La campagna elettorale dei candidati sindaco di Roma: un disastro d’autore

di Boris Sollazzo | 30/05/2016

Un giorno qui era tutta campagna. Elettorale. Penne con nome del candidato, comizi anche nel cortile del palazzo, attacchini che mettevano manifesti ovunque, abusivi, e non di rado li piazzavano persino su macchine, passeggini, sidecar e anche schiene di improvvisati uomini sandwich.
Intendiamoci, il PD che ha rinunciato, con un certo coraggio, a invadere Roma di manifesti abusivi, è lodevole. E in generale la campagna elettorale, se si esclude la proliferazione di gazebo anche inutili (pensiamo al “poro Bertolaso” sbertucciato tra improbabili plebisciti, dichiarazioni autolesioniste e ritirate imbarazzanti), è stata meno aggressiva del solito. Tanto da alimentare la leggenda metropolitana, e tutta romana, del gioco a perdere, dei candidati (e partiti) terrorizzati dalla poltrona di primo cittadino capitolino, da molti considerata una trappola.

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Ecco così che ci siamo ritrovati di fronte a strategie improbabili per centrare il ballottaggio e raccattare voti. Strategie fantasiose e persino poetiche o che fanno tenerezza (ieri, nella buca delle lettere, ho trovato la lettera di un candidato del mio municipio con su scritto, a penna, “ti prego non mi buttare!”: è l’unico che ho letto in questi mesi). Ma, lasciatecelo dire, quasi tutte le strategie in questione sono disastrose. Proviamo a darci un’occhiata.

Virginia Raggi: la favorita, da prima che fosse investita del ruolo dal M5S. Ha iniziato alla grande: a quella bellezza elegante, borghese e piuttosto rassicurante, ha aggiunto due-tre performance da “ma guarda com’è preparata”. Poi ha cominciato a vivere di rendita. Fino a qui tutto bene. Ma nello sprint finale ci ha rifilato proposte improbabili (funivie in periferia, i bio-pannolini, la moneta virtuale capitolina, una sorta di sesterzo 2.0) e una sicumera televisiva e social che male si sposa con la sua campagna elettorale sotto tutela. Di Maio che le annuncia la giunta, la sua obbedienza cieca a Grillo poi rinnegata. Si è però specializzata in sguardi da maestrina sexy quando vuole rintuzzare i giornalisti che vogliono metterla in difficoltà, una sorta di tattica Boschi che funziona alla grande, ma declinata in quella modalità speciale che è “la ragazza bene di Roma Nord”. Il suo staff sembra informarla poco (la polemica su Giachetti che si vergogna del sottopancia PD, per dire, o quello sul presunto assenteismo dell’avversario, smentito dalle cifre) e male, forse è troppo impegnato a usare hashtag improbabili (#irraggiamoli, #coRaggio). Infantile, spesso, il modo di andarle contro, suggeriamo ai grillini l’hashtag #dossieRaggio: tra Previti, Acea e improbabili conti segreti, i tentativi di screditarla sono piuttosto patetici.
Potrebbe vincere per le affissioni sui bus: pur venendo da Roma Nord, sa che le fantasie mattutine degli elettori romani possono essere decisive per il proprio voto (ricordate cosa diceva sui votanti Leonardo Notte-Stefano Accorsi in 1992).

Roberto Giachetti: Roma torna Roma. Uno dei pochi casi in cui uno slogan, a metà tra lo scioglilingua e il non sense di cui il PD a volte sa rendersi campione, può farti perdere voti. Per fortuna, si fa per dire, li ha alternati ad altre idee geniali: lo slogan lista della spesa “Olimpiadi 2024 e decoro subito”, che è tipo “sì, sì mò me lo segno e su ‘e buche pure dovemo fa quarcosa” o quello poetico, ungarettiano, “E tu splendi, invece, Roma”. Qui punta sull’incomprensibilità, la terribile evocazione dell’interrogazione d’italiano al liceo, l’uso delle virgole che annoierebbe anche il più raffinato dei radical chic. Capito che il suo stratega elettorale era un grillino in incognito, si è lanciato nel video-parodia autoironico. Scopiazzato da un’idea di Sel e che fa tanto effetto “lo smacchiamo”. Anche lui punta un po’ sull’effetto sex appeal, del tipo “elettore, so’ figo e mo’ me te magno”. Non è male però il rinforzo Matteo Orfini, che con le sue battute dalemiane regala perle tipo “manco le basi, Virgì” a proposito della polemica dei sottopancia.

Giorgia Meloni: dobbiamo ancora capire se è la nuova pubblicità di photoshop o una campagna elettorale per diventare sindaco di Roma. Giorgia ci ha stupito: tante affissioni di manifesti giganti, slogan duri, anche urticanti, ma immagini angeliche con sorrisi che non le avevamo mai visto. Lei che nei talk quando non parla e ascolta gli avversari fa espressioni che neanche Hannibal Lecter prima di cena, qui ha scelto l’estetica Biancaneve. “Questa è Roma”, il claim alla fine delle sue frasi apodittiche (diventate celebri anche grazie a un generatore automatico di slogan meloniani in rete che fa ridere fortissimo, oltre che a diversi meme), ti coglie di sorpresa. Ci aspettiamo un “ruspa!”, tanto caro al suo alleato Salvini, con lei che accarezza un rom per distrarlo dalla demolizione del suo campo. Una variazione è lo sguardo deciso, che un po’ ti inquieta e un po’ ci piace pure. Punta a pescare tra i grillini (“qui ogni cittadino conta” assomiglia tanto a “l’uno vale uno” e “qui si rispettano le regole” ammicca ai giustizialisti”). Anche lei ha usato una mossa Boschi: l’acconciatura. Molto fortissimamente Maria Elena.
La cosa che le riesce meglio? La risposta sapida dal vivo. Indimenticabile, dopo l’apparentamento Marchini-Berlusconi. “Siamo contenti che si semplifichi la corsa a sindaco con una diminuzione dei candidati: ora aspettiamo una grande coalizione di sinistra con l’accoppiata Marchini-Giachetti”.

Alfio Marchini: è Arfio. Serve dire altro? Il suo “liberi da” è a metà tra Vasco Rossi e la supercazzola. Non di rado sgrammaticato, il suo slogan vuol dire tutto e il suo contrario. Liberi di chiudere i campi Rom. Ma in fondo anche no, perché se sei libero di farlo, puoi anche non farlo. Liberi dai partiti. Eh sì, per questo si è gettato nelle braccia di Berlusconi. Invecchiando diventa sempre più figo, un Ridge Forrester all’amatriciana che vorrebbe pescare tra grillini, borghesi di centrodestra e sinistrati ricchi e stufi della nostalgia per l’epopea rutel-veltroniana. Fa quasi tenerezza: il cambio all’autogrill Panda-Ferrari, con il suo autista, è più da re che si preoccupa dei suoi sudditi. Uno lo dovrebbe votare solo perché sarebbe bellissimo, che so, scoprire un giorno che via dei Fori imperiali potrebbe essere diventata un campo da cricket e che con le buche ci fa un percorso di golf. E’ lui, senza se e senza ma, il nostro Gallo Cedrone.

Stefano Fassina: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Fassina chi? Diceva Renzi. E lui per farsi riconoscere anche meno per volantini e manifesti fa foto alla Renzi (manca solo il giubbino di Fonzie), sbaglia moduli e per una settimana si fa fuori da solo nella contesa, poi cerca spazio con mezze promesse tipo “se i tempi non saranno compatibili i due impegni, lascio il seggio e rimango in consiglio comunale”. Fa tenerezza, tanto, con quel suo esercito di ufficiali senza soldati che è Sinistra Italiana. E infatti senza militanti sbagli pure nella burocrazia. Sa suscitare un’antipatia rara nel prossimo, così tanta che pure lui ha cercato un altro candidato al suo posto per mesi.

Mario Adinolfi: prima i manifesti con cui tappezza Roma (e in particolare Via Cilicia, dove ormai c’è solo lui, una coda di macchine, e la pattuglia di Roma Capitale che dalle 21 estorce multe per eccesso di velocità). Ieri il comizio di Rimini con un paio di astanti. In mezzo promesse di dieta e dichiarazioni shock su pesci gay (lo sapevate di Nemo, eh?) e panda con due padri che sostengono la stepchild adoption. Una battaglia contro il grande schermo che culmina nello scontro epico ed etico con Fabio Volo. Attendiamo una rissa con Magalli, una lotta nel fango con Bonolis e una campagna contro Capitan America che è diventato cattivo.

Alfredo Iorio: cosa dire di un genio che per lanciare la sua guerra agli altri candidati/leader usa lo slogan “Fermiamo la invasione aliena”. Citandone alcuni. Un maestro della comunicazione: manifesto nero, alieno bianco. E poi la minaccia “Non voglio vedere la morte di Roma”. Altrimenti che succede? E poi il flash mob con lui e un altro centinaio di persone bendate. Il situazionismo fascista non è una novità. Già lo immaginiamo in volo sull’isola tiberina a lanciare volantini.

Simone Di Stefano: operazione sincerità. Sui suoi manifesti ha scritto “arrogante, xenofobo, populista” a lettere cubitali. Poi prova a dire perché, ma non possiamo non dargli subito ragione. Il fratello Davide, mentre lui fa campagna elettorale in uno stile coatto ripulito (neanche tanto), ci delizia con coraggiose, maschissime e romanamente rivoluzionarie a fiere del fumetto per buttare Coca Cola su fumetti antifascisti. Aspettiamo le palline di carta insalivate con penne a mò di cerbottana contro i manifesti dei concerti della Bandabardò, oppure una rissa a pizzicotti con chi vende porta a porta Lotta Comunista. Lo riconosciamo quando dichiara “questa città non si cambia con i sorrisini, non si cambia con i perfavore, non si cambia con le carte bollate. Questa città si cambia a calci”. Ecco, ci fa venir voglia di cominciare da un posto che lui frequenta parecchio, ma non abbiamo tempo: sto leggendo un fumetto.

Carlo Rienzi: lui fa campagna elettorale con i topi come Mascia la faceva con l’orso. Per ora non ci ha ancora regalato l’indimenticato manifesto in cui nudo diceva “abbassiamo i prezzi, non le mutande”. Lui, vedi la polemica con il M5S sui finanziamenti pubblici, non riesce a fare a meno degli esposti Codacons come arma contundente, ma il meglio lo dà negli slogan. Lunghissimi, su un problema pressante come le piste ciclabili (intendiamoci è importante, ma forse non una priorità) o con minacce tipo “da sindaco dichiarerò il comune di Roma fallito”. Radio o tv, lì è sempre fuori tempo: massimo, ma anche nel senso di epoca. Ha una retorica pannelliana – nel senso prolisso del termine – e un tono di voce insopportabile, come il leader radicale ha anche promesso regali all’ultimo comizio. Ma solo a chi avrebbe assicurato il proprio voto (pare un voto di scambio, ma è solo gentilezza): metà prima, metà dopo, se si prova la preferenza: la tattica Achille Lauro, che a Napoli regalava una scarpa prima dell’elezione e una dopo, se aveva vinto. Impossibile non notarlo. I suoi potenziali elettori sono in verità furbacchioni che chiedono consulenze gratis.

Alessandro Mustillo: una sorta di essere mitologico, “il candidato comunista“. Quello che i nostalgici di centrosinistra, che sognano Roma come una repubblica rossa e che credevano nella rivoluzione dopodomani del PCI, ma che poi all’atto pratico nei salotti radical chic chiedono una raccomandazione per un posto in Rai, immaginano di votare nelle notti in cui li attanaglia i sensi di colpa. Una sorta di panda, in via di estinzione come la grafica del suo “A Roma non serve un cambio, ma una rivoluzione”, come quella falce e martello che fa subito seconda liceo e quella faccia giovane – ha solo 26 anni, tra i contendenti è anagraficamente il più piccolo – da segretario della Fonte della Gioventù Comunista. Niente da dire sulla sua campagna elettorale. Perfetta. Ha solo un difetto: arriva con una quarantina d’anni di ritardo.