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Forza Italia, il cantiere del post-Berlusconi: da Parisi a Carfagna e Gelmini, è lotta per il vertice

Fosse per il Cav, c’è da giurarci, non si farebbe mai da parte. Per uno come Silvio Berlusconi, vecchio monarca del centrodestra che ha divorato uno dopo l’altro ogni possibile erede, la parola “successione” è sempre stata sconosciuta. Ma questa volta sembra diverso. Perché l’avvertimento del medico personale, Alberto Zangrillo è un verdetto amaro per il leader azzurro, seppur presentato come un semplice consiglio: «Ha rischiato di morire. Può far quel che vuole, ma gli sconsiglio di continuare a fare politica». Non è il solo a farlo. Anche gli amici più intimi, Fedele Confalonieri su tutti, spingono perché «pensi a se stesso». Tradotto, cominci a farsi da parte. Così come pesa l’ira dei familiari, con la figlia Marina su tutti, stizzita contro quel cerchio magico colpevole di averlo stressato troppo: «Lo avete spremuto», è l’affondo di Marina. In un campagna elettorale che ha portato il padre da Napoli e Roma fino ai quartieri periferici della Capitale. Girando per comizi evitabili per chi, alla soglia degli 80 anni, deve centellinare ogni sforzo.

I FAMILIARI PROTEGGONO IL CAV, FORZA ITALIA IN FIBRILLAZIONE

Da Arcore parte quella “bacchettata”, furente, contro quello stesso cerchio magico che già i vecchi pasdaran berlusconiani, messi da parte con l’avvento della tesoriera Rossi, della compagna Francesca Pascale, di Deborah Bergamini, puntavano a ridimensionare. E che ora può venire, di fatto, esautorato a sua volta.

Dentro Forza Italia non mancano le facce scure, c’è chi teme per il futuro di un partito che rischia di ritrovarsi all’improvviso senza guida. Almeno per un po’ di tempo, nella migliore delle ipotesi. Non che in passato, il Cav, non abbia avuto altri problemi di salute:  «Tempo fa ho avuto un cancro. Potete immaginare come stavo. Ho vissuto mesi da incubo. Però non mi sono abbattuto e li ho superati con volontà», svelò nel 2000, nel mezzo di un’altra campagna per le Amministrative. E poi la fastidiosa uveite, eredità dell’aggressione subita nel 2009 con la statuetta: «Mi fece saltare quattro dente e quasi un occhio…», denunciò. O l’Alzheimer scoperto, «al primo stadio, quella dell’amnesia perché non mi ricordo certe volte i nomi delle persone», disse a Cesano Boscone, ai tempi del servizio sociale dopo la condanna sul caso Mediaset. Ma ora è diverso, insistono da Arcore. La famiglia fa scudo attorno al padre. Reclama il disimpegno.

IL CAV E LA CORSA IN FORZA ITALIA PER LA SUCCESSIONE

Certo, dal letto del San Raffaele dove sarà costretto all’operazione per la sostituzione della valvola aortica, il leader ha provato a rassicurare il partito azzurro, così come i suoi elettori. «Fate sapere che torno», è il messaggio fatto recapitare ai suoi, riporta il Corsera. Forse, anche per frenare quelle spinte interne da “liberi tutti” che rimbalzano già da mesi tra i corridoi della politica. E ripartite non appena sono arrivate le notizie sulle condizioni del Cav. Certo, pubblicamente dalla vecchia corte è un coro di auguri, affinché recuperi in fretta: «Tornerà più forte di prima, non ci saranno problemi». Lunga vita al Cav.  Ma se i rischi per la salute, grazie all’operazione al cuore, saranno minimi, con la riabilitazione che dovrebbe durare un mese circa, per la politica il discorso è diverso.

DA PARISI A CARFAGNA, FINO A GELMINI E TOTI: LA CORSA ALLA LEADERSHIP

Di fronte alla famiglia che spinge per il disimpegno e l’età che, volente o nolente, avanza, dentro Forza Italia c’è la consapevolezza che la riorganizzazione interna non si può più rinviare. «Il partito, di fatto, è sparito. Non esistiamo più», sono le denunce che rimbalzano da mesi tra i parlamentari smarriti. Già denunciavano di non riuscire più a parlare con il Cav, figurarsi adesso che la situazione è diventata critica pure per la salute del leader.

Non è un caso che, dietro le quinte, da tempo sia partita la corsa alla successione. C’è chi, di fronte al risultato a sorpresa delle Comunali di Milano, considera Stefano Parisi il naturale successore. O almeno il possibile candidato premier. In grado, proprio come fu il Cav, di riunire tutto il centrodestra. Un federatore. Ma il suo futuro dipenderà molto dal verdetto milanese. Ma c’è anche chi, tra le più classiche delle invidie, vuole invece il “rispetto dell’anzianità” dentro il partito. Un esercito di ambiziosi “reggenti”. Dal consigliere politico Giovanni Toti, che da mesi sembra guardare già altrove, verso l’asse con Lega e Fdi che lo sostengono alla guida della regione Liguria, critico verso lo strappo romano. Fino ai contestatissimi – dal gruppo azzurro – Renato Brunetta e Paolo Romani, che di certo entreranno nel vagheggiato – e smentito dallo staff del Cav – direttorio azzurro che potrebbe gestire la fase di transizione, insieme agli ex An Gasparri e Matteoli. E ad altri big. Come dimenticare le donne che puntano alla leadership, da Mara Carfagna a Maria Stella Gelmini, leader di preferenze tra Napoli e Milano. Quest’ultima in grado anche di ridimensionare Matteo Salvini, costringendolo a Milano a una sconfitta simbolica del mezzo flop leghista alle ultime Amministrative.

NORD CONTRO SUD, FILO-LEGHISTI CONTRO ANTISALVINIANI

Ma non solo. C’è anche l’area centro-sudista. E tra i volti simbolo c’è la stessa Carfagna. E Antonio Tajani, tra gli sponsor del flop Marchini nella Capitale. Ad altri è andata meglio. Perché anche il Meridione, tra Campania e Calabria – con Lettieri al ballottaggio a Napoli e Occhiuto vincente a Cosenza -, mantiene in casa azzurra un bottino di voti non trascurabile. L’obiettivo è creare, in vista delle prossime politiche, un centrodestra moderato alternativo sia al Pd renziano che ai grillini. Che sia in grado di dialogare con la Lega, ma da una posizione tutt’altro che subalterna. Certo, perché resta il rapporto con Salvini uno spartiacque dentro Forza Italia. Da una parte c’è chi vuole tornare alla foto di Bologna, quella della coalizione tripartita a trazione lepenista. E chi, al contrario, vuole un progetto moderato di centrodestra. E punta a ricostruire un Pdl 2.0, con chi è uscito nell’ultimo anno. Di certo, con i Conservatori e Riformisti di Fitto che vogliono primarie e partito scalabile. E con un pezzo di quel Nuovo centrodestra – Lupi su tutti – che non ha ancora subito la mutazione renziana. E chissà, forse pure con Verdini se l’asse tra Ala e Renzi dovesse davvero stopparsi. Complicato, almeno per ora. Una convention è possibile dopo l’estate.

IL NODO DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Ma il problema reale resta ottobre. Perché la posizione sul referendum costituzionale divide ancora le anime interne di una Forza Italia passata dallo scrivere la riforma con Matteo Renzi alle denunce dello stesso Silvio Berlusconi contro il presunto “rischio regime“, dopo lo strappo che portò Mattarella al Quirinale. Nel mezzo le posizione filo-nazarene di Romani, quelle del  in Parlamento. O al contrario quelle oltranziste di Brunetta in asse con il salvinismo e il fronte più duro del “no” alla consultazione referendaria. Sullo sfondo un partito che, nelle stanze di Montecitorio e Palazzo Madama, è riuscito a votare tutto e il contrario di tutto, nel giro di pochi mesi. E che ora è in piena confusione. Tradotto, il cantiere per la ricostruzione è aperto. Ma è chiaro che dentro Fi non si possa fare i conti senza il suo fondatore. Perché l’indicazione di Berlusconi, al di là del ruolo che avrà il Cav dopo la riabilitazione, resterà decisiva.