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Amnesty spiega perché l’Italia è «complice dei torturatori libici»

L’Italia è complice dei torturatori libici. Insieme agli altri governi ha favorito (allo scopo di limitare le partenze dal Nord Africa verso il proprio territorio) un sofisticato sistema di violenza e sfruttamento dei migranti da parte della Guardia Costiera di Tripoli. È l’accusa, senza se e senza ma, che arriva al nostro Paese da Amnesty International, la ong che si batte per il rispetto dei diritti umani, in un rapporto dal titolo ‘Libia: un oscuro intreccio di collusioni’ presentato ieri a Bruxelles.

Amnesty accusa l’Italia e altri governi Ue «complici dei torturatori in Libia»

Il rapporto spiega che in Libia il reato d’ingresso irregolare e l’assenza di protezione per la protezione dei profughi hanno come conseguenza la carcerazione di massa, torture, estorsioni, stupri, uccisioni, e che gran parte dei fondi dell’Unione Europea finiscono nelle mani di autorità che collaborano con le milizie e i trafficanti di uomini. Nel mirino c’è anche la Guardia costiera libica, a cui l’Europa ha fornito navi e addestramento. John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa, ha denunciato: «Centinaia di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in Libia sono in balia delle autorità locali, delle milizie, dei gruppi armati e dei trafficanti spesso in combutta per ottenere vantaggi economici. Decine di migliaia di persone sono imprigionate a tempo indeterminato in centri di detenzione sovraffollati e sottoposte a violenze ed abusi sistematici».

«L’Italia e altri governi europei – si legge nel rapporto di Amnesty International – hanno deciso di cooperare e fornire assistenza alle autorità libiche, non solo tollerando violazioni e abusi ma, anche attraverso il contributo proattivo alle violazioni e agli abusi, in in particolare fornendo fondi, formazione, attrezzature e altre forme di assistenza per migliorare la capacità di intercettare e detenere profughi e migranti, che ha portato all’arbitraria detenzione e al maltrattamento di donne, uomini e bambini». «L’Italia e altri governi europei – aggiunge il rapporto – non hanno adottato alcuna misura per prevenire e porre fine a violazioni e abusi e non hanno chiesto alla controparte libica di adottare misure adeguate per porre fine a tali violazioni e abusi come condizione per l’attuazione di qualsiasi forma di cooperazione».

Ma le accuse riguardano anche i naufragi. Un video mostra una motovedetta libica, la Ras Jadir, donata dall’Italia con due cerimonie (ad aprile a Gaeta e a maggio ad Abu Sittah), provocare il 6 novembre l’annegamento di almeno 50 persone mentre venivano ignorati tutti i protocolli operativi, come ad esempio il lancio in acqua di imbarcazioni di salvataggio. Una nave della ong Sea Watch è stata costretta ad allontanarsi dal personale libico. Un filmato ha mostrato i migranti a bordo della motovedetta libica mentre venivano frustati e un uomo che si gettava in acqua e veniva travolto dalla stessa Ras Jadir senza che nessuno provasse a salvarlo. Secondo Amnesty International è la prima volta che viene documentato un naufragio provocato dalle autorità libiche da mezzi forniti da un Paese europeo.

La risposta del ministro degli Esteri libico

Le autorità libiche hanno oggi cirticato il rapporto della ong definendolo «molto esagerato». «La situazione sull’immigrazione in Libia è molto complicata, siamo molto soddisfatti dell’aiuto che stiamo ricevendo dall’Italia per migliorare le condizioni nei campi di detenzione», ha dichiarato il ministro degli Esteri libico di Tripoli Mohamed Taher Siala commentando l’accusa di Amnesty. «La lotta all’immigrazione clandestina – ha detto – deve iniziare dal confine meridionale del nostro paese: serve una rete di controllo elettronica e la cooperazione dei paesi africani, anche attraverso l’Unione Africana. Noi a sud abbiamo un confine lungo 4mila chilometri mentre la costa Mediterranea è lunga 2mila, per pattugliare le frontiere servirebbe l’esercito cinese». «Per quanto riguarda le voci di sfruttamento di esseri umani, dell’uso della schiavitù c’è già una commissione al lavoro: è contro la nostra religione, la nostra cultura, e se emergeranno dei responsabili saranno puniti secondo le nostre leggi».

(Foto: ANSA / Zuhair Abusrewil)