Mafia, camorra e ‘ndrangheta hanno nomi e cognomi: la mappa dei clan comune per comune | Gallery

di Donato De Sena | 28/01/2017

mappa clan

Estorsioni, traffico di droga, riciclaggio di denaro sporco in attività lecite, appalti manipolati. In Italia la grande criminalità organizzata continua a macinare decine di migliaia di euro di profitto all’anno. Ieri è stata resa nota l’ultima relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento sull’operato e l’attività svolta dalla Dia, la Direzione Investigativa Antimafia. Nel rapporto, relativo al primo semestre del 2016, sono contenute anche le mappe aggiornate di famiglie, ‘ndrine e clan attivi in Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. Con l’indicazione dell’area di influenza. Provincia per provincia. Comune per comune.

 

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MAPPA CLAN SICILIA, COSA NOSTRA SILENTE

La relazione della Dia, per quanto riguarda Cosa Nostra, rileva come l’organizzazione mafiosa siciliana «continui a caratterizzarsi, in primo luogo, per essere un’organizzazione criminale fortemente strutturata, avente un proprio ordinamento, un vasto bacino di reclutamento ed elevate potenzialità offensive». Si tratta di caratteristiche che permangono nonostante la persistente crisi che l’associazione in una fase in cui cerca «di recuperare la salda leadership di un tempo». La Direzione Investigativa Antimafia registra un «acutizzarsi dell’insofferenza
verso il potere esercitato dalla frangia corleonese, in passato garanzia di massima coesione verticistica e la cui autorità». Si conferma poi il «fenomeno dell’inabissamento», che però «non è da intendersi come depotenziamento, quanto piuttosto una, seppur forzata, scelta strategica di sopravvivenza finalizzata a sottrarsi alla pressione dello Stato», di gestire «in maniera silente» gli affari interni ed esterni.

MAPPA CLAN CALABRIA, ‘NDRANGHETA A DUE FACCE

La ‘ndrangheta, intanto, spiega ancora la Dia nella sua relazione semestrale, non è più da considerare come un «insieme di cosche ‘monadi’», ma un «tutt’uno solidamente legato,
con un organismo decisionale di vertice ed una base territoriale». Al vertice della struttura gerarchicamente organizzata c’è il cosiddetto «’crimine’ o ‘provincia’, sovraordinato a quelli che vengono convenzionalmente indicati come ‘mandamenti’, che insistono sulle tre macro aree geograficamente individuabili nella ‘ionica’, ‘tirrenica’ e ‘centro’». È una organizzazione a due facce: «una moderna, fluida, versatile ed in grado di aggiornarsi e cogliere ogni occasione di profitto, l’altra dal carattere arcaico, fatta di regole, gradi, prassi, formule, giuramenti, santini e sangue, che unisce e rinsalda il sistema». È su questa bivalenza, spiega l’Antimafia, che si è «consolidato il percorso di affermazione e radicamento della ‘ndrangheta, la cui ascesa rapidissima la colloca, ora, tra le più temibili mafie a livello internazionale». La relazione della Dia rimanda ricorda parole espresse nelle motivazioni della sentenza di primo grado del processo ‘Crimine’:

«La ‘ndrangheta, anche quella che importa dal Sudamerica cocaina o che ricicla nei mercati finanziari mondiali ingenti risorse economiche è quella che ha come substrato imprescindibile rituali e cariche, gerarchie e rapporti che hanno il loro fondamento in una subcultura ancestrale e risalente nel tempo, che la globalizzazione del crimine non ha eliminato ma che, probabilmente, costituisce la forza di quella organizzazione ed il suo ‘valore aggiunto’».

MAPPA CLAN CAMPANIA, CAMORRA FRAMMENTATA

La camorra, infine, conferma la sua disomogeneità, la sua frammentazione, le diversità da provincia a provincia e tra province e città La Dia descrive la criminalità organizza campana come «associazione criminale multiforme e complessa, fortemente radicata nell’intera Regione
e difficile da inquadrare in una definizione unitaria». «Nei territori dove si assiste, con cadenza quasi quotidiana, ad azioni violente, i gruppi – spiega ancora l’Antimafia – sembrano infatti aver assunto una struttura ‘pulviscolare’ che ne accentua le conflittualità. Il denominatore comune di tali aggregazioni, specie di quelle operanti nell’area metropolitana di Napoli, rimane senza
dubbio la spregiudicatezza dell’operato criminale, che non di rado si manifesta con le cosiddette ‘stese’, ossia sparatorie non controllate a bordo di motociclette. La mancanza di prevedibilità nell’agire e l’assenza di una strategia comune rappresentano le caratteristiche essenziali
del modus operandi di questi gruppi emergenti, la cui ‘sopravvivenza’ è spesso molto breve: a Napoli, in particolare, si contrappongono sodalizi formati da giovanissimi ma con un curriculum criminale di tutto rispetto, che iniziano a delinquere dalla prima adolescenza, concludendo spesso la loro parabola criminale poco più che maggiorenni, a seguito di azioni sanguinarie.
Conseguentemente, il tentativo di cristallizzare, attraverso le indagini, i ruoli e le funzioni degli affiliati e le alleanze operative in atto è spesso vanificato da una realtà criminale permanentemente in fieri, che nel capoluogo assume quasi una dimensione parossistica».

(Immagini da relazione della Dia gennaio-giugno 2016)