Dal Canada grano con glifosato e in Italia (dove è vietato) incentivi per non seminare

di Redazione | 31/10/2017

grano

Metà dei 2,3 milioni di tonnellate di grano che l’Italia importa ogni anno proviene dal Canada, dove gli agricoltori fanno ampio uso di glifosato. In Italia il diffusissimo erbicida, che per lo Iarc (l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) è un probabile cancerogeno, è vietato. Non servirebbe neanche a molto, dato che il sole italiano secca naturalmente le spighe. Eppure  ogni anno aumentano gli ettari di terreno non seminato a grano. Perché? Per gli agricoltori italiani è più conveniente stare con le braccia conserte. È quanto ha dimostrato ieri Report, nel servizio “Che spiga!”, dedicato proprio al grano importato dal Canada e ai rischi per la salute correlati all’uso di glifosato.

TRACCE DI GLIFOSATO NELLA PASTA ITALIANA

Report ha fatto analizzare dei campioni dei 6 marchi di pasti più diffusi in Italia: contengono tutti piccolissime dosi di glifosato, ampiamente sotto ai limiti consentiti dalla legge, che sono di 10 mg per Kg.

Barilla: 0,301

Garofalo: 0,286

Divella: 0,249

Rummo: 0,137

La Molisana: 0,086

De Cecco: 0,083

Sulla base dei parametri europei, dovremmo stare tutti tranquilli: con queste percentuali non c’è pericolo. Per l’Istituto Ramazzini, però, non è così. Report è riuscito ad avere in anteprima i risultati dello studio del centro di ricerca sugli effetti per la salute di basse quantità di glifosato: «Le bassi quantità provocano effetti straordinariamente forti sull’equilibrio ormonale», ha spiegato la dottoressa Belpoggi, che – allarmata – ha inviato una lettera al ministro Martina. «Il nostro studio pilota mette in evidenza un impatto notevole del glifosato in termini di salute pubblica», ha scritto l’Istituto al titolare dell’Agricoltura.

IL PARADOSSO: IMPORTIAMO GRANO DAL CANADA COLTIVATO CON TECNICHE CHE IN ITALIA SAREBBERO ILLEGALI E DIAMO INCENTIVI AI NOSTRI AGRICOLTORI PER NON SEMINARE

Nell’inchiesta di Manuele Bonaccorsi il ministro Martina viene anche interpellato. Non sui rischi del glifosato, però – è probabile che ne sia consapevole, dato che l’Italia ha scelto di vietarlo – ma sul paradosso per cui agli agricoltori italiani conviene non coltivare più, grazie a un assurdo sistema di incentivi, raccontato al giornalista dagli stessi coltivatori dell’interno della Sicilia, quello che era il granaio d’Italia. «Siamo costretti a vendere il grano sotto costo, perché la quotazione è inferiore a 30 anni fa», spiegano. Il motivo del prezzo così basso: l’immissione sul mercato dei grani americani. Chi si ostina ancora in Italia a coltivare grano, lo fa perché il margine di guadagno viene dal contributo europeo di 200/250 euro a ettaro, spiegano. Il problema, però, è che questo contributo – «un’incentivazione al reddito» – verrebbe dato anche a quegli agricoltori che non fanno la semina.

E c’è di peggio, spiega Cosimo Gioia, agricoltore ed ex direttore dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Sicilia: «Stanno uscendo delle misure per cui se tu non coltivi e dai due passaggi veloci con attrezzi leggeri, prendi 350/370 euro a ettaro, che vanno sommati ai 250». Un paradosso: importiamo dal Canada grano coltivato con tecniche che in Italia sarebbero illegali e diamo incentivi agli agricoltori italiani di grano per non farli produrre, così non falliscono.

E il ministro Martina di tutto questo cosa pensa? La sua intervista è circa al minuto 20,40. «Non c’è una contraddizione tra liberalizzare il mercato e porre uno stringente sistema di regole nel nostro paese?», gli chiede Manuele Bonaccorsi. «Per me no, perché ciascuno di noi deve fare la propria parte – risponde il ministro – Noi dobbiamo lavorare sempre di più per regole certe sia in casa nostra sia verso gli altri. Il fatto che noi produciamo delle novità dal lato delle nostre scelte costringe gli altri a discutere. Per me va bene così: bisogna fare questo lavoro faticoso, perché di bacchette magiche non ce ne sono!»