La bufala sui sacchetti di frutta a pagamento voluti dall’Europa diffusa dal Partito Democratico

di Redazione | 03/01/2018

sacchetti di frutta a pagamento

I sacchetti di frutta a pagamento non sono stati imposti dall’UE all’Italia. Si tratta di una  piuttosto evidente fake news diffusa dal Partito Democratico in queste ore di forte polemica sui  sacchetti di frutta di plastica che si pagano dal primo gennaio del 2018. La norma che ha imposto il pagamento dei sacchetti di plastica leggeri e ultraleggeri è contenuta in un decreto legge dello scorso agosto, e prevede il passaggio a sacchetti siano biodegradibili e compostabili. I supermercati non potranno più utilizzare i precedenti sacchetti leggeri, e dovranno sostiurli con quelli biodegradabili. I nuovi sacchetti di frutta a pagamento hanno un costo, che è scaricato sui clienti come già avviene per le altre borse della spesa, i cosiddetti shopper.

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La bufala sui sacchetti di frutta a pagamento voluti dall’Europa diffusa dal Partito Democratico

Si stima che un sacchetto costerà da 1 a 5 centesimi.  Il nuovo aggravio subito dai consumatori, in realtà contenuto – si tratta di pochi euro l’anno – ha suscitato una fortissima polemica, e ha messo sulla difensiva il Partito Democratico. Per difendersi, dagli account social del PD è partita una linea difensiva – sintetizzabile nella frase “Ce lo chiede l’Europa” – che è falsa. La norma recepisce effettivamente la direttiva  n. 2015/720, che modifica la direttiva 94/62/CE per quanto riguarda la riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero. Al comma due dell’articolo 1 si legge come  «bis.   Gli Stati membri adottano le misure necessarie per conseguire sul loro territorio una riduzione sostenuta dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero. Tali misure possono comprendere il ricorso a obiettivi di riduzione a livello nazionale, il mantenimento o l‘introduzione di strumenti economici nonché restrizioni alla commercializzazione in deroga all’articolo 18, purché dette restrizioni siano proporzionate e non discriminatorie. Tali misure possono variare in funzione dell’impatto ambientale che le borse di plastica in materiale leggero hanno quando sono recuperate o smaltite, delle loro proprietà di compostabilità, della loro durata o dell’uso specifico previsto. Le misure adottate dagli Stati membri includono l’una o l’altra delle seguente opzioni o entrambe: adozione di misure atte ad assicurare che il livello di utilizzo annuale non superi 90 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2019 e 40 borse di plastica di materiale leggero pro capite entro il 31 dicembre 2025 o obiettivi equivalenti in peso. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse dagli obiettivi di utilizzo nazionali;adozione di strumenti atti ad assicurare che, entro il 31 dicembre 2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, salvo che siano attuati altri strumenti di pari efficacia. Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse da tali misure». Come ben spiegato da Enrico Ferrara sugli Stati Generali, la direttiva europea non obbliga affatto gli Stati membri a introdurre strumenti economici, ovvero  l’imposizione di un costo, per ridurre i sacchetti di plastica, bensì fissa solo l’obiettivo. Lo Stato membro quindi ha la facoltà di scegliere quale sia la misura più adeguata per raggiungere l’obiettivo, quello sì vincolante, fissato dalla direttiva. Le direttive sono utilizzate principalmente dal legislatore europeo proprio per questo motivo, ovvero lasciare libertà di implementazione adatte al singolo Paese UE per raggiungere gli obiettivi condivisi.

Per questo non è vero affermare. come fa il Partito Democratico in questa infografica su Facebook, che gli aumenti dipendano dalla direttiva UE. La decisione è stata del legislator italiano, che avrebbe potuto scegliere altri modi per ridurre l’utilizzo dei sacchetti di plastica.