rigore pellè gesto prima del tiro
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Graziano Pellè, il classico capro espiatorio all’italiana

Sento il rumore dei moralisti, vedo la gente bacchettona. Graziano Pellè è il capro espiatorio ideale e allora spariamo a zero su di lui. Non abbastanza potente per farci paura, non abbastanza debole per farci compassione. Magari dopo averne incensato l’abnegazione, dopo averlo visto segnare due gol in questo europeo, dopo essere rimasti abbagliati dalla sua capacità, durata 120 minuti, di alzare una squadra schiacciata in difesa con una spalla, una spizzata di testa, una finezza da rifinitore più che da centravanti.

Siamo un paese di ipocriti, a cui piace far scrivere la storia dai vincitori. Anzi, neanche, a noi piace che ce la dettino.

Sedetevi un attimo e immaginate Pellè che fa la sbruffonata a Neuer, con quella mano arcuata e lo sguardo alla Clark Gable che prova a fare il duro. Segna, eroe. Sbaglia, pirla. Ecco, ci vuole coraggio per prendersi quella responsabilità. Perché Graziano, che conosce il campo e i suoi segreti, sa che lui è un giocatore medio contro un campione assoluto. Sa che non ha molte possibilità di segnare: non ha i piedi di Insigne né il carattere di Barzagli. E forse lo ha ispirato proprio quel portierone che pochi minuti prima, nonostante sia il migliore, si è messo a fare il pagliaccio sul primo rigore saltando alla Grobbelaar (e se Roma-Liverpool l’avessero vinta i giallorossi ora come parleremmo di lui?) per poi essere spiazzato da Lorenzo Insigne. Che non esulta ma lo fulmina, per la mancanza di rispetto.

 

 

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Graziano allora prova a imbrogliarlo. A innervosirlo. Ci prova, va laddove il talento non gli consentirebbe. E ha il torto di sbagliare. Perché ha l’audacia di provare. Poteva tirare un rigore normale, alla Darmian. Nessuno ce l’avrà con il buon Matteo, che impaurito e inesperto fa un passaggio a Neuer. I moralisti guardano quella faccina triste e pulita e capiscono di non poterne fare carne da macello. E anche lui lo sa. Ma al nono rigore devi prenderti un rischio come De Sciglio, non pensare a te stesso. Questo rende grande il cucchiaio di Totti contro l’Olanda 16 anni fa, non l’exploit personale. Guardate, dopo, come hanno tirato gli altri.

Pellé invece sa di poter far vincere la squadra e mette a rischio la sua reputazione per provare l’impossibile. E noi italiani abbiamo il nostro capro espiatorio. Doveva, forse, tentarlo davvero lo scavetto, provare a essere Totti o rassegnarsi a un destino da Maicosuel. Ha avuto paura, perché forse ha pensato troppo: ha immaginato tutti voi con quel dito puntato su di lui. Sono anni che il nostro non è in Italia, ha giocato in Olanda e in Inghilterra in cui questo sport è ancora gioco e goliardia, anche dura (sebbene il giro d’affari sia maggiore): qui da noi gli hanno preferito i Doumbia, i Dumitru, gli Arnautovic. Segnava gol a grappoli altrove, ma il suo cognome non finiva per consonante e quell’accento non traeva in inganno. Si è ricordato troppo tardi, dopo più di un decennio fuori dai nostri confini, quanto sappiamo essere implacabili dal basso del nostro divano. Quanto ci piace linciare chi fa le cose, piuttosto che farle. Quanto ci piace dimenticare che alle partite di calcetto o calciotto le nostre reazioni sono più irritanti di quelle di Mueller, i nostri tentativi di finezze irridenti più sfacciati e i nostri tentativi di entrare nella storia della nostra comitiva ben più improbabili. Il calcio è passione, furbizia, guasconeria, incoscienza. È un gol di mano che diventa statua e leggenda, è Burruchaga che non la passa a Valdano libero e diventa l’eroe di un mondiale. È Ivkovic che con lo Sporting Lisbona va ai rigori contro il Napoli. E trovandosi davanti il più grande, Diego Armando Maradona, fa una follia. Si avvicina e gli dice, sorridendo “scommettiamo 100 dollari che te lo paro?”. Lo paró. Lui, il giocatore normale, aveva irriso un dio. E aveva avuto ragione.

 

 

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E allora Graziano, io sto dalla tua parte. Perché chi parla di sportività sui campi di terra o asfalto non ci ha mai giocato. Quelli che attaccano te sono gli stessi che mettevano alla gogna Sarri. Il calcio non è un sport per signorine? Una stupidaggine: non è sport per ct da salotto, per i marcotravaglio, per i radical chic che magari si mettono a tifare solo con la nazionale. Continua a giocare a pallone come sai: senza di te non saremmo arrivati neanche al 90′. Il diritto di battere il rigore in quella maniera te lo sei guadagnato e chi non conosce la tua carriera fatta di umiltà e generosità non può capire che lì non facevi il bullo ma solo il Maspero che in un derby della Mole fa una buca sotto il dischetto del rigore e evita al suo Torino di subire un gol. Non sei come Zaza: entrato all’ultimo (perché non il pentapalluto Daniele De Rossi, pure zoppo?), subito in polemica con il quarto uomo e poi autore di una rincorsa ridicola, inutile, senza senso. Non c’era strategia, in quell’atto atletico, ma solo leggerezza. Solo voglia di farsi notare. Tu parlavi a Neuer, Graziano, immolavi la tua italianità cialtrona in una sfida impossibile. Lui metteva in scena, come al circo, la sua arroganza.

Ma siamo il paese che ricorda il rigore di Baggio, quasi ininfluente, e non gli errori di Baresi e Massaro, decisivi, nel 1994. Noi che delle vittorie furbe ci facciamo un vanto nella vita di tutti i giorni e che da decenni demoliamo un paese con gli espedienti individuali, siamo così: se vinci sei un gran figlio di una gobba, un bel paraculo. Se perdi sei un uomo da niente, che merita la punizione massima. Perché noi siamo intransigenti con i perdenti, essendo un paese di vigliacchi e opportunisti: la nostra sola attività fisica agonistica è il salto sul carro del vincitore. O la fuga da centometrista da quello dell’improvvisamente sconfitto.

 

 

L’Italia è tutta nei due gemelli tifosi della Longobarda che alzano in trionfo Oronzo Canà, che con la tipica calata di Lino Banfi gli ricorda gli insulti e le umiliazioni di poche settimane prima, dicendogli “mi avete preso per un coglione”. Lui, in verità, intendeva che la presa dei due aveva inavvertitamente e dolorosamente coinvolto un testicolo. Loro pensano, invece, che sia un’abile seppur ruvida figura retorica. E urlano in coro “Ma no, sei un eroe!”.

Ecco, Graziano, io sto dalla tua parte. Il tuo coraggio, io, non lo avrei avuto. La prossima volta, però, il cucchiaio faglielo. Magari ai mondiali. E magari proprio a Neuer. E allora ricorderai tutti quelli che ti diranno “ma no, sei un eroe!”.