“Meglio liberi” il libro con cui Di Battista vi spiega perché non si può ricandidare

di Stefania Carboni | 23/11/2017

meglio liberi

Dicono che un figlio ti cambi la vita, Alessandro Di Battista preferisce credere che la rivoluzione vera parta anche da un modo diverso di vivere la paternità, mettendosi in gioco fino in fondo per costruire una felicità a portata di tutti.

Inizia con questo abstract la nuova fatica del deputato 5 stelle Dibba, neopapà, dal titolo “Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare”. Così come abbiamo potuto visionare “A testa in su” cerchiamo anche stavolta di raccogliere qualcosa sulla sua nuova opera edita da Rizzoli. Perle incluse.

DIBBA E LA BATTUTA DI CASALEGGIO SU GRILLO: “PRIMA DI CONOSCERLO STAVO BENE”

Inizia con la prima settimana, con la casa pronta ad accogliere il «cucciolo d’uomo». Un figlio ribelle come si auspica nel titolo del capitolo. C’è l’aneddoto, che oramai conosciamo di lui, di Dibba con gli amici a Ponte Milvio che si mette a elogiare il passeggino francese appena acquistato piuttosto che parlare del tour in Sicilia. C’è anche la volta in cui venne scambiato per un commesso. Il deputato M5S prosegue spiegando il dramma dei pannolini. «Negli ultimi mesi, durante i miei comizi in piazza, scherzavo dicendo che le tangenti in pannolini e corredini le avrei accettate volentieri. Sono stato preso alla lettera. Ho calcolato che mio figlio potrà farsi la pipì addosso fino a quattordici anni grazie a tutti i pacchi che abbiamo ricevuto. Prima di andare a letto sono riuscito ad avere la meglio sulle ante dell’armadio». Perché Ale si rilassa quando monta mobili. E cucina. Ma quell’armadio è stato il suo incubo: «Mi è esploso perfino un pannello di vetro mentre lo fissavo alla struttura dell’anta». Nel libro il deputato ripercorre le varie Italie 5 stelle e l’ultima con Gianroberto Casaleggio. Il guru stava già malissimo. Era vestito con un impermeabile (mentre fuori c’erano i «gradi di Tunisi») mangiava dell’ananas a tocchetti mentre Alessandro chiedeva sia a lui che a Grillo:

Chiesi loro come si erano conosciuti, un po’ come quando un figlio trova il coraggio di domandare ai propri genitori dettagli sul loro primo incontro. Beppe parlava, Gianroberto mangiava l’ananas e io ascoltavo pieno di curiosità. Più o meno ogni frase pronunciata da Beppe veniva corretta da Gianroberto: «Non è come dici, ti sbagli». «Hai ragione» rispondeva Beppe.

Se Beppe per Di Battista è un patriota Casaleggio era fondamentale. «Ho pensato spesso che alcuni errori, sempre in buona fede, che abbiamo commesso, con lui in vita saremmo riusciti a evitarli». Era un leader perfino ironico: «A un certo punto, dopo aver squadrato quell’omone in piena salute di Beppe e aver masticato, faticosamente, un pezzo d’ananas si rivolse a me dicendo: “Prima di conoscerlo stavo bene”. Poi si mise a ridere».

DIBBA “L’ELETTO” A MODO SUO

Alessandro Di Battista si sente eletto. «Eletto» a suo modo, mentre corre a portare la compagna in ospedale per partorire e Di Maio viene annunciato come candidato premier del MoVimento 5 stelle.

Si può fare politica scrivendo, ed è quello che adesso voglio fare, si può fare politica imboccando il proprio percorso, si può fare politica scegliendo un prodotto invece di un altro al supermercato; si può fare politica prendendo di petto un onorevole che di onorevole non ha nulla, quando si ha l’occasione di incontrarlo per strada. Certo, ci vogliono coraggio e faccia tosta, ma è un dovere morale esprimere la propria indignazione di fronte a coloro che ne sono responsabili

«Forse – spiega – si può fare politica anche educando un figlio. Io voglio insegnargli a essere libero, sufficientemente ribelle (dico sufficientemente perché non vorrei mai che a quindici anni si approfittasse di queste mie parole) e, soprattutto, a non avere paura».

SAHRA, IL PARTO E QUELLA VOLTA CHE DIBBA FERMO’ IL PADRE

Sì, nel libro Dibba racconta il parto e quello che ha provato subito dopo. Non ha pianto, dice, ma ha recitato una preghiera davanti a una chiesa. Non ha avuto alcuna paura, a differenza della compagna che stima e che diventava mamma giorno dopo giorno:

Sahra invece cominciava a preoccuparsi. Come ogni donna si era fatta tante domande durante l’attesa: «Sarò in grado di portare avanti la gravidanza, di crescere un bambino dentro di me?», «Riuscirò ad affrontare il parto nel migliore dei modi?». Ora era l’allattamento il suo assillo. Non era sicura di avere latte a sufficienza e di essere capace di nutrire nostro figlio. Provava a nasconderlo, ma soffriva. Probabilmente pensava che se non ci fosse riuscita sarebbe stata una cattiva madre.
Io ero sereno. L’avevo osservata negli ultimi nove mesi, ogni giorno, e avevo visto quanto da ciascun suo gesto trasparisse, miracolosamente, il suo essere già mamma. Poi le avevo visto il seno. Era quintuplicato! Non avevo alcun dubbio: Andrea avrebbe avuto a disposizione tutto il nutrimento necessario.

Ed è proprio nella cosiddetta “rivoluzione a tre” che Alessandro Di Battista si accorge di quanto ora la sua testa sia altrove. Lo dimostrano i primi giorni, tornati dall’ospedale.

Non avevo seguito nulla di Italia 5 Stelle. Volevo ascoltare l’intervento di Luigi, quello di Paola Taverna, sul quale leggevo in rete commenti entusiastici, ma avevo mille cose da fare e ho dovuto operare delle scelte. O leggevo cose di lavoro o mi scaricavo il tutorial sul montaggio dell’ovetto per l’auto. Ho scelto, stupendomene ancora una volta, la seconda opzione

Il libro del Dibba prosegue come una sorte di diario del padre. Un padre che si mischia, inevitabilmente, con la figura di uomo politico. Alessandro ricorda la battuta, orribile, della giornalista Cesaretti sul suo figlio appena nato. E le lacrime della nonna di Andrea, sua madre. Salta dalla culla di Andrea alla seduta in emiciclo. Qui il ricordo del tweet di Cesaretti:

Come darle torto, del resto. Le diedi una carezza e le mostrai il mio sorriso irremovibile. Ora che sono padre inizio a pensare che nulla mi possa far star meglio del sorriso di mio figlio. Ovviamente non riferii a Sahra questo episodio. Mio padre invece era già partito in quarta. Lui è un tipo piuttosto fumantino. Aveva già scritto una risposta pubblica alla signora che era stata rilanciata su decine di pagine di attivisti del Movimento 5 Stelle, tutti comprensibilmente indignati dalle sue parole. Io sapevo che sarebbe potuta partire una polemica e sapevo che gli insoddisfatti cronici si venderebbero la coscienza per un briciolo di visibilità in più. In fondo questa era la ragione delle bassezze scritte su mio figlio. Chiamai mio padre dall’ospedale e ci discussi. Gli dissi che pretendevo silenzio da parte della mia famiglia, che capivo l’indignazione ma che preferivo che nessuno di noi le rispondesse.

IL FRATELLO LUIGI DI MAIO

Nel suo libro Dibba tocca anche il rapporto con Luigi Di Maio. Rinnega ogni antagonismo descritto sui giornali. Il vicepresidente della Camera, con cui Alessandro quando può scappa per farsi una pizza sulla via Flaminia, è ritenuto un amico. Un amico che lo va a trovare, anche dopo la nascita di Andrea.

Non faceva altro che ripetere «Mamma mia, mamma mia». Sarà stato venti minuti a guardare quel microbo addormentato. Io ero così contento! Ci tenevo tanto che Luigi lo conoscesse. Luigi ha scritto una lettera ad Andrea; mi ha dato il permesso di leggerla chiedendomi di consegnargliela tra una quindicina di anni. È una lettera stupenda.

«Io – spiega – non ho mai invidiato alcune qualità che Luigi possiede e che io obiettivamente non ho». « L’uno vale uno, uno dei capisaldi del Movimento 5 Stelle – aggiunge –  forse è stato travisato. Uno vale uno significa che tutti possono concorrere alla vita politica del Paese, ma non significa che ogni attivista o ogni eletto del Movimento possa o debba fare le stesse identiche cose di un altro».

DI BATTISTA, LA POLITICA E FINI

Il resto del libro Di Battista lo ripercorre raccontando le fasi di questa legislatura. Dal ritorno di Napolitano al ristorante pariolino dove beccò Zanda. Incluso il salotto di Lilli Gruber, dove il deputato incontrò Gianfranco Fini. In quell’occasione Fini gli chiese di salutargli il padre. Dibba gli replicò chiedendogli indietro i 10 euro che suo papà aveva versato per Futuro e Libertà. “Meglio liberi” mischia le esperienze nel palazzo e quelle in casa. Viaggi sul bus compresi, come quando Di Battista capì di esser diventato padre al telefono.

«Credo sulla Salerno-Reggio Calabria, mi mancherà un’oretta per arrivare a Potenza.»
«Ascolta, ho fatto il test.»
«Quale test?» domandai io.
«Il test di gravidanza, Alessandro.»
(…)
«Be’?» chiesi io.
«Boh» rispose lei.
«Come “boh”, Sahra, ti è uscita fuori la scritta “boh”?» Tra me e me pensai che forse i test di nuova generazione ammettono anche il dubbio.
«No, non è uscita la scritta “boh”, sono uscite due lineette, ma si vedono poco, molto poco.»
Nel frattempo il cuore mi batteva così forte che temevo mi uscisse dal petto. «Sahra, che cosa dicono esattamente le istruzioni?»
«Te le leggo: “Se compaiono due linee, anche se poco visibili, l’esito del test è positivo”.»
«Bene, mi pare chiaro» decretai. «Siamo incinti!»

L’opera di Rizzoli è la miglior risposta del Dibba sul perché non si ricandida. La sua versione dei fatti: a voi l’interpretazione.