ai ferri corti, sino a che Meshkov, cui venne a mancare alla lunga il sostegno delle élite locali, perse definitivamente il duello per l’indipedenza con l’arrivo della nuova costituzione che dava alla Crimea una certa autonomia, ma la definiva parte integrante del territorio ucraino. Da allora, se la questione della separazione non è mai tornata veramente come prospettiva reale: sino a oggi. Non sono però mancati gli episodi che periodicamente hanno ricordato come nella penisola gli orologi siano orientati più sul fuso di Mosca che non su quello di Kiev. Le proteste in Crimea contro le esercitazioni della Nato sul Mar Nero sono una costante dell’ultimo decennio, unite alle tensioni sempre più frequenti tra nazionalisti filorussi e tatari, su cui pesa l’ombra del passato. Le radici del conflitto nascono nel 1944, quando Stalin fece deportare i tatari di Crimea con l’accusa di aver cooperato con i nazisti. Finiti in Siberia e in Asia centrale, i tatari hanno cominciato a ritornare a partire dagli anni ottanta e la minoranza musulmana oggi conta circa 250mila persone. Politicamente contrari ad un’eventuale annessione alla Russia, alle elezioni parlamentari del 2012 i tatari si sono schierati contro il Partito delle regioni, entrando nelle liste di Patria di Yulia Tymoshenko.

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LA CRIMEA NELLA STORIA D’EUROPA – Sul Corriere della Sera Sergio Romano ricorda gli avvenimenti più importanti della storia d’Europa che sono passati per la Crimea:

Fino alla seconda metà del XVIII secolo la Crimea era un khanato tataro, residuo storico dell’Orda d’oro (da cui la Russia era stata occupata nel XIII secolo) e vassallo dell’Impero ottomano. Conquistato da Caterina la Grande nel 1784, permise alla Russia di rafforzare la sua presenza nel Mar Nero e divenne la principale base militare della sua flotta meridionale. La guerra di Crimea e l’assedio di Sebastopoli, nel 1854, confermarono che quello era il ventre molle dell’Impero, la provincia che la Russia non poteva abbandonare senza rinunciare alla propria sicurezza. Una delle condizioni più umilianti del Trattato di Parigi, dopo la fine della guerra di Crimea, fu per l’appunto la chiusura delle basi, imposta dai vincitori. La clausola fu revocata prima della fine dell’Ottocento, ma dopo la Rivoluzione d’Ottobre, durante la guerra civile, la Crimea divenne uno dei principali contrafforti dell’esercito bianco del generale Denikin e, più tardi, del generale Wrangel. Riconquistata dai Rossi, continuò ad avere per lo Stato sovietico la stessa importanza politica e militare che aveva avuto per lo Stato zarista.

E infine ricorda gli interessi di Putin in zona:

Vladimir Putin non ha abbandonato questa linea. Ha fatto la guerra cecena per impedire la nascita di uno Stato musulmano a nord del Caucaso, ma ha dato in cambio denaro e autonomia. Ha punito le aspirazioni atlantiche della Georgia con la creazione di due piccoli Stati vassalli (Abkhazia e Ossezia), ma soltanto dopo la provocazione militare di Mikhail Saakashvili. Ha cercato di impedire che l’Ucraina, insieme alla Crimea, venisse attratta verso l’Unione Europea e domani, probabilmente, verso la Nato. Ma non credo che tema il cambiamento dei confini meno di Eltsin. L’Unione Europea, in queste circostanze, ha di fronte a sé due scelte possibili. Può sostenere le piazze ucraine e accettare di conseguenza la possibilità che il Paese si spacchi in quattro pezzi: l’Ucraina di Leopoli, quella di Kiev, quella russofona e una Crimea inevitabilmente soggetta a una sorta di protettorato russo. Può invece cercare con la Russia un accordo che salvi l’integrità dello Stato e lo aiuti economicamente a uscire dalla crisi. Speriamo che si ricordi, prima di prendere una decisione, ciò che accadde quando la Germania, nel dicembre 1991, riconobbe troppo frettolosamente l’indipendenza della Slovenia e della Croazia.

Foto di copertina da qui