Dolce & Gabbana Napoli
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Perché Napoli si sente Dolce e Gabbata? Ecco il lato oscuro della napoletanità

DOLCE & GABBANA A NAPOLI –

“Il buono con il cattivo”, diceva quel tale. Ed effettivamente pure nella napoletanità, fantasmagorica categoria decantata da scrittori, ingegneri-filosofi e poeti, c’è una parte – una buona parte – di male. Riflettendoci, la napoletanità deve stare anche in questo: nel lamentarsi succeda quel che succeda; nella capacità (straordinaria, certo) di prendere una cosa, qualunque essa sia, e di minimizzarla, accartocciarla, raccontarla come fosse niente. Dolce&Gabbana a Napoli? “Cos ‘e niente”, à la De Filippo, a muso duro e bocca sguaiata.

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E invece c’è da dire che la scelta – e tutto quello che ne consegue – di Domenico Dolce e Stefano Gabbana di venire qua a Napoli e di usare queste strade, questi vicarielli, come location per il trentennale del loro marchio, è una buona – buonissima, volendo eccedere nei superlativi – cosa. Perché porta visibilità, innanzitutto. Perché la città – quella europea, quella che ci piace tanto proclamare capitale della “rivoluzione arancione” e della “rivoluzione dal basso” – ne può solo uscire bene.

Si chiudono le strade (qualcuna, non tutte; certe erano già limitate al traffico di autoveicoli) e si aprono le porte di Castel Dell’Ovo (a pagamento, chiaramente: andate sul sito del comune, c’è un listino preciso). Vedere sfilare le modelle a San Gregorio Armeno, in una cornice di pastori di terracotta, cornetti rossi e botteghe artigianali, è quanto di meglio ci sia da sperare per Napoli e per i napoletani. Perché l’alta moda diventa sfondo, non protagonista; e perché sempre lì, sempre pronta, la faccia pienotta di una signora, i vestiti colorati stesi come bandiere, panari e panarielli che salgono-scendono dai balconi, c’è l’anima vera di una città vera.

E chi se ne frega se i due stilisti non scendono a terra, stanno sul loro yatch; e invitano solo l’alta – altissima, pardon: il dress code è un incubo – società. Davvero: chi se ne frega. Questa è un’occasione buona per noialtri, per quelli che a Napoli ci sono voluti rimanere; che no, in piazza non ci scendono ogni due per tre, ma che si oppongono a fetenzie e delinquenze varie.

È un piacere vedere personaggi famosi seduti sul lungomare, in t-shirt e jeans, cappellini calcati sulla testa e occhiali da sole, a mangiare una pizza; ed è un piacere vederli fotografare tutto, ogni cosa, poi ripostare sui social e dichiarare il loro amore per Napoli. “I love you, Vesuvio”. Che per una volta non ci deve lavare col fuoco.

Dolce&Gabbana porteranno volti noti e meno noti, “i vip”, come li chiamano, e testimonial (tra i più chiacchierati, Scarlett Johansson e Matthew McConaughey; ma pure Madonna e sua maestà Sofia Loren). E negli scatti che, statene sicuri, gireranno non ci saranno solo loro e i bellissimi modelli, ma pure, forse soprattutto, i napoletani. Perché alla fine, via, è chiara una cosa: Dolce&Gabbana non vogliono colonizzarci, non sono – come dice qualcuno, anima rossa secolare nel corpo sgualcito di un trentenne – “la multinazionale capitalista e cattiva”; ma al contrario vogliono prendere il nostro spirito, la nostra “napoletanità”, e farne i veri testimonial del loro marchio.