Che vuoi che sia: Edoardo Leo e Anna Foglietta, cronaca di un amore precario – RECENSIONE

di Boris Sollazzo | 15/11/2016

Che vuoi che sia recensione

CHE VUOI CHE SIA –

Prima di continuare questa recensione di Che vuoi che sia, è necessaria un’avvertenza. Chi scrive ha l’età dei protagonisti, i loro problemi, le loro grottesche esperienze, la stessa frustrazione. Vive questo presente di precarietà che è fatto di tragedia mentre accade e che quando si trasforma in futuro si rivela come farsa. Ed Edoardo Leo, da regista come da attore, è il perfetto narratore della Generazione F, la generazione fantasma, invisibile a tutti e piano piano anche a se stessa. Perché è abituata ai doveri senza diritti, a essere umiliata e sfruttata senza neanche la dignità di essere riconosciuta come vittima: eppure non ha alcuna voglia di esserlo – reagisce sempre, anche e soprattutto quando non ha le armi per farlo – ma nessuno le crede. Non ha fatto la guerra, né tantomeno c’è un allarme collettivo come il terrorismo rosso o nero a renderla “eroica”. E non ci sono rivoluzioni come il ’68 o il ’77 dopo le quali vendersi o da tradire, la nostra l’hanno soffocata nel sangue e nella disinformazione a Genova, nel 2001. Ecco, per questo e perché anche io, forse, al dilemma posto dal film non saprei cosa rispondere, vi dico che voi Che vuoi che sia dovete viverlo e vederlo prima con il cuore e la pancia e poi con il cervello.

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CHE VUOI CHE SIA TRAMA –

Anna è una brava professoressa, Claudio un ingegnere informatico. Anna si deve accontentare delle supplenze, Claudio ha un’idea brillante, l’app LavorAdvisor, ma nessuno gliela finanzia e così bonifica i pc degli erotomani. Giovani, carini e troppo precari, si amano, sono bellissimi insieme senza essere sdolcinati (anzi), vivono con dolcezza e romantica ironia la loro vita che non permette loro di sposarsi, fare un figlio, cambiare lo scaldabagno. Poi una notte di bagordi fa loro postare, per scherzo, un video in cui promettono che se si arriverà all’obiettivo (20.000 euro) del crowdfunding aperto per il progetto di lui, faranno un film porno amatoriale e lo metteranno in Rete. La situazione, ovviamente, sfuggirà loro di mano. E un dilemma shakespeariano, la proposta indecente 2.0 si farà strada nella loro vita.

CHE VUOI CHE SIA CAST –

Lo diciamo subito, si sta aprendo un genere nella commedia all’italiana: quello che potremmo definire luddista, dal momento che ci mette in guardia dai pericoli della modernità, dall’iPhone (Perfetti sconosciuti) ai social network (Che vuoi che sia e il prossimo film di Max Bruno, Beata ignoranza). A dimostrazione che uno dei generi più bistrattati, accusato di mancare nel contenuto e nella riflessione, sta invece intuendo prima di altri ciò che si nasconde sotto questa realtà ipercomunicativa che però si inaridisce nella qualità più la quantità diventa parossistica. Edoardo Leo coglie tutto ciò come regista – con feroce e a volte divertita lucidità  – e sa interpretarne il disagio da attore. Eccellente nell’equilibrio con cui si muove nel suo personaggio è Anna Foglietta, dirompente Rocco Papaleo che sa esprimere il disagio di una generazione che è stata analogica e ora prova a essere digitale (anche a causa delle inquietudini della moglie Marina Massironi). Splendido è Massimo Wertmuller nella parte di un adorabile cialtrone e ottima è la scelta di chi ha meno pose ma sa dare pennellate decisive come Bebo Storti o Maria Di Biase, così diversi e così bravi.

CHE VUOI CHE SIA RECENSIONE –

Non è facile, con Warner alle spalle, saper bilanciare così bene un registro narrativo. Che avesse un tocco speciale, Edoardo Leo, l’aveva già dimostrato in passato e con Noi e la Giulia evidentemente aveva fatto un ulteriore salto in avanti. Ma qui siamo a un punto in cui possiamo definirlo autore a tutto tondo, in un’opera matura e durissima, per chi sa e vuole capirla, capace di scavarti dentro non intaccando minimamente divertimento e intrattenimento. La fotografia di una generazione precaria e annichilita, ma non arresa, si alterna a una commedia divertente e mai scontata, capace di giocare con il (pre)testo narrativo – cosa sei disposto a fare per 250.000 euro e spicci? – per andare laddove i registi normalmente non hanno il coraggio di arrivare, alla disperazione sorridente di chi alla rabbia ribelle ormai preferisce una rassegnazione autoironica. Fin troppo, perché come insegna Jannacci, “il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. Non essendoci complessità nell’evoluzione narrativa, dal momento che dopo la sbornia che porta al malinteso che cambia la loro vita è inevitabile e prevedibile la conclusione, Leo, con un bel lavoro di scrittura di scene e dialoghi, si dedica al cesello, agli sguardi, ai gesti, alla realizzazione di un ritratto impietoso e romantico, implacabile e delicato. Così un selfie in bagno o una carta igienica che diventa specchio e misura della realtà diventano scene poetiche. Da premio Anna Foglietta, con quel profumo di milanese che mette nella sua recitazione, con maestria e grazia, dà un esempio di talento e preparazione raro. Oltre ad alternare i registri recitativi con una naturalezza e una capacità che la rendono una delle nostre migliori interpreti, forse ancora sottovalutata: quella delicatezza nell’offrire uno spettro emotivo ampio andrebbe sfruttato (ancora) di più anche nel suo côté drammatico. Molto fa un’alchimia naturale dei protagonisti, fondata sul creare una coppia normale e allo stesso tempo capace di amarsi con originalità – il parlare al contrario ci porterà a una dichiarazione d’amore tra le più belle degli ultimi anni – e perfetti sono i comprimari nel completare l’affresco. Bebo Storti lo fa con uno sguardo alla tv, Wertmuller davanti a una vetrina, la Di Biase mentre l’amica bacchettona le chiede complicità e riceve in cambio una battuta fulminante. E nel frattempo tra un sorriso e l’altro, piombi con quei due ragazzi innamorati nell’inferno di una vita grama – in cui pensi di spogliarti davanti a una webcam perché sei già nudo dopo che ti han tolto pure la dignità -, di un mondo infame, “segaiolo” e cinico, perfettamente fotografato dal momento dell’intervista in tv, condotta da un’Anna Pettinelli eccezionale, che da attrice mostra un talento insospettabile nel fare la Barbara D’Urso senza faccette. Leo e i suoi sceneggiatori – Alessandro Aronadio (regista di quell’Orecchie che ha conquistato Venezia), Marco Bonini e Renato Sannio – ci portano così in basso e così bene che ce ne accorgiamo solo quando tocchiamo il fondo, nel momento in cui capiamo che la realtà, virtuale e non, di Che vuoi che sia è la nostra.
E se penserete che il finale è lieto, pensateci bene. Quell’in qualche modo faremo è l’epitaffio di una generazione, trasformato in mantra. L’ancora di una nave che affonda, ma continua a suonare sul ponte. Il grido di dolore che ognuno di noi ha, ma non urlato troppo per non disturbare. Una generazione vinta, ma non sconfitta. E il cui cantore, al cinema, è proprio Edoardo Leo. E ancora non ho capito del tutto come riesce a raccontarci così bene, ma in qualche modo fa.

CHE VUOI CHE SIA CAST TRAILER –

Il film è uscito il 9 novembre e sta raccogliendo incassi importanti e consensi critici.