Centrodestra senza padrone. L’altro Matteo è il vero sconfitto delle Amministrative

di Alberto Sofia | 20/06/2016

Centrodestra

Altro che “modello Milano“, altro che trazione leghista. Moderato o lepenista che sia, cambia davvero poco. Almeno per i verdetti che contano. Per il centrodestra rimasto senza padrone, in ordine sparso e senza un nuovo federatore, i risultati dei ballottaggi non confermano soltanto il bottino amaro delle elezioni Amministrative. Ma sono un avvertimento diretto in chiave nazionale verso il Carroccio di Matteo Salvini, grande sconfitto della tornata elettorale, così come per Berlusconi e quel che resta di Forza Italia o Giorgia Meloni e la sua Fratelli d’Italia.

Perché ora l’incubo si nasconde dietro le sembianze dell’Italicumla legge elettorale a doppio turno che rischia di stringere il centrodestra nella tenaglia di un nuovo, possibile bipolarismo. Targato Pd-M5S. Terzi, sconfitti, irrilevanti: lo scenario peggiore sia per i leghisti che per la classe dirigente orfana di quel berlusconismo ormai diretto verso il tramonto.

SALVINI FLOP,  CENTRODESTRA A RISCHIO IRRILEVANZA

Al di là di quale sarà il modello scelto, federazione o listone, della strategia delle alleanze o di chi riuscirà a conquistare una leadership  che non c’è, né si intravede, è la tendenza del voto a spaventare Salvini & Co. Fuori per la prima volta dal governo di tutte le principali città del Paese.

Perché se nei ballottaggi l’elettorato di destra vota in massa contro il renzismo premiando i 5 Stelle, con Torino e Roma città simbolo, non vale il contrario. Se non in minima parte, come confermano i flussi elettorali elaborati dall’Istituto Cattaneo. A Bologna, dove pure la leghista Borgonzoni non ha sfigurato contro il vincente Merola, la candidata non ha incassato nemmeno la metà dei voti del grillino Bugani. E così avviene anche altrove, dove la gran parte degli elettori M5S preferisce disertare le urne. Compresa Latina, storico feudo di destra crollato, senza nemmeno che i 5 Stelle fossero presenti.

Lo stesso Stefano Parisi, l’aspirante leader già bocciato dopo la sconfitta, seppur di misura, a Milano, cresce meno di 30mila voti (Corrado, candidato M5S escluso dal secondo turno, ne prese 54mila). Tradotto, è chiaro che nella nuova dicotomia establishment-innovazione, sistema contro antisistema, il centrodestra non sia considerato una valida alternativa. Se non in realtà locali, dove le vittorie del centrodestra hanno però spesso ragioni diverse, più legate al profilo del candidato. Come nella Benevento del redivivo Mastella. Tra l’altro pure allontanato da quel Salvini che vuole porre le basi di un nuovo centrodestra «che non guarda al passato, né si porta dietro stampelle del governo (NCD) o residui del governo Monti (Passera a Milano, ndr)».

IL CENTRODESTRA E I NUMERI DELLE COMUNALI

Certo, i numeri delle Comunali potrebbero anche ingannare. Perché il bilancino dei risultati nei capoluoghi di provincia mostra un centrodestra che guarda tutti dal punto più alto del podio. Dieci vittorie, contro le nove del centrosinistra-sinistra e le tre dei Cinque stelle. Ma è chiaro che non tutti i Comuni possano avere lo stesso valore. Perché Milano non vale Trieste, nel confronto con il Pd renziano che si aggrappa a Sala per evitare la dèbacle. Né le vittorie di Savona, Pordenone o Benevento hanno la stessa rilevanza del boom pentastellato, che doppia i dem a Roma e strappa il vecchio “fortino di Asterix” del centrosinistra. Quella Torino mai espugnata dal 1993, in grado di resistere pure negli anni d’oro del Cav.

SALVINI, IL GRANDE SCONFITTO

Ne è consapevole pure Salvini, dopo il flop elettorale della sua Lega. Dovevano essere le elezioni della consacrazione per il rampante segretario lùmbard. Quelle dell’Opa sui resti di Forza Italia, dopo l’avviso di sfratto alle Regionali 2015. Ma l’altro Matteo che sognava Palazzo Chigi, ora non è più in grado nemmeno di rivendicare la leadership del cantiere del centrodestra che (forse) verrà. Costretto prima allo smacco milanese, con la Lega doppiata da Forza Italia. Poi al crollo di Varese, lì dove tutto iniziò per le camicie verdi. Tanto da doversi aggrappare, come nei tempi della vecchia politica in cui vincono tutti e non perde nessuno, a qualche vittoria strappata in giro per la penisola. Novara, Brindisi, Olbia, Isernia. Ma non solo. Perché nel calderone Salvini mette, di fronte ai microfoni, pure Cordenons, Finale Emilia, Domodossola e Cascina. Centri dove la Lega, è vero, non governava. Ma tutt’altro che simboli di un trionfo del Carroccio.

CENTRODESTRA SENZA PADRONI

La realtà è che nessuno, né dalle parti di Arcore né a Via Bellerio, è in grado di dettare la linea. Manca un leader, manca un progetto vincente. Non funziona il laboratorio milanese, quello del centrodestra unito, civico e tripartito, rivendicato dagli azzurri come modello futuro. Ma comunque perdente. Né vince la versione italica del lepenismo, quella dell’autosufficienza e dell’assalto ai moderati del Cav. Eppure, al contrario, ancora unico mantra salviniano: «Milano insegna che il dentro tutti non paga. La formula moderata era sbagliata e le minestre riscaldate la gente non le mangia», è lo sfogo di Salvini. L’impressione, risultati alla mano, è che il dibattito appassioni poco gli elettori di un’area che ormai guarda verso Grillo. E che, soprattutto al centro-Sud, non risponde alle sirene leghiste, come dimostrano i numeri da prefisso telefonico di “Noi con Salvini“.

Manca pure un collante, una prospettiva. Anche perché la finta fotografia di Bologna, un matrimonio d’interessi tra i leader, è già franata. L’unica consolazione è la parabola per la prima volta discendente del renzismo, mai così traballante. Ma non basta per la resurrezione, per far tornare a vincere un’area implosa e frantumata. Le Amministrative sono state l’antipasto, sul referendum costituzionale il divario tra le destre può pure crescere: perché, anche in caso di sconfitta renziana, non più impossibile, l’area moderata è già pronta a un governissimo che il fronte lepenista farebbe fatica ad accettare.

Tradotto, anche con Renzi sconfitto nella “battaglia delle battaglie“, l’esame referendario sulle riforme, non è detto che sia il centrodestra a saper raccogliere le redini del Paese. Con il M5S che già punta Palazzo Chigi all’orizzonte. Con buona pace di Salvini, Berlusconi, Meloni, Fitto e di un’area senza guida e senza idee. E che nemmeno le primarie, vecchio tabù berlusconiano ora rivendicate in tutto o quasi l’arco di centrodestra, potranno salvare.