E i boss dissero a Izzo: «Non lasciare il calcio, ci servi lì, devi creare contatti»

di Redazione | 24/05/2016

Armando Izzo

Il difensore originario di Scampia Armando Izzo ad un certo punto della carriera voleva abbandonare il mondo del calcio, ma il clan della camorra glielo impedì, gli chiese di cambiare idea. «Ci servì lì, devi creare contatti», gli dissero gli affiliati. È questo uno dei particolari che emerge nella vicenda delle partite di serie B truccate per favorire un gruppo criminale, raccontata dal pentito Antonio Accurso (l’inchiesta ha condotto ieri all’arresto di 10 persone). Lo raccontano Leandro Del Gaudio e Viviana Lanza sul Mattino di Napoli:

Sembra la storia dei quattro amici al bar, solo che qui uno decide di fare il calciatore, gli altri fanno i killer e i camorristi. Inizia così, a leggere le accuse del pentito Antonio Accurso, la storia calcistica di Armando Izzo, nipote e cugino di boss sanguinari: «A un certo punto della sua carriera – dice Accurso – Armando Izzo non voleva più giocare a pallone, voleva affiliarsi con noi, ma fummo noi a spingerlo a giocare, perché ci serviva un contatto tra i calciatori».

 

 

Camorra: partite truccate in serie B. Arresti a Napoli, tra gli indagati Armando Izzo

 

CALCIOSCOMMESSE E CAMORRA, LA MEDIAZIONE DI IZZO CON IL BOSS

Izzo, che risulta indagato, stando alle dichiarazioni di Accurso avrebbe svolto il ruolo di mediatore consentendo ad uomini della camorra di entrare in contatto con gli spogliatoi. Il Mattino ricostruisce la storia del calciatore, ricordando che prima di giocare con l’Avellino in B e con il Genoa in A si era anche ritrovato a tu per tu con il cugino boss a Trieste:

A Trieste, ospita il boss Umberto Accurso, assieme al suo braccio destro Mario Paciarelli. È un primo approccio, nel corso del quale si stabiliscono possibilità di accordo tra camorristi e il calciatore. Fatto sta che, dopo la tre giorni Triestina, sul telefonino degli Accurso arriva un «ok» da parte di Izzo, che avrebbe significato la possibilità per quelli di Secondigliano di scommettere sulla sconfitta della Triestina. Nessuno punta soldi, ma la Triestina va ko. È l’inizio di un abboccamento in cui ci sono buoni e cattivi, calciatori che accettano divendersi alla camorra (che ha interesse a vincere scommesse pulite per riciclare soldi), ma anche atleti e professionisti che non accettano.

CALCIOSCOMMESSE E CAMORRA, LE TELEFONATE SUGLI «OROLOGI»

Per quanto riguarda poi le combine al centro dell’inchiesta (Modena-Avellino e Avellino-Reggina nel campionato 2013-2014) sono emersi messaggi camuffati come compravendite di orologi. In particolare quelli relativi all’incontro tra la squadra iprina e quella emiliana:

Accurso sostiene di aver chiesto a Pini se «l’Avellino poteva subire un gol dal Modena; Millesi, che era già in ritiro,fece arrivare la risposta via sms sul cellulare di Pini, che si poteva fare». Quindi? «Pini – spiega il collaboratore – giocava nelle giovanili dell’Avellino, ed i messaggi venivano camuffati come compravendite di orologi che Pini poteva giustificare in quanto la sua famiglia ha una gioielleria. Fatto sta che sul “gol-casa” in Modena-Avellino, noi della Vinella scommettemmo dunque circa 400mila euro vincendone 60mila euro. Vi fu anche una complicazione, dovuta al fatto che l’allenatore dell’Avellino Rastrelli, contrariamente a quanto avvenuto nella riunione tecnica, non schierò in difesa Izzo; noi ci allarmammo e mandammo una serie di sms a Millesi tramite il solito Pini. Il primo tempo finì 0-0 ma nell’intervallo Millesi negli spogliatoi parlò con il giocatore che era stato schierato al posto di Izzo, Peccarisi, e subito all’inizio del secondo tempo l’Avellino passa in svantaggio e dalle immagini è evidente la responsabilità del Peccarisi sul gol subito».

Accurso ha parlato anche di soldi. A Pini, ex calciatore e amico di Izzo, sarebbero stati consegnati 30mila euro da dare a Millesi e Izzo. Poi loro diedero qualcosa a Peccarisi.

(Foto di copertina: ANSA / MAURIZIO DEGL’INNOCENTI)