Unioni civili, ok senza pathos e malpancisti. Mutazione renziana per Ncd

di Alberto Sofia | 11/05/2016

Unioni Civili

Per l’Italia è storia, dopo decenni di attese, fallimenti e promesse tradite, dai Pacs ai Dico, fino ai Di.do.re. Per il Palazzo, invece, sembra quasi un giorno di ordinaria amministrazione. Senza pathos, né patemi, si celebra a Montecitorio il doppio voto su fiducia e ddl Cirinnà con cui le Unioni Civili diventano legge, il passo decisivo dopo il via libera del Senato. Eppure in Transatlantico nemmeno quasi si avverte il clima delle grandi occasioni. Né, al di là della retorica e dei toni da propaganda della Lega di Salvini che invita i sindaci a disobbedire (con i candidati Meloni e Parisi che hanno già preso le distanze), c’è chi si ostina a mettersi realmente di traverso. Almeno nel Palazzo.

Non lo fa certo il gruppo di Area popolare-Ncd, al netto di qualche voto in dissenso, che ha ormai digerito il provvedimento. Bastano gli accordi del Senato, con lo stralcio della stepchild adoption da rivendicare, grande rimpianto delle associazioni arcobaleno. Così il gruppo di Alfano vota compatto la fiducia, nonostante i malumori di chi la considerava una “forzatura”. Ma anche dal gruppo di Forza Italia i “” al provvedimento sono almeno una decina, seppur soltanto per il voto finale, dove è stata lasciata libertà di coscienza: da Carfagna a Ravetto, passando per Polverini e Prestigiacomo. E poi Lainati, Palmizio, Elio Vito, Milanato, De Girolamo e Centemero. Una ventina gli assenti, come i “no“. Pure Renato Brunetta sfoggia sorrisi alla buvette, pur polemizzando per il solito salvagente dell’Ala di Verdini al governo, ormai a tutti gli effetti dentro la maggioranza.

UNIONI CIVILI, NIENTE SORPRESE. NCD DIGERISCE LA LEGGE

Chiaro che la partita vera si sia già giocata a Palazzo Madama, con il compromesso raggiunto. A Montecitorio è invece quasi una formalità, un passaggio obbligato. Ma non solo. Perché il passo, seppur storico, sembra ormai metabolizzato. I tempi sono cambiati, spiegano dal Transatlantico pure tra i cattolici dem: «Ormai il clima è diverso rispetto ad anni fa. Pure il Papa ha fatto aperture concrete. Non votare questa legge oggi era impensabile». Tanto che in casa dem i malpancisti di Palazzo Madama sembrano quasi scomparsi. Passa Giuseppe Fioroni: «Se ho votato a favore? Più della fiducia al governo, per un atto di responsabilità politica…», si difende. Poi va via, rifiutandosi di mettere la coccarda arcobaleno portata dai colleghi.

C’è chi scatta selfie, come l’ex parlamentare di Rc Vladimir Luxuria. Al centro del Transatlantico la dem Anna Paola Concia festante esulta e bacia tutti, anche Maurizio Lupi. Non è tempo di battaglie a Montecitorio. Altro che le barricate delle destre e dei conservatori, altro che la bagarre temuta sugli ordini del giorno e il rischio per uno slittamento del voto a giovedì. Se il verdetto dell’Aula, numeri alla mano, era già scontato, fuori dal Transatlantico restano pure le battaglie della Cei che parlava di “sconfitta per tutti“. Così come i toni oltranzisti del portavoce del Family Day, con le sue minacce dirette a Renzi: «Ce ne ricorderemo al referendum costituzionale», aveva avvertito Gandolfini. Ma Renzi rivendica la legge, spavaldo: «Lotta giusta, non penso ai voti». Né lo preoccupa chi paventa un referendum abrogativo, dagli ex Ncd Quagliariello e Giovanardi, passando per i forzisti più intransigenti come Malan e Gasparri.

Tra i corridoi del Palazzo, invece, niente tensioni. Al massimo, c’è la delusione di chi da sinistra chiedeva una legge più coraggiosa, anche dentro il Pd: «Oggi non parlo, per scelta», si rifugia nel silenzio Michela Marzano, pronta a lasciare il gruppo. Nel fronte del “no” alla fiducia, si astiene invece il M5S sul voto finale, imitato dai civatiani di Possibile. Mentre da Sinistra Italiana arriva invece il voto positivo al ddl Cirinnà.

LA TRASFORMAZIONE RENZIANA DEL NUOVO CENTRODESTRA

A destra, invece, nel termometro del Transatlantico che segna calma totale, resta il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano il simbolo del disimpegno. «Fino a poco tempo fa avrebbero fatto le barricate, ora sono diventati più renziani del premier. Loro e Verdini è come se fossero dentro il Pd, seppur fuori formalmente. Non è un bene, perché ormai influenzano la nostra agenda», provoca un big bersaniano. I distinguo tra gli ex diversamente berlusconiani e tra i centristi di Ap si contano in una mano: votano contro la fiducia Alessandro Pagano –  che si sospende pure per protesta dal partito – e Mario Sberna di Ds-Cd. Poi annuncia il voto negativo sul provvedimento Paola Binetti (Ncd-Udc), seguita da Gigli (Ds). Ma sono storie e casi personali. Nel partito ormai si guarda avanti. E c’è chi lo rivendica, anche in ottica futura: «Ci accusano di aver tradito il Family Day? Certo che no, grazie a noi non c’è né il simil-matrimonio, né ci sono le adozioni. È Gandolfini che strumentalizza la piazza per scopi personali, per entrare in politica e farsi un partito», attacca Sergio Pizzolante. Ed è la linea ribadita, di fatto, da tutto il gruppo o quasi, tra toni più o meno morbidi.

C’è chi, come Fabrizio Cicchitto, rivendica il voto a favore e l’allargamento dei diritti per le coppie Lgbt. E chi, invece, accetta senza troppe polemiche per ragioni di posizionamento politico: «È già tanto essere riusciti a evitare la stepchild…», ammettono in casa alfaniana. Tutto mentre il Pd guarda invece oltre, con Alessandro Zan che chiede l’impegno per il matrimonio egualitario e le stesse adozioni gay, tra qualche imbarazzo tra gli alfaniani. I movimenti Lgbt sperano invece che il sacrificio del Senato sulle adozioni del figlio del partner venga compensato e “aggirato” dalle sentenze dei tribunali, come già avvenuto in diversi casi singoli che hanno riconosciuto la stepchild. In fondo, per Area Popolare basta aver sbandierato il successo nel Palazzo: «Non possiamo certo fare il lavoro dei giudici o decidere al loro posto», allarga le braccia pure Buttiglione. Tradotto, al massimo non sarà responsabilità di Area popolare. È la realpolitik in versione centrista e alfaniana.

DIREZIONE PD RENZIANO PER NCD

Ma quella che dentro il Palazzo viene ormai considerata alla stregua di una «mutazione renziana» di Ncd va oltre il voto sulle Unioni civili. Perché è chiaro che l’orizzonte si sposta ora sul tema delle alleanze, alle Comunali come alle prossime elezioni politiche. Perché l’area che vorrebbe mantenere l’asse verso destra pesa sempre di meno, mentre il filorenzismo è ormai maggioritario nel partito. Per ora, resta un precario equilibrio tra le diverse anime di Ncd. Pure la componente ciellina di Maurizio Lupi è stata “accontentata” con l’accordo a Milano con il centrodestra, nel nome del moderato Parisi. Ma pochi digeriscono la politica delle “alleanze a macchia di leopardo“: «Dovevamo utilizzare queste Amministrative per spostare l’esperienza di governo e quest’alleanza con il Pd anche sui territori. A Napoli lo abbiamo fatto, io l’ho replicato a Rimini», spiega Pizzolante. Non è il solo a spingere verso il Pd renziano. Anche perché, dentro il partito di Alfano, l’abbraccio con il lepenismo di Salvini-Meloni risulta a dir poco indigesto: «Un errore strategico, pagheremo questa scelta», insistono in casa alfaniana.

Ma, di fronte a chi parla dell’esigenza di riaggregare sigle, movimenti e tutto l’universo disaggregato di centro, nel partito c’è chi guarda con timore pure a Denis Verdini: «Più che allearsi con noi, da Ala vogliono gettarci un’Opa addosso. E io ricordo ancora il trattamento che Verdini ci riservò quando lasciammo Berlusconi…», c’è chi azzarda. L’unica certezza è che pure in quel mondo di ex berlusconiani ormai è Renzi a essere considerato il vero leader. Non c’è alternativa.