La ragazza del treno ha sbagliato stazione – Recensione

di Alessandro De Simone | 03/11/2016

LA RAGAZZA DEL TRENO RECENSIONE –

Nel gergo editoriale anglosassone vengono chiamati “Turnpages”, ovvero quei romanzi che non sono ovviamente dei capolavori, ma da cui non riesci a staccarti nemmeno sotto percosse. Gli Imperatori di questa categoria, amata fino alla follia dagli editori, sono Stephen King e John Grisham, e ci vuole un talento non da poco per riuscire a costruire queste perfette macchine narrative. La ragazza del treno rientra in questa categoria. Se è stato uno dei romanzi di maggiore successo del 2015 il merito è soprattutto della sua scrittura scorrevole, facile (in originale è veramente un libro da treno e metropolitana, per cui non c’è bisogno di una particolare concentrazione), delle sospensioni della suspence nel momento giusto, ma soprattutto di una costruzione sopraffina dei tre personaggi femminili attorno a cui ruota la storia. Un lettore di thriller appena affezionato, a dire il vero, svela il mistero molto presto, ma come sempre accade in questi casi, preferisce non credere a se stesso per provare l’arrogante ebbrezza del dire “Ah, lo sapevo!”.

 

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LA RAGAZZA DEL TRENO CAST –

Dal libro al film La trasposizione cinematografica, anche molto celere, per non perdere l’onda dell’entusiasmo, era obbligata. La cosa importante era riuscire a trovare tre attrici che potessero incarnare, senza prima di tutto tradirne l’anima, Rachel, Megan e Anna. Ed Emily Blunt, Haley Bennett e Rebecca Ferguson sono state tre scelte perfette. L’ambientazione è stata spostata dalla Londra dei “commuters” alla New York dei “suburbs”, e si è reso il tutto ancora più al femminile, eliminando il personaggio dell’ispettore di polizia per mantenere solo la sua partner professionale, il detective Riley, qui intepretato dalla sontuosa Allison Janney (gli appassionati della serie West Wing la ricordano senz’altro nei panni dell’addetto stampa della Casa Bianca).

LA RAGAZZA DEL TRENO RECENSIONE –

Come spesso avviene, purtroppo, il passaggio dalla pagina allo schermo non sempre funziona nel verso giusto. La cosa più complicata da replicare al cinema era la struttura asincrona del romanzo e soprattutto la sua ricchezza di temi, trattati con attenzione e intelligenza, la maggior parte incentrati sui lati oscuri del rapporto coniugale e le sue quotidiane violenze psicologiche. La Hawkins tratteggia tre donne complementari, tutt’altro che perfette, anzi, e non le risparmia dai loro difetti e dalle loro colpe. Ma offre anche loro redenzione, quando è il momento. La sceneggiatura di Erin Cressida Wilson, nonostante la sua specializzazione “al femminile”, non riesce però a condensare questa ricchezza in meno di due ore. Non era facile, ma le mancanze sono le stesse che si riscontrano anche in molti dei suoi precedenti lavori, come Fur, Men, Women and Children (film corale di Jason Reitman inedito in Italia) e Chloe di Atom Egoyan. Il lavoro sulla psicologia dei personaggi è infatti solo apparentemente approfondito, ma in realtà la superficie viene appena scalfita.

LA RAGAZZA DEL TRENO TRAMA –

Non aiuta a scavare neanche la regia, piatta e dal ritmo altanelante, di Tate Taylor, difetti già riscontrati nel sopravvalutato The Help e nella biografia di James Brown Get On Up. Per fortuna, come nei due titoli qui citati, il cast tiene la barca a galla. Emily Blunt è meravigliosamente trasfigurata nell’alcolizzata moglie tradita e lasciata Rachel, la sua nemesi Rebecca Ferguson è una Ann perfetta, e soprattutto Haley Bennett è esattamente la Megan del romanzo, fredda e sensuale, indomita e nichilista, fino al momento della rivelazione. Succede purtroppo tutto troppo in fretta, e la maggior parte delle sorprese che nel romanzo creavano suspence, vengono buttate sul tavolo distrattamente. Peccato, perché da un’opera popolare così complessa si poteva trarre un prodotto di grande intrattenimento.

In conclusione La ragazza del treno non mantiene le promesse, ma per chi ha amato il romanzo e desidera riviverlo “dal vero” è comunque un film da vedere, anche solo per criticarne le scelte e poterne parlare a cena (o sui social) con cognizione di causa. Per chi non ha avuto il battesimo del romanzo, potrebbe essere una cocente delusione, ed è un peccato, perché per quello che racconta, Paula Hawkins ha mascherato da bestseller un piccolo trattato socio-antropologico che se letto con attenzione fa davvero molta paura.