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La lettera del generale suicida per Rigopiano: «Quei morti mi pesano come un macigno»

«Da quando è successa la tragedia la mia vita è cambiata, quelle vittime mi pesano come un macigno: ho firmato tanti atti, non per l’albergo, ma questo non lenisce il mio dolore. Mi sono sempre chiesto se potevo fare di più. Ho il cruccio». È uno dei passaggi, probabilmente il più significativo, di una toccante lettera scritta da Guido Conti, generale che ha trascorso una vita nel Corpo Forestale dello Stato e che venerdì scorso si è tolto la vita dopo aver espresso un suo profondo malessere legato alla valanga che il 18 gennaio scorso a Rigopiano (nel comune di Farindola, in provincia di Pescara) ha travolto un albergo uccidendo 29 persone.

LA LETTERA DI GUIDO CONTI, GENERALE SUICIDA PER RIGOPIANO

Prima di compiere il gesto estremo Conti ha riempito fogli bianchi spiegando che firmò «non per l’albergo di cui non
so nulla, ma per l’edificazione del centro benessere dove solo poi appresi che non ci furono vittime. Ma ciò non leniva il mio dolore. Pur sapendo e realizzando che il mio scritto era ininfluente ai fini della pratica autorizzativa mi sono sempre posto la domanda: potevo fare di più? Nel senso: potevo prestare attenzione in indagini per mettere intoppi oppure ostacolare in qualche modo quella pratica? Probabilmente no, ma avrei potuto forse creare problemi, fastidi. Pur non conoscendo neppure un rischio valanghe, anche perché il Cta non ne notiziava neppure all’ufficio di Pescara, e ignorando la cosa del tutto, vivo con il cruccio. […] Potevo fare di più? Non lo so. Vivo con questa domanda». Sono parole di amore per il proprio lavoro, di senso del dovere, e nello stesso tempo di sgomento per la tragedia di Rigopiano, di rimorso per una propria scelta. «Rigopiano – si legge ancora nella lettera di Conti – è stato uno dei motivi che mi ha convinto a lasciare il mio lavoro, o a tentare di fare altro, o a disinteressarmi di tutto questo. Ho cercato di non pensarci, di trovare altri stimoli, avventure, progetti inutili. Non vivo, vegeto facendo finta di essere vivo. Rispettate la mia famiglia, fate che cada il silenzio, onoratemi».

Il generale si è tolto la vita con un colpo di pistola, premendo il grilletto della sua calibro 9 puntata alla tempia. Lo hanno trovato in serata due uomini della Forestale che avevano lavorato con lui. Dopo aver lasciato il lavoro Conti ne aveva trovato uno nuovo, come dirigente alla Total. Il generale si era occupato di indagini ambientali di rilievo. Si era occupato di discariche, rifiuti tossici, appalti truccati per la realizzazione di opere pubbliche. In una lettera inviata all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi all’annuncio della soppressione della Forestale scrisse: «Mio padre era ispettore generale del Corpo Forestale. Gli ha dedicato 40 anni […] e a sentir Ella, giorni fa decretare con animo lieto e, mi consenta, assoluta misconoscenza lo scioglimento di una istituzione benemerita, bisecolare e carica solo di dignità, abnegazione ed efficienza, mio padre è morto due volte. Ed insieme a lui decine di migliaia di uomini che nella nostra Missione, perché tale è lo spirito che ci anima, hanno creduto e ci credono. E questo non posso permetterlo. Senza battermi fino in fondo. Perché trionfino equilibrio e buon senso. Me lo chiesono la Sua memoria e la dignità di uomini e donne che hanno creduto e credono in quello che fanno. A volte fino al sacrificio della propria vita».

(Foto: ANSA / ALESSANDRO DI MEO)