La mamma di Arturo, vittima di una baby gang: «Andremo via da Napoli»

di Redazione | 22/02/2018

baby gang

«Fin quando i responsabili non saranno individuati e processati, no. Non deve essere una fuga, ma una scelta quando tutto sarà finito, senza paura. Fino ad allora resterò come una sentinella per l’educazione alla legalità. Ho aperto una pagina su Facebook e ho ricevuto già 3 mila adesioni». Parla così Maria Luisa Iavarone, la mamma di Arturo (il ragazzo di 17 anni che a dicembre a Napoli è stato accerchiato e gravemente ferito da una baby gang), spiegando la sua decisione di andare via dalla città partenopea. In un’intervista rilasciata a Fabrizio D’Esposito per Il Fatto Quotidiano la docente universitaria ha dichiarato di voler lasciare Napoli, a giustizia ottenuta. «I miei figli studieranno fuori, io stessa mi sono formata a Londra. Ma andarsene adesso sarebbe una sconfitta», ha detto.

La mamma di Arturo: «Io, accusata di essere in malafede»

Arturo lo scorso 18 dicembre è stato avvicinato da quattro ragazzini e colpito da 22 coltellate, alla schiena e al petto, e due quasi mortali. Una alla gola e una al polmone. Sua mamma è diventata in queste settimane il simbolo di un impegno civico contro il disagio minorile. Un impegno che alla politica non piace. «Napoli – ha affermato la professoressa Iavarone – è una città senza regole e nel suo Dna c’è la demolizione del personaggio del bene, è sempre accaduto. Contro di me c’è un’iconoclastia all’insegna del tiramm a campà». E ci sono anche le accuse di essere in malafede:

Si è sospettato che lei volesse pure un seggio nel prossimo Parlamento.

«Pd e LeU mi hanno offerto una candidatura ma ho detto di no. Il mio compito di mamma è di stare accanto ad Arturo. Poi da intellettuale tento di dire delle cose, se mi ascoltano tanto di guadagnato. Il mio mestiere è questo. Ma quelle che non sopporto sono le accuse di essere in malafede».

Assurdo.

«In malafede è chi si vuole mettere nei miei panni ancora sporchi del sangue di mio figlio. Sono stata io a raccoglierlo quasi morto per strada e oggi non posso ancora lavare quel sangue perché con tutti i soldi spesi per le telecamere mancano le immagini centrali dell’aggressione. Ma lei capisce? Ci sono quelle immediatamente prima e dopo ma non quelle centrali, decisive».

(Foto: ANSA / CIRO FUSCO)