Matteo Renzi
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Matteo Renzi all’Ilva rilancia il dubbio miracolo del Jobs Act

Matteo Renzi sta girando l’Italia, prima di lanciare ufficialmente la sua seconda corsa alla segreteria del Partito Democratico. Tra una settimana l’ex presidente del Consiglio sarà al Lingotto di Torino per annunciare la sua candidatura alle primarie del 30 aprile. Oggi Renzi è stato all’Ilva di Taranto, una delle aziende simbolo del malessere sociale ed economico del Mezzogiorno. Il Sud è l’area dove il Governo Renzi ha incontrato la maggior ostilità, come si è visto al referendum costituzionale. Nel Mezzogiorno il No ha stravinto, oscillando tra percentuali comprese tra il 65% e il 75%. Il candidato alla segreteria del Partito Democratico ha però voluto lanciare un messaggio positivo sul tema maggiormente sentito al Sud, la mancanza di lavoro, rimarcando gli aspetti positivi del Jobs Act. Renzi cita la creazione di quasi 700 mila posti di lavoro avvenuti durante i suoi circa mille giorni trascorsi al Governo, rimarcando il ruolo del Jobs Act. Il dato è vero? Sì, anche se sarebbe più corretto, come fa Istat, chiamarli occupati. Un occupato in più significa una persona che ha svolto un’ora almeno di lavoro retribuita durante le rilevazioni statistiche. Posto di lavoro è un termine che la maggior parte delle persone associa a una mansione da 8 ore giornaliere, e purtroppo non sempre è così. Anche il termine creazione di posti di lavoro non coglie esattamente quello che è successo in Italia in questi anni. Renzi sostanzialmente cita due dati forniti dalle serie storiche di Istat. Il primo è il dato degli occupati a febbraio 2014, pari a 22 milioni e 145 mila persone, il secondo è quello di dicembre 2016, pari a 22 milioni e 826 mila. Facendo una semplice sottrazione, si arriva ai 681mila posti di lavoro in più rimarcati da Renzi. L’ex presidente del Consiglio si dimentica però di citare un altro dato che spiega questa presunta creazione di nuovo lavoro, che esiste, ma è piuttosto diversa da come la descrive. Nello stesso periodo la forza lavoro rilevata da Istat, formata dagli occupati e da chi cerca lavoro in modo attivo ma non lo trova, è aumentata da 25.417 persone a 25.921, Circa 500 mila in più, un aumento spiegato da due fattori, demografici. In Italia la popolazione aumenta, e diventa più anziana. Grazie alla riforma Fornero, che ha allungato l’età lavorativa, il numero degli occupati è aumentato sopratutto nella coorte anagrafica più anziana. Secondo i dati Istat a febbraio 2014, quando è iniziato il Governo Renzi, gli occupati tra i 50 e i 64 anni erano 6 milioni e 477 mila, a dicembre 2016 erano invece quasi un milione in più, 7 milioni e 374 mila in più. Il continuo incremento non è provocato da nuove assunzioni, ma dal permanere di forza lavoro che nel recente passato si sarebbe ritirata dal lavoro, anche grazie ai prepensionamenti. Questa dinamica di progressivo invecchiamento era ben spiegata dall’autorevole commentatore economico Mario Seminerio, manager ed editorialista del Fatto Quotidiano, sull’apprezzato Phastidio.net.

Osservando i dati Inps su attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro, si vede però che le cose non stanno in questi termini. Non c’è alcun boom degli assunti over 55. E quindi? Per spiegare il mistero, immaginate che il mercato del lavoro sia una vasca con un rubinetto. Se alla vasca viene tolto il tappo l’acqua defluisce rapidamente. Il tappo è dato dai requisiti di pensionabilità. Il flusso che esce dal rubinetto è dato dall’ingresso (o rientro) nel mercato del lavoro. Se tappiamo la vasca, o facciamo in modo che da essa esca pochissimo liquido, la vasca medesima tenderà a riempirsi grazie al rubinetto aperto. Questo spiega parte non trascurabile dell’aumento del numero di occupati. Considerando la “clessidra demografica” del paese, ed il progressivo posticipo dell’età pensionabile, il numero di occupati tende ad aumentare col passare del tempo.

Un tweet di Istat sulla diminuzione dei pensionati in Italia, nonostante l’aumento dell’aspettativa di vita, spiega in modo diverso lo stesso dato. La popolazione invecchia, rimanendo più a lungo sul posto di lavoro, e così si creano “occupati” tra gli over 50, l’unica fascia dove ciò è rilevato.

Matteo Renzi

Secondo Istat tra il febbraio 2014 e il dicembre del 2014 l’occupazione è aumentata solo tra gli over 50. Nella coorte più giovane gli occupati sono cresciuti di circa 50 mila unità, mentre tra i 25 e i 34 anni e i 35 i 49 anni sono diminuiti: da 4.114 a 4.078 milioni e da 10.208 a 9.861 milioni. La debolezza del nostro mercato del lavoro è indicata dall’elevato numero di persone che cercano ma non trovano occupazione, su valori sostanzialmente stabili durante il Governo Renzi. Nel febbraio del 2014 erano 3 milioni e 200 mila i disoccupati, a dicembre 2016 2 milioni e 900 mila. Scorporando il dato per classi anagrafiche, si nota come il tasso di disoccupazione sia contenuto solo tra gli over 50, dove oscilla intorno al 6%, mentre cresca con il diminuire dell’età: intorno al 10% tra i 35 e i 49 anni, intorno al 18% tra i 25 i 34 anni, e poco sotto il 40% tra gli under 25. Il tasso di occupazione complessivo conferma come la creazione di lavoro sia stata contenuta, passando dal 55,4 al 57,4%. In conclusione, non si può non notare che mentre nell’Eurozona la crisi finanziaria del 2008 sia sta quasi del tutto assorbita dalla ripresa registrata dalla seconda metà del 2013, l’Italia arranchi ancora. Forse sarebbe più saggio riflettere sui dati Istat con più cautela, vista che la percezione negativa degli italiani del mercato del lavoro non è una fake news.

Foto copertina: ANSA/MAURIZIO DEGL’INNOCENTI