Cécile Kyenge e l’amarezza per il Pd: «Non lascio, è casa mia. Ma riflettete»

di Stefania Carboni | 17/09/2015

cecile kyenge orango

«Sono triste e amareggiata, ma no, non lascio il PD perché è casa mia. E’ chi ha sancito con il voto di ieri che il razzismo non è reato a doversi interrogare. Mi aspetterei dal mio partito una seria riflessione sull’esito e significato del voto di ieri». A parlare è l’ex ministro Cécile Kyenge che ora, più che mai, non si sente sostenuta dai suoi compagni di partito.
Ieri il Senato ha detto sì all’autorizzazione a procedere per diffamazione nei confronti del senatore Roberto Calderoli, ma no a quella per istigazione all’odio razziale. Calderoli risultava accusato di aver diffamato l’ex ministro Cècile Kyenge (i no sono stati 116 e 10 gli astenuti), ma Palazzo Madama ha escluso l’accusa di istigazione all’odio razziale. Il problema è che, conti alla mano, a salvare il leghista ci sono stati anche tanti onorevoli del Pd. Calderoli nel 2013 prounciò questa frase verso la deputata d’origine congolese:

«Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango»

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CECILE KYENGE E L’ORANGO DI CALDEROLI –

– Ecco lo sfogo dell’ex ministro su Facebook:

Sono triste e amareggiata, ma no, non lascio il PD perché è casa mia. E’ chi ha sancito con il voto di ieri che il razzismo non è reato a doversi interrogare. Mi aspetterei dal mio partito una seria riflessione sull’esito e significato del voto di ieri al Senato, un voto nemmeno concepibile in Europa e impossibile da spiegare quanto a coerenza con i nostri valori. La base del partito invece una risposta a quel voto la sta dando: ringrazio per l’immensa solidarietà il popolo e i tantissimi circoli PD che mi hanno espresso in queste ore la loro vicinanza con grandissimo affetto. Sono loro che mi confermano nell’andare avanti e ‪#‎IoVadoAvanti‬ perché ‪#‎ilrazzismoèancorarea

cecile Kyenge orango

 

E la storia si ripete. Come nel febbraio del 2015: stesse parole e stesse accuse. Anche stavolta inascoltate.

(in copertina  foto ANSA/STEFANO PORTA)