La Finanza ha svuotato il pc di un giornalista del Sole 24 Ore: cancellati 21 anni di lavoro

di Redazione | 21/11/2017

Nicola Borzi

«Dove una volta c’erano centinaia di directory, ordinate per argomento e anno, mese e giorno, dove c’erano decine e decine di migliaia di file registrati, catalogati, ordinati, frutto del lavoro al Sole 24 Ore dal 1996, dove c’erano migliaia di mail e di numeri di telefono, non c’è più nulla». Scrive così su Facebook Nicola Borzi, giornalista del principale quotidiano economico italiano, due giorni fa oggetto di una singolare perquisizione da parte della Guardia di Finanza ordinata dalla procura di Milano. Gli uomini delle Fiamme Gialle nei giorni scorsi sono arrivati nella redazione del Sole 24 Ore per prelevare materiale frutto di inchieste e sequestrare un computer. Gli stessi controlli ai quali è stato sottoposto anche un altro cronista, Francesco Bonazzi, del quotidiano La Verità. La loro colpa? Quella di aver condotto un’inchiesta sul finanziamento dei servizi segreti attraverso conti correnti accesi nella Banca Popolare di Vicenza.

 

 

«IL MIO TELEFONO È SOTTO CONTROLLO, I MIEI POST SU FACEBOOK FILTRATI…»

L’acquisizione di documenti e file dei due giornalisti ha scatenato una dura reazione della Federazione nazionale della stampa italiana, e l’Associazione lombarda dei giornalisti. «È sconcertante come nelle ultime 48 ore la libertà di stampa a Milano sia stato oggetto di interventi di ‘controllo’ da parte delle autorità giudiziarie’», ha detto il presidente dell’Aig. «Non è ammissibile – hanno fatto sapere invece dalla Fnsi – che venga violato in questo modo e in contrasto con la giurisprudenza della Corte Costituzionale e della Corte europea dei diritti dell’uomo, il vincolo professionale che tutela la riservatezza delle fonti». Borzi si era reso disponibile a testimoniare nell’ambito dell’inchiesta, riservandosi però il diritto, previsto dalla legge, di mantenere il segreto sulle sue fonti. Un diritto che vede minacciato. «Il mio telefono – ha scritto due giorni fa – è sotto controllo. I miei post su Fb sono filtrati e appaiono a distanza di minuti. La mia carta di credito privata venerdì sera è stata disattivata e riattivata solo sabato mattina. Ho l’impressione che ‘qualcuno’ abbia visitato casa mia. Il mio archivio digitale di 15 anni di lavoro mi è stato sequestrato. Tutto quanto, non solo quello che serviva alle indagini. Eppure io non ho commesso reati: non sono indagato ma testimone».

 

 

«LA MEMORIA DEL MIO PC È VUOTA, CANCELLATI 21 ANNI DI LAVORO»

Borzi chiede ora innanzitutto che gli venga riconsegnato il suo archivio. La memoria del suo computer è vuota, priva di documenti: «Niente più relazioni della Consob, niente più documenti della Banca d’Italia, niente più bilanci di banche, di società, niente più relazioni, referti, esposti, niente più mail di risparmiatori, sindacalisti, lettori». È il prezzo da pagare, si chiede il giornalista, per aver fatto il proprio lavoro? Borzi ha anche collaborato con gli inquirenti. Ha fornito l’unica copia del materiale in sui possesso. «Io – scrive – non ho rubato né trafugato niente, non ho pagato alcuno né son stato pagato da nessuno, non ho fatto nulla che non fosse ricevere informazioni, tentare di verificarle al meglio, renderle note ai lettori secondo il mio dovere di giornalista per rispettare il diritto dei cittadini a essere informati. Io non ho fatto il lavoro delle spie, delle talpe, degli informatori. Io non ho fatto il lavoro dei poliziotti né quello dei magistrati: categorie che io rispetto profondamente, come rispetto lo Stato, ma che fanno un lavoro diverso dal mio». È un appello al rispetto del comma terzo dell’articolo 200 del codice di procedura penale (sul segreto professionale) e all’articolo 21 della Costituzione. «Tutti – recita la Carta – hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

(Immagine dal profilo Facebook di Nicola Borzi)