Bernardo Provenzano morto
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Il boss Bernardo Provenzano è morto

BERNARDO PROVENZANO È MORTO

La scalata ai vertici della mafia siciliana, l’assalto allo Stato tra omicidi e bombe accanto a Totò Riina, una vita passata da latitante fino all’arresto a Corleone nel 2006. E poi dieci anni di carcere duro, ormai dimesso e malato, la fine. È la parabola di Bernardo Provenzano, l’ultimo indiscusso capo di Cosa Nostra, morto all’età di 83 anni. Boss sanguinario prima, ma allo stesso tempo “traghettatore” della mafia siciliana poi: dalla fase stragista verso quella della “sommersione”. Al di là delle condizioni di salute più che precarie, ormai indicato come una sorta di “vegetale” da diverse perizie, non aveva ottenuto la sospensione della pena, né la revoca del 41 bis, confermata pure dal Guardasigilli Orlando lo scorso aprile. Si è spento nell’ospedale San Paolo di Milano, lì dove era stato ricoverato il 9 aprile 2014, dopo la detenzione nel carcere di Parma.

LA PARABOLA DI BERNARDO PROVENZANO

Pluriergastolano, mandante delle stragi più feroci e sanguinarie della storia mafiosa del nostro Paese, “Zu Binnu u’ Tratturi”, riuscì a fuggire alla cattura per oltre quattro decenni. Era l’11 aprile 2006, dieci anni fa, quando lo trovarono in una masseria di Montagna dei cavalli, nella campagna della sua Corleone.

Lì, in quella terra dove aveva scalato i vertici della mafia siciliana, poco distante dall’abitazione dei genitori, si presentò già come un uomo dimesso. Spartano, tra le cicorie e le ricotte preparate e fatte arrivare dalla moglie Saveria nel suo rifugio. Non oppose resistenza, si complimentò con chi lo aveva arrestato. Quasi un paradosso per chi, insieme a Totò Riina, era stato il volto di una Cosa Nostra che aveva dichiarato guerra allo Stato, tra omicidi efferrati di giornalisti, magistrati, uomini delle istituzioni e non solo. E bombe. Quelle che Cosa Nostra aveva usato per far saltare in aria simboli del nostro Paese, come i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Binnu u Tratturi, il soprannome che gli era stato attribuito per la violenza con cui trattava i suoi avversari, per i pentiti di mafia divenne però anche il regista di quella strategia di “sommersione” che seguì la stagione violenta di Riina. Quella che il “capo dei capi” aveva ordinato per ribellarsi alle sentenze e alle condanne del maxiprocesso. E che venne archiviata alla ricerca della “pacificazione”, per tornare al sommerso degli affari.

CHI ERA BERNARDO PROVENZANO, L’ULTIMO CAPO DI COSA NOSTRA

In cella, quando venne arrestato dopo la lunga latitanza, Provenzano si era portato tutti i segreti e misteri di Cosa Nostra. Così come quelle relazioni con gli apparati e pezzi deviati dello Stato ora al centro del processo sulla “trattativa Stato-mafia”. Segreti che ora si porterà nella tomba, Provenzano. Lui che per tutta la vita sospettò di tutto e tutti, raccomandando ad amici e parenti di parlare a bassa voce, di controllare “cimici” e telecamere nascoste. I suoi ordini di morte era inviati con i suoi noti “pizzini”, messaggi in codice, approssimativi, ma con il quale riuscì a restare il capo indiscusso mafioso anche durante la lunga latitanza.

Fogli che, come raccontò il pentito Angelo Siino, raccontavano tutto l’apparato affaristico della mafia di Provenzano. Un sistema intrecciato di economia illegale e rapporti con imprenditoria, colletti bianchi, apparati istituzionali, politica nello sfondo.

Cresciuto all’ombra di Luciano Liggio, che di luì disse che era in grado di “sparare da dio“, Provenzano si impose nelle file della cosca di Corleone insieme a Riina. Fu, di fatto, il suo secondo, lo “stratega” di Cosa Nostra accanto al volto irruento del “capo dei capi”. Poi, dopo la stagione delle bombe e l’arresto dello stesso Riina, fu compito di Provenzano gestire proprio la fase della “sommersione”, che seguì quella del terrore e del tritolo contro lo Stato. Una strategia con la quale voleva riportare la mafia ai suoi affari tradizionali, andando a “trattare” con lo Stato. Anche a costo della stessa cattura di Riina. Con il “capo dei capi” che sospettò, come mostrarono le sue “confidenze” intercettate in carcere, di essere stato di fatto “consegnato” allo Stato.

Per decenni Provenzano riuscì a fuggire alla cattura. Una vicenda che resta ancora oggi un mistero. Con l’accusa di aver protetto la sua latitanza, finì sotto processo anche il generale del Ros Mario Mori, ma è stato assolto in relazione alla mancata cattura del boss a Mezzojuso nell’ottobre del 1995. Una sentenza di assoluzione confermata anche in Appello lo scorso maggio.

IL CARCERE DURO E IL DECLINO FISICO

Negli anni di carcere duro i magistrati hanno tentato più volte di carpire i segreti di Provenzano. Invano. Dimesso, smemorato, un lento declino fino alla morte: così si è presentato agli inquirenti.

Anche i processi in cui era ancora imputato, compreso quella sulla “trattativa Stato-mafia” in corso nell’Aula bunker dell’Ucciardone a Palermo, erano stati sospesi. “Incapace di partecipare“, lo consideravano i medici. Tutto a causa del grave stato di decadimento cognitivo. Il quadro neurologico era ormai in lento e progressivo peggioramento. Lunghi periodi di sonno, poche espressioni di senso compiuto, eloquio ormai incomprensibile: questa era stata l’ultima diagnosi realizzata in ospedale. Fino alla morte.

La sua uscita di scena aveva comportato un passaggio di testimone, ai vertici mafiosi. A Matteo Messina Denaro, si credeva. Ovvero, al volto più moderno e spregiudicato della mafia, anche lui – come lo era stato Zu Binnu – latitante. E ancora introvabile. Non è detto che sia lui l’attuale vertice. Potrebbero essere boss ancora senza volto, per una mafia siciliana che più volte ha tentato di riorganizzarsi. Di certo, con Messina Denaro Provenzano si scambiò messaggi e “pizzini”. E segreti. Quelli che ora il boss porterà con sé.