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Gli abitanti delle case popolari di San Basilio: «Non è razzismo, a noi italiani chi ci pensa. Qua se morimo di fame»

Ieri una famiglia marocchina, regolarmente intestataria di un alloggio popolare a San Basilio, non ha potuto prendere possesso dell’immobile per colpa della rivolta dei loro nuovi vicini di casa. Frasi razziste, cori, è dovuta intervenire la polizia per sedare gli animi. Oggi Repubblica, in un pezzo a firma di Luca Monaco, torna sul luogo del misfatto spiegando la rabbia e l’abbandono delle istituzioni.

Noi qui siamo abbandonati, altro che Tor Bella Monaca». Enzo, 27 anni, indica l’intonaco cadente sotto i balconcini dei 24 appartamenti di edilizia popolare in via Filottrano 15. La luce fioca di un lampione, uno dei pochi a illuminare la strada, riflette l’ombra di un pallone bucato sul prato spelacchiato al centro dei lotti di San Basilio Nuova. Siamo nel VI municipio della Capitale, 13 chilometri a Nord Est del centro, tra la Tiburtina e la Nomentana. Eppure tanto Roma non sembra più. Lo racconta la rabbia dei 30 inquilini che ieri mattina hanno impedito a una famiglia marocchina di prendere possesso dell’appartamento al V piano, regolarmente assegnato dall’Ater. «Se veniva una famiglia italiana l’avremmo ricevuta con tutti gli onori, ma questi stranieri chi li conosce – sbotta Paola, una casalinga di 50 anni – perché non se ne tornano al Paese loro. Non è razzismo, a noi italiani chi ci pensa. Qua se morimo di fame». Paola, insieme agli altri residenti del palazzo, si è piantata davanti al portoncino dell’appartamento per impedire l’ingresso a Mourad Maslouh, 40 anni e a sua moglie Fatya, 30, che insieme a loro tre figli di sette, cinque e un anno, erano stati convocati dalla polizia municipale per prendere possesso della
casa assegnata dall’Ater. Sono volati gli insulti. «Montante sul gommone, tornate a casa vostra», hanno gridato in tanti. I figli di Mourad piangevano increduli. Adriano Morea, 53 anni, insieme a suo figlio Enzo e al fratello Claudio, sono stati costretti ad abbandonare l’appartamento che avevano occupato abusivamente ad Agosto e che era stato assegnato alla famiglia Maslouh. Un fatto inaccettabile per gli inquilini. «Mi dispiace se quella famiglia è dovuta andare via, io non ce l’ho con loro – si giustifica Morea – ma anche noi dobbiamo vivere. Io in questo palazzo ci sono nato. Sono disoccupato. Dopo il divorzio sono stato sfrattato, ho dormito tre anni in cantina con i topi, poi mi sono comprato una roulotte. A agosto ho visto l’appartamento vuoto e sono entrato. Non ho colpe, datemi una casa e me ne vado».

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Su 3.700 alloggi Ater il 40% degli inquilini è moroso. Immobili vecchi che andrebbero riqualificati. Virginia Raggi ha definito vergognoso l’episodio di ieri sera.

«Stiamo dando il via al Piano di riqualificazione urbana – assicura intanto la minisindaca Roberta Della Casa – Abbiamo già preso in consegna il nuovo mercato, due strade e dei giardini: presto apriranno». Eppure le siringhe nel mercato di via Recanati, i neon fulminati, l’intonaco cadente denunciano altro. Su via Tiburtina c’è la polveriere della ex fabbrica di penicillina dove convivono famiglie rom, stranieri, senza casa. Un dei tanti nodi irrisolti del quadrante. Come le strade costellate dai crateri. E gli esercizi commerciali crocevia dei traffici illeciti. Un esempio? Il bar “della coltellata” in via Corinaldo, la piazza di spaccio più grande di Roma a 13 chilometri dal centro.

(in copertina Adriano davanti alla cantina in Via Filottrano, nel quartiere romano di San Basilio, dove dormiva prima di comprarsi il camper e prima di prendere possesso di un appartamento sfitto. L’uomo è stato poi sfrattato, assieme alla sua compagna, al figlio e al suo cane, da una coppia di origine marocchina con tre figli piccoli, cui è stata assegnata la casa popolare. Roma, 6 dicembre 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI)