angelino alfano
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Alfano non vuol fare la fine di Lupi. Il Pd lo blinda, insofferenza dentro Ncd

Nessuna volontà di dimettersi, al di là dell’assalto delle opposizioni. Non sarà un «altro Lupi», assicura per ora al partito e ai suoi più stretti fedelissimi Angelino Alfano. Al Viminale per il ministro dell’Interno sono ore complicate. Non bastasse un partito polveriera alle spalle, con i ribelli del Nuovo centrodestra che da settimane rivendicano un cambio di strategia politica e l’uscita dal governo prima del referendum costituzionale, sono ora le carte e le intercettazioni dell’inchiesta “Labirinto” a far vacillare le sicurezze del vicepremier. Oltre che far tremare gli equilibri precari dello stesso governo Renzi. Non è un caso che lo stesso Pd abbia subito blindato il ministro: «La richiesta di dimissioni è pretestuosa, Alfano sta facendo bene il suo lavoro. Quanto leggiamo non coinvolge né il suo lavoro né la correttezza del suo comportamento», taglia corto il capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato.

ALFANO RESISTE: «NON MI DIMETTO»

Certo, non è la prima volta che le opposizioni rivendicano un passo indietro del leader degli ex “diversamente berlusconiani“. E che dal Nazareno arrivi un “salvagente” a difesa dell’ex sodale del Cav. Sempre riuscito a salvare il suo incarico, dal caso Shalabayeva a quello delle cariche agli operai Ast di Terni, ma non solo. Ora il clima sembra quello di un remake. Con M5S, Lega e Sinistra Italiana che paventano una possibile mozione di sfiducia e lo invitano a lasciare. Uno scenario che Alfano non vuol però nemmeno prendere in considerazione. Non è indagato nell’inchiesta sul caso tangenti che lambisce i palazzi romani, né lo sono i suoi familiari. Tant’è che la replica partita da Ncd e dal titolare del Viminale è quella di uso improprio di intercettazioni, un «attacco politico con scarti dell’inchiesta». «Barbarie», per usare le stesse parole di Alfano.

Eppure gli sviluppi del caso che vede coinvolti i fratelli Pizza e il deputato Ncd Antonio Marotta, con le intercettazioni relative all’assunzione del fratello Alessandro Alfano alle Poste e le presunte pressioni del padre con gli «80 curriculum per le Poste» emerse in un’altra registrazione, fanno emergere un quadro preoccupante in casa Ncd. Perché, al di là delle responsabilità penali, per le opposizioni c’è un problema di “opportunità politica“. «Che differenza c’è con la vicenda Lupi?», incalzano soprattutto in casa 5 Stelle, rievocando quel passo indietro dell’attuale capogruppo alla Camera di Ap, che si dimise dal ministero dei Trasporti per il rolex del figlio, pur non essendo iscritto nel registro degli indagati. Fantasmi e paragoni con il passato che vengono allontanati da Alfano.

NCD E IL CASO ALFANO: IL PD LO BLINDA

Al momento lo stesso Matteo Renzi è rimasto in silenzio. Lo fece anche nel caso Lupi, ma l’atteggiamento del premier e dello stesso Pd fu differente. Matteo Orfini invitò allora il ministro a «chiarire»,  Delrio evocò le “valutazioni in corso” dello stesso Lupi sulle dimissioni. Senza contare la stessa operazione di moral suasion di Renzi per invitarlo a lasciare, in modo da evitare ripercussioni per l’esecutivo. Oggi, invece, dal Nazareno Alfano viene blindato attraverso la posizione ufficiale del capogruppo Rosato. Il motivo è semplice. Alfano non può essere messo in discussione. Perché è chiaro che se cade lui, cade il governo. E sarebbe uno scenario nefasto, dopo le tribolate Amministrative, a pochi mesi dalla “madre delle battaglie” renziane: il referendum costituzionale.

Dalla stessa minoranza Pd, al momento, i toni sono ancora timidi. Soltanto Pier Luigi Bersani, ospite su La7, era intervenuto sulle intercettazioni relative al caso di Alessandro Alfano, non entrando però direttamente sulla vicenda: «Serve deontologia, da politico o dirigente pubblico non puoi fare favori agli amici».

LE FIBRILLAZIONI DENTRO NCD

Al contrario, è dentro Ncd che il caso Alfano rischia di creare nuove tensioni. Perché il partito è a un passo dall’implosione, in attesa della riunione dei gruppi rinviata alla prossima settimana. Da una parte ci sono i fedelissimi del titolare del Viminale e l’area (maggioritaria) schierata a sostegno della linea “governativa” che difende il leader e si accoda alla linea ufficiale, quella dell’«attacco mediatico contro Alfano», il partito, lo stesso governo. Un’area che va dalla ministra della Salute Beatrice Lorenzin, al titolare degli Affari regionali Enrico Costa, fino a deputati come Fabrizio Cicchitto e Sergio Pizzolante. Dall’altra la corrente più oltranzista, formata dai ribelli che «non vogliono morire renziani». In mezzo chi, come Schifani e lo stesso Lupi, si accodano alla difesa del leader.

LA FRONDA DEI DISSIDENTI

Tra i palazzi romani c’è chi considera però “timida” la difesa di Alfano da parte dei dissidenti (e non solo). Un’area che, dietro le quinte, considera il caso come l’occasione per spingere il partito a prendere le distanze dal governo. Le tensioni non mancano soprattutto a Palazzo Madama, dove i numeri dell’esecutivo sono risicati e una fronda di sette-otto senatori minaccia la scissione e di staccare la spina al governo. Ma chi c’è tra i dissidenti? Antonio Azzollini non vota più da settimane la fiducia al governo (fu contrario anche al Ddl Boschi e ostile all’Italicum), altri come Giuseppe Esposito sono critici da tempo sulla linea considerata troppo “sdraiata” sull’esecutivo. Soprattutto dopo il flop delle Amministrative, con il partito che non supera il 2-3% di media nazionale. Non è un caso che Azzolini ed Esposito si siano pure fatti vedere alla riunione per i comitati del “no” del centrodestra al referendum costituzionale, unito soltanto in chiave antirenziana.

E poi ci sono altri parlamentari critici come Maurizio Sacconi. O lo stesso Roberto Formigoni, convinto che il compito di Ncd al governo sia ormai esaurito, dopo l’approvazione delle riforme al Senato. Un dissenso che in quel ramo del Parlamento è numericamente rilevante, a dir poco. Certo, al momento sembrano più che altro posizionamenti. Perché è chiaro che l‘interesse primario dei dissidenti sia ottenere una modifica di quella legge elettorale, l’Italicum, già presa d’assalto da un arco trasversale in Parlamento (dalla minoranza Pd a Si, fino a Fi – solidale al contrario sul caso Alfano – , centristi e verdiniani). Un fronte che comincia a far breccia anche nella maggioranza dem che sostiene Renzi, come dimostrano i segnali lanciati in direzione da Franceschini.

L’ITALICUM, IL VERO NODO POLITICO DENTRO NCD

In casa Pd temono però per le tensioni nella truppa alfaniana, neppure ormai nascoste dai vertici. Divergenze che rischiano di deflagrare nell’assemblea dei gruppi. Soprattutto se l’ “area di mezzo“, quella di Lupi e Schifani che insegue la ricostruzione del centrodestra moderato secondo il modello milanese pro-Parisi alle ultime Comunali, dovesse decidere di forzare. Per spingere Ncd fuori dal governo. Anche soltanto per provare a ottenere le modifiche di un Italicum che Renzi, almeno in via ufficiale, non intende ritoccare. Una legge che, se restasse così com’è, metterebbe a rischio la stessa possibile rielezione di due terzi dei gruppi di Ncd. Una partita politica a dir poco delicata, in attesa degli sviluppi del caso Alfano.