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Marco Cappato: «Rischio il carcere per dj Fabo, ma continuo ad aiutare altri malati» | VIDEO

Manca poco più di un mese all’inizio del processo che vede l’esponente radicale Marco Cappato imputato per istigazione al suicidio, per aver accompagnato lo scorso anno Fabiano Antoniani – in arte dj Fabo – nella clinica svizzera Dignitas, dove ha messo fine alle sue sofferenze ed è morto, come aveva chiesto. La prima udienza sarà alla Corte d’Assise di Milano l’8 novembre. Marco Cappato ha chiesto il rito immediato e quindi per lui non ci sarà nessuna udienza preliminare: «È un processo pubblico con la giuria popolare, come avevo chiesto. Perché a questo punto è bene che in pubblico ci si confronti su quella che è la situazione oggi in Italia, su quello che si può fare, che ci sia un chiarimento a beneficio di tutti i malati e di tutte le persone», ha spiegato il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni a Giornalettismo.

Marco Cappato, dopo aver accompagnato dj Fabo, è andato ad autodenunciarsi alla Procura di Milano. I pm hanno richiesto l’archiviazione, ma il gip Luigi Gargiulo a luglio ha disposto l’imputazione coatta per l’esponente radicale. «La Costituzione riconosce il diritto a non essere sottoposti a terapie contro la propria volontà e quindi – come nei casi Englaro e Piludo – a ottenere il distacco dal respiratore sotto sedazione. Il codice penale, invece, non fa alcuna distinzione per i malati terminali», ci spiega Cappato, che spera che il processo che lo vede imputato serva proprio a chiarire le contraddizioni della normativa italiana. «L’azione di disobbedienza civile serve proprio a far venire alla luce questo problema», dice.

CAPPATO RISCHIA FINO A 12 ANNI PER ISTIGAZIONE AL SUICIDIO: «PRONTO AD ASSUMERMI LE MIE RESPONSABILITÀ»

Per l’aiuto o l’istigazione al suicidio la pena prevista va dai 5 ai 12 anni di carcere. «Sono pronto ad assumermi le mie responsabilità nel caso in cui ci dovesse essere una decisione negativa del giudice», ci dice Marco Cappato, che nel frattempo sta continuando – con l’Associazione Luca Coscioni – ad assistere altri malati, che chiedono informazioni e aiuto per mettere fine alle loro sofferenze. «Non abbiamo accompagnato nessun altro, ma ogni giorno riceviamo una o due richieste di persone che chiedono informazioni per andare in Svizzera o per ottenere comunque la morte senza soffrire», spiega l’esponente radicale a Giornalettismo.

CAPPATO: «NON SI PUÒ RELAGARE UNA QUESTIONE COME LA QUALITÀ DEL MORIRE ALLA CLANDESTINITÀ»

Storie che magari non conquisteranno la prima pagina dei giornali come quella di dj Fabo: «Molti chiedono semplicemente di essere aiutati in silenzio e non hanno nessuna intenzione di esporsi al rischio di affrontare pubblicamente una questione così delicata. Fabo lo ha voluto fare e ha chiesto di essere aiutato. È stato per me un dovere dargli una mano», ci racconta Marco Cappato. La sua vicenda – aggiunge – «ha fatto riflettere tutti sul tabù della morte e su regole che non aiutano a discutere liberamente di questo problema. Non è solo questione di essere a favore o contro, c’è proprio l’esigenza di non relegare una questione così diffusa, sempre più diffusa, come la qualità del morire, nella clandestinità. Questo è quello che non dobbiamo più accettare».