Una valanga di NO che chiede “instabilità”. Per Renzi è l’ora della traversata del deserto

di Marco Esposito | 05/12/2016

Matteo Renzi dopo referendum

E’ stata una valanga. Una valanga di NO alla proposta di riforma costituzionale di Matteo Renzi, ma soprattutto a Matteo Renzi e al suo governo. Gli italiani, popolo politicamente inquieto negli ultimi venti anni, vogliono cambiare, ancora una volta.

L’esperienza di governo di Matteo Renzi è incastonata in due voti, in due 40%, dai valori simbolici opposti. Da una parte il 40% delle Europee, dall’altra quello della sconfitta di ieri, una sconfitta che peserà nella sua carriera politica, e nella storia di questo paese. Ma c’è un’altra cosa che divide quei due 40%. Quello delle elezioni europee del 2014 era una richiesta di governabilità del paese. Una richiesta chiara degli italiani al nuovo premier: ora tocca a te governare questo paese. Dopo due anni e mezzo quegli stessi italiani hanno posto fine all’esperienza di Matteo Renzi al governo. Il voto di ieri è un voto che chiede discontinuità, che vuole chiudere l’esperienza dell’esecutivo del presidente del Consiglio, ma che soprattutto chiede un rapido ritorno alle urne. In primavera, al massimo. Subito dopo l’approvazione da parte di un governo istituzionale di una nuova legge elettorale, che faccia veramente pochissime cose, per poi farsi da parte. Gli elettori hanno chiesto la parola, ora è giusto dargliela. La cosa peggiore che possono fare i partiti tradizionali ora, è quella di blindarsi nel palazzo grazie ad un governicchio di grande coalizione che miri ad allungare la legislatura. Sarebbe l’ennesimo regalo al Movimento 5 Stelle.

MATTEO RENZI NON È FINITO

Subito dopo la fine dello scrutinio ho letto sia sui social network, sia sui giornali analisi secondo le quali Matteo Renzi sarebbe finito. L’ansia degli antirenziani di vedere l’ex sindaco di Firenze fuori dall’agone politico testimonia quanto in realtà sia temuto dai suoi avversari, soprattutto da quelli interni. Il presidente del Consiglio – anche nel giorno della sconfitta più netta – conferma la sua capacità di raccogliere consenso, prendendo oltre 13 milioni di voti. Sicuramente non saranno tutti “voti di Renzi”, ma possiamo considerare che lo siano la stragrande maggioranza. Un patrimonio che né il centrosinistra né Renzi stesso possono permettersi di ripudiare. Sarebbe masochista da parte del Partito Democratico buttare a mare il suo leader e il consenso che ha saputo suscitare (anche se il masochismo è da dieci anni circa il più fedele compagno d’avventura del Pd); sarebbe suicida da parte del Premier abbandonare la politica come sembra trapelare da alcune persone a lui vicine. Gettare alle ortiche quanto costruito in questi anni, sarebbe un harakiri che non troverebbe giustificazione in un’amarezza oggi del tutto comprensibile.

L’ascesa di Matteo Renzi è stata velocissima, forse fin troppo veloce per una parte della sua classe dirigente. In pochi mesi si è trovato a passare da sindaco di una città a Presidente del Consiglio. Una scalata fulminante e inebriante. Ora bisogna avere la pazienza e la capacità di cambiare passo. Di fare quella famosa “traversata del deserto” di cui Silvio Berlusconi parlò riferendosi al periodo che va dalla nascita del governo Dini (1995) alla vittoria elezioni politiche del 2001. Matteo Renzi, oggi, deve dimostrare di essere un politico vero, capace di saper percorrere le salite, anche ripide, dopo aver percorso in discesa il vuoto lasciato dal voto del 2013 all’interno del suo partito. Si, Matteo Renzi deve avere il coraggio di fare il “politico di professione”, dichiarandosi tale, coltivando la virtù della pazienza e dell’attesa.

IL FUTURO DEL CENTROSINISTRA

«Non lascio il NO al centrodestra» diceva Bersani qualche giorno fa. Ci spiace per l’ex segretario del PD, ma la vittoria di questo scontro elettorale è tutto ad appannaggio del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Ed è proprio questo il nuovo bipolarismo che potrebbe delinearsi con l’eclissi di Renzi nel centrosinistra. Un Pd dimezzato o quasi nei consensi, non sarebbe altro che uno spettatore nello scontro – secondo il nostro modesto parere da incubo – tra Beppe Grillo e i lepenisti. Uno scenario da brivido, dal quale la sinistra PD non è assolutamente in grado di tirare fuori il centrosinistra italiano. La cosa peggiore che potrebbe fare il centrosinistra in questo momento è quello di allungare a dismisura una legislatura che – dopo la bocciatura delle riforme – non ha più alcuna ragione d’essere. Asserragliarsi nel palazzo, per qualche giorno da parlamentare in più, sarebbe un ulteriore errore, che regalerebbe altri consensi al populismo dilagante in questo paese.