Roberto Saviano torna a Napoli. E spunta lo striscione della vergogna

di Alessandro De Simone | 12/11/2016

roberto saviano striscione

ROBERTO SAVIANO STRISCIONE –

Io sono napoletano. Lo dico con orgoglio, da quando sono nato, sogno possa essere la mia città, che amo, l’ultima cosa che vedrò prima di togliere il disturbo. Vivo lontano, all’estero, e ogni volta che ci torno mi salgono le lacrime agli occhi nel vedere tanta bellezza e tanto dolore che si accoppiano selvaggiamente, generando mostri di indicibile ferocia.
Ma la amo, come la ama Roberto Saviano, che oggi al suo ritorno a casa, perché quella è casa sua, è stato accolto con uno striscione tanto vigliacco quanto becero, che rappresenta tutto ciò che Napoli non è. Questo:

Saviano: la camorra e rinnegati no hanno nazionalità=Napoli ha bisogno d’amore non di fango. Napoli Nazione

Guardate la foto, personalmente scrivere quelle parole mi è impossibile, lo sarebbe per me come per tutti quelli che sanno veramente cosa vuol dire nascere, crescere, vivere a Napoli.

LEGGI ANCHE: ROBERTO SAVIANO “MALEDETTI BASTARDI SONO ANCORA VIVO

Io sono cresciuto a Sant’Anna di Palazzo, Quartieri Spagnoli, a pochi metri da Piazza Plebiscito, tra il Gambrinus e i delinquenti della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, che nei quartieri negli anni Ottanta facevano i comodi loro. In periferia, a Secondigliano, c’erano I Licciardesi. Da qualche altra parte c’era qualcun altro, in tempi diversi, tanto non è quello che importa. Si sparavano, per il controllo del territorio, dello spaccio, del contrabbando, della prostituzione, di qualunque cosa. A un certo punto iniziarono a cadere come mosche, la ‘Ndrangheta aveva capito “o bisiniss” e lanciò l’OPA. Le vele di Scampia diventarono il simbolo dell’accomodamento che lo Stato fece, già negli anni Settanta, nei confronti della criminalità organizzata. Una struttura architettonica pensata per diventare un ghetto e un quartier generale. E così fu. Adesso dicono che le demoliscono. Ci crederò quando lo vedrò.

Roberto Saviano tutte queste cose le ha raccontate, magari si sarà preso delle licenze poetiche, ma chi scrive lo fa, alla fine siamo tutti un po’ Emilio Salgari (l’accento mettetelo dove vi pare), ci sentiamo meglio mentre battiamo sui tasti se ci mettiamo un po’ di avventura. Ma quello che conta, e che se si possono smentire vuol dire che devi cambiare mestiere, sono i fatti. E Roberto Saviano ha raccontato fatti, verità, ignobili, verificate e confermate. E per questo ha pagato e sta pagando. Certo, è un uomo famoso, ricco, molti pensano che il suo isolamento sia fasullo, che sia tutta pubblicità. Gente che non ha niente di meglio a che pensare. E molti sono convinti che Roberto Saviano ci abbia marciato e mangiato su Napoli, che abbia gettato fango, come lo striscione di oggi recita e insinua, che non ami la sua città.

Ecco, a voi tutti, mi sento di dire, dal mio piccolissimo punto di vista, che non avete capito un cazzo. Perché chi ama Napoli, la vuole salvare, a costo di perdere se stesso.

Quando ero bambino, tutte le mattine d’estate, quando non si andava a scuola, uscivo con mio nonno, che aveva due riti. Il primo, andare a prendere un caffè al sole al Gambrinus, leggendo Il Mattino e fumando tre o quattro delle sue Kim. Il secondo caffè lo prendeva in galleria, con gli amici di gioventù, loro che avevano combattuto su fronti opposti (mio nonno su quello che perse), ma una volta che tutto ebbe fine, una cosa che li univa: l’amore per la città. Un sentimento che si è prima imbastardito e poi perso nelle generazioni successive. Ho avuto la fortuna di crescere con persone di un’altra epoca che mi hanno insegnato cosa volesse dire essere napoletano, i miei genitori hanno fatto il resto. Ecco, dalle foto della sua visita, e che assurdità dire una cosa del genere di un posto che dovrebbe essere casa sua, vedo negli occhi di Roberto Saviano una gioia straordinaria, che è quella che avrò nei miei quando fra meno di un mese mi concederò un paio di giorni a passeggiare tra i Tribunali e Mergellina, Piazza Bellini e Via Chiaia.

Saviano è a Napoli per parlare del suo romanzo, La paranza dei bambini, che parla di qualcosa di tragicamente vero, le bande di ragazzini che fanno del crimine la loro vocazione, convinti che non ci sia altro. Lo fa a Sanità, dove è comparso lo striscione, in uno dei tanti cuori di Napoli.
E anche qui, tutti a puntare il dito contro questa città, l’unico posto in una società civile dove può accadere un simile abominio. Vi svelerò una cosa. Non è vero. Non succede solo qui. Ma Napoli è vicina e quando punti il dito riesci a coprirla tutta. Così non la vedi, e non ci pensi più.

Roberto Saviano invece ci pensa. Nel modo giusto. A mio parere. Da napoletano.