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Perché M5S e Lega che propongono l’abolizione della legge Fornero sono contro i giovani

Tempo di campagna elettorale è tempo di promesse e di numeri e statistiche. Come quelle sulle pensioni e l’età pensionabile, sull’istruzione e la formazione dei più giovani, su una generazione che rivendica i diritti acquisiti e un’altra che invece nutre per il futuro lavorativo delle pessime aspettative. La partita delle Politiche 2018 non fa eccezione e ci regala nuovi scontri in materia di previdenza e lavoro, purtroppo conditi da una buona dose di populismo. È il caso di Lega e Movimento 5 Stelle, che da anni, e ovviamente anche in queste settimane, chiedono l’abolizione della legge Fornero, la riforma che a fine 2011 ha sensibilmente innalzato l’età pensionabile, sia quella di vecchiaia che di anzianità, legandola poi, a partire dal 2014, all’aspettativa di vita. La loro proposta, a guardare i conti, è irrealizzabile.

La legge Fornero e un’abolizione da centinaia di miliardi di euro

Cancellare, sopprimere, in un sol colpo tutte le norme in vigore significherebbe riportare la finanza pubblica in una situazione peggiore di quella che sette anni fa contribuì a portare lo spread tra Btp e Bund vicino ai 600 punti. Il Sole 24 Ore pochi giorni fa, elencando il prezzo da pagare per le roboanti promesse elettorali, ha indicato un costo di 140 miliardi di euro. Sul Corriere della Sera invece si parla di 350 miliardi di risparmi che la legge Fornero ci ha consentito di mettere in conto fino al 2060. Numeri esorbitanti, in ogni caso, ai quali non fa da contraltare nessuna adeguata indicazione sulle coperture. Né il partito di Luigi Di Maio né quello di Matteo Salvini infatti (la Lega ha appena lanciato un logo con la dicitura ‘Stop Fornero’) hanno chiarito come rendere equilibrato il sistema previdenziale con simili cifre in ballo.

Più nel dettaglio sono entrati gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi che, sempre sul Corriere della Sera, hanno indicato per il solo congelamento dell’attività lavorativa un costo a regime di 16 miliardi di euro, e hanno riportato le stime della Ragioneria generale dello Stato, secondo cui tutte le norme della Fornero, quindi non solamente l’aumento dell’età lavorativa, avrebbero prodotto un risparmio di spesa pari a circa 25 miliardi l’anno per il 2019/2020. Per far fronte a una simile uscita, dicono gli esperti, lo Stato dovrebbe oggi imporre a tutte pensioni superiori ai 2.400 euro mensili netti un taglio di circa il 60%. E c’è da immaginare (e sperare) che nessuno dei partiti e dei candidati in campo (sia quelli che vogliono una nuova riforma delle pensioni come Lega e M5S che tutti gli altri) sia intenzionato a promettere una simile decurtazione degli assegni. In sostanza, un grande passo indietro sulla riforma delle pensioni, forse vantaggioso dal punto di vista elettorale ma rischioso per un Paese che non è riuscito ad abbattere l’abnorme debito pubblico, dovrebbe essere necessariamente accompagnato da altre radicali, ma questa volta impopolari, proposte.

Il gap generazionale

Ma è opportuno alzare l’attenzione pure sul gap generazionale. Anche qui, i numeri sono impietosi. In Italia, come in quasi tutti i Paesi, le pensioni vengono pagate con i contributi di chi lavora, e nello stesso tempo s’investe poco nel futuro: la spesa pensionistica è quattro volte maggiore rispetto a quanto lo Stato spende in istruzione e formazione per i più giovani, il 4% del pil (secondo le ultime rilevazioni Eurostat siamo terzultimi in Europa davanti a Romania e Irlanda). L’elevata aspettativa di vita e il basso tasso di natalità degli ultimi decenni, dimostrano insomma che la questione Fornero non può essere ridotta ad un problema di entrate e delle uscite dello Stato come accade in campagna elettorale ma va vista da una prospettiva più ampia. Ne ha parlato anche l’Economist, evidenziando come la popolazione italiana sia molto più anziana rispetto alla media dei 28 Paesi Ue. È alta in Italia la percentuale sul totale della popolazione dei cittadini over 64 e di età compresa tra i 40 e i 54 anni. È sostanzialmente uguale quella dei cittadini di età compresa tra i 55 e i 64 anni. È troppo bassa quella degli under 40.

 

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(Fonte: The Economist)

 

Molte delle cause del divario generazionale, ha spiegato l’autorevole settimanale economico britannico, si possono trovare nelle scelte politiche fatte negli ultimi 20 anni che hanno sfavorito i giovani, sulle spalle dei quali grava l’onere di pagare le pensioni proprie e altrui. Non hanno certamente aiutato le riforme del lavoro, come quelle del 1997 e del 2003, che hanno reso più facili le assunzioni con contratti a termine e fatto poco o nulla per erodere la sicurezza di chi aveva un impiego a tempo indeterminato. E la crisi degli ultimi anni ha fatto il resto, rendendo ancora più stringenti i vincoli di bilancio. Un circolo vizioso che ha frenato le politiche per i più giovani. Che ora non meritano nuovi salassi.

(Foto da archivio Ansa)

TAG: Lega Nord, M5S