Migrante ucciso a Fermo, la compagna Chimiary: «Voglio guardare l’assassino in faccia»

di Redazione | 08/07/2016

emmanuel chimiary storia

«Non lo so. Voglio andare in carcere. Fatemi andare in carcere. Voglio guardare quell’uomo in faccia, negli occhi e chiedergli perché? Perché mi hai fatto questo?». Parla così Chimiary, la donna nigeriana che ha perso il compagno, Emmanuel Chidi Nnamdi, dopo un’aggressione subita in strada a Fermo martedì scorso, colpito brutalmente da un ultrà di destra (Amedeo Mancini) con un segnale stradale per aver reagito ad insulti razzisti. «In Italia sognavamo una nuova vita», dice Chimiary in un’intervista rilasciata a Giuliano Foschini per Repubblica:

Conoscevate Mancini?

 

“Mai visto in questi otto mesi, da quando siamo arrivati a Fermo. Eravamo usciti per comprare una crema per il corpo. Passeggiavamo, quando all’improvviso quei signori hanno cominciato a insultarmi. “Africans scimmia”, “africans scimmia”. Mi ha preso, mi ha spinto, mi ha dato un calcio. Emmanuel mi ha difeso. Quel segnale stradale l’ha preso l’uomo italiano, però, poi lo ha colpito. Ed Emmanuel è caduto per terra”.

 

Perché eravate in Italia?

 

“Vivevamo in Nigeria. Ero studentessa al secondo anno di medicina, Emmanuel lavorava. Avevamo un bambino di due anni e mezzo. Avremmo dovuto sposarci, mancava meno di un mese. Poi una bomba di Boko Haram ha distrutto tutto. Volevano colpire una chiesa. Hanno distrutto anche la nostra casa: è morto il nostro bambino. Sono morti i genitori di Emmanuel. Non avevamo niente eppure avevamo tutto. In quell’istante abbiamo perso ogni cosa. Siamo scappati subito. L’Italia era un sogno, volevamo trovare tutto quello che avevamo perso”.

Com’è stato il viaggio?

 

“Un incubo. Quattro mesi passando da Niger e arrivando in Libia. Poi è accaduta una cosa bella”.

 

Cosa?
“Aspettavamo un bambino, il nostro bambino. Eravamo partiti da soli, senza nessun aiuto. E avevamo di nuovo trovato tutto: tutta quella fatica, tutto quell’orrore aveva una giustificazione. Lo stavamo facendo per il nostro bambino e per tutti gli altri che sarebbero arrivati. Non sapevamo che invece eravamo soltanto all’inizio”.

(Foto di copertina: ANSA / PER GENTILE CONCESSIONE DI IL REDATTORE SOCIALE)