Vincenzo Iaquinta, dal Mondiale 2006 alla condanna a 2 anni per affiliazione alla ‘ndrangheta

di Enzo Boldi | 31/10/2018

Iaquinta
  • Vincenzo Iaquinta e il padre condannati in un processo per 'ndrangheta

  • Due anni di reclusione per l'ex calciatore e Campione del Mondo nel 2006

  • «Ce l'hanno con me perché sono calabrese»

Poteva rimanere nella storia come un Campione del Mondo, dopo la fantastica cavalcata con la Nazionale di Marcello Lippi nel 2006, ma gli ultimi risvolti legali hanno riscritto la sua storia. Vincenzo Iaquinta, ex attaccante di Juventus, Udinese, Cesena e dell’Italia, è stato condannato a due anni di reclusione in un processo sulla ‘ndrangheta denominato «Aemilia». Con lui anche il padre che dovrà scontare una pena di 19 anni per associazione mafiosa.

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La sua rete contro il Ghana in quel 12 giugno 2006 nello stadio di Hannover è forse stato il punto più alto della sua carriera, culminato con l’alzata al cielo della Coppa del Mondo alla fine dell’ultima manifestazione che ha visto l’Italia sul gradino più alto del podio. E quando si tocca il punto più alto si rischia sempre di cadere e, per lui, questo scivolone è costato caro, almeno dopo quello che ha deciso la camera di consiglio blindata del collegio giudicante del tribunale di Reggio Emilia, composto da Cristina Beretti, Francesco Maria Caruso e Andrea Rat.

Rigettata l’aggravante mafiosa nei confronti di Iaquinta

Nella sentenza di primo grado, in attesa dell’appello e dell’eventuale ricorso in cassazione, non è stata accettata la richiesta fatta dall’accusa che chiedeva sei anni di reclusione e l’aggravante mafiosa. Cosa che, invece, è stata contestata a suo padre Giuseppe, condannato a 19 anni. Nello stesso processo Aemilia, erano imputate altre 146 persone per reati tutti legati all’associazione a delinquere, associazione a delinquere di stampo mafioso e affiliazione alla ‘ndrangheta.

«Ce l’hanno con me perché sono calabrese»

Alla lettura della sentenza Vincenzo Iaquinta e il padre hanno gridato contro la corte «Ridicoli, vergogna», per poi sfogarsi con la stampa fuori dall’aula del tribunale di Reggio Emilia: «Il nome ‘ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia. Non è possibile. Andremo avanti. Mi hanno rovinato la vita sul niente perché sono calabrese, perché sono di Cutro. Io ho vinto un Mondiale e sono orgoglioso di essere calabrese. Noi non abbiamo fatto niente perché con la ‘ndrangheta non c’entriamo niente. Sto soffrendo come un cane per la mia famiglia e i miei bambini senza aver fatto niente».

(foto di copertina: ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)