Batman v Superman: Dawn of Justice, la recensione? Aridatece Jeeg Robot

di Boris Sollazzo | 23/03/2016

Batman v Superman recensione

Ci risiamo. Niente spoiler. Ci avvertono prima della proiezione al The Space di Piazza della Repubblica, a Roma. Ce lo dice la Warner Bros Italia e prima della proiezione pure un video di Zack Snyder che con il suo modo da ragazzo fighetto e impertinente ci dice di “salvaguardare l’esperienza anche per gli spettatori, come noi abbiamo fatto per voi”. Alla fine, va detto, saranno i fotogrammi migliori della serata.

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BATMAN V SUPERMAN, LA TRAMA –

Bruce Wayne vede Superman lottare con un alieno. Bruce Wayne vede Superman devastargli la città mentre lotta con il mostro. Bruce Wayne corre fortissimo – con un Suv che nel montaggio adrenalinico viene casualmente sempre ripresa perché sia riconoscibile, benedetto product placement – per le strade di Gotham mentre i due si sbattono contro grattacieli e case come non ci fosse domani. Bruce Wayne vede la sede della sua azienda crollare con dentro il più fidato dei suoi sodali, dopo Alfred. Bruce Wayne ci rimane male e dopo una quarantina d’anni ancora non ha superato il trauma della perdita dei genitori. E in fondo c’è da capirlo: l’Uomo Ragno ce l’ha menata per anni con lo zio, lui non può ancora lamentarsi un po’?. Superman nel frattempo è diventato un “coatto antico”, come si dice a Roma. Le sue entrate in scena sono sempre più pompose, i suoi ammiccamenti fanno strage (nel vero senso della parola), dopo il caffé invece di prendere un amaro, salva la vita alla sua Lois Lane, per non perdere l’abitudine (Amy Adams, in un personaggio scritto così male che riesce a recitare in modo mediocre forse per la prima volta nella sua vita).
Un po’ come due concorrenti forti all’Isola dei Famosi, non possono starsi simpatici. Sono due supermaschi alfa a cui piace travestirsi, avete presente che supersuperego complesso possano avere? Ecco, oltre questo non possiamo andare. Non possiamo spoilerare. Ma una cosa l’ho capita: quando nelle major si preoccupano tanto di chi dovesse svelare i segreti della trama, vuol dire che questi sono così assurdi e mal pensati che il solo rivelarli consiglierebbe a tutti gli aspiranti spettatori di tenersi lontani dalle sale.

BATMAN V SUPERMAN, LA RECENSIONE –

Dunque. Come iniziare la recensione di Batman v Superman: Dawn of Justice? Dico, al di là di una nota battuta fantozziana, come si fa? E’ davvero al di là del bene e del male la regia di Zack Snyder che sembra, in un colpo solo, parodiare il fumetto, le cinesaghe e infine – soprattutto nell’uso del rallenty, se stesso. E’ aiutato, si fa per dire, da Chris Terrio, Oscar per Argo, portato da Ben Affleck, e David S. Goyer, che se è vero che era nel team di scrittura dei Batman di Nolan, ha pure la paternità del Blade cinematografico, il che avrebbe dovuto dirci parecchio.
Insomma, non proprio due scarsi, ma che qui decidono di dare fondo a tutto il carico di eccessi, cafonate, dialoghi improbabili e sopra le righe che avevano in cascina. E quanti ne avevano, ahinoi.
Dall’altra parte Snyder appiattisce tutto con una narrazione visiva che porta alla massima potenza la sua tendenza a semplificare i contenuti per rendere il più barocca possibile le forma.
Un saturazione estetica che, nei momenti migliori, diventa sovraccarico di epica. Con 300, complice anche l’effetto sorpresa, funzionò, con Watchmen trovò la sintesi migliore delle sue qualità, tanto da offuscarne i difetti, con Sucker Punch riuscì a portare a casa la pagnotta nonostante diverse cadute di stile. Qui, invece, il disastro.
Superman, complice la fissità espressiva tutta muscoli e zigomi di Henry Cavill, è imbarazzante nella sua bidimensionalità, il Batman di Affleck è quasi più irritante dell’Alfred di Jeremy Irons, assolutamente fuori parte, gigioneggiando come il supermaggiordomo non farebbe mai e regalandoci un sorriso solo quando allude alla sterilità sentimentale del suo principale, da cui, come una mamma apprensiva, vorrebbe un erede della dinastia Wayne.
Il regista, peraltro, ha sul piatto un’occasione unica. In un mondo in cui il pantheon Dc Comics, con i suoi modelli antiquati di superuomini, risulta decisamente anacronistico, la riflessione sui “falsi dei”, la visione politica della loro incidenza sulla società è un’opportunità unica. Ma lui, Terrio e Goyer, preferiscono farne uno scornamento tra galletti, una rivalità tra bulli che mal sopportano la presenza l’uno dell’altro. Come fossero Belèn e Selvaggia Lucarelli.
Ma il peggio arriva quando i due entrano in conflitto, quando la fragilità di questo scontro tradisce persino le nobili questioni di principio che sostengono esserne alla base (il turbocapitalismo antiproletario di Wayne, il pericolo che rappresenta un alieno onnipotente per il pianeta). Lo spoiler che non possiamo fare si concentra su un dialogo involontariamente esilarante su un’informazione che in teoria i due superfighissimi dovrebbero avere da tempo. E alla fine del quale, tutto crolla. Non solo il film, proprio tutto. E tutto ad un tratto rimpiangi L’uomo d’acciaio.

Ma se tutto questo non bastasse, potremmo anche accennarvi all’immaginario da 11 settembre delle prime scene, una citazione così spudorata da risultare imbarazzante. O all’allenamento di Bruce Wayne prima di affrontare Superman, che fa sembrare sobrio quello di Stallone in Rocky IV.

Insomma, al netto della regia che sembra essere presa da Xena, della scrittura che fa sembrare Superman III Quarto Potere, di un Lex Luthor che offusca il talento finora cristallino di Jesse Eisenberg, forse l’occasione persa è quella di non aver deciso di rendere Batman v Superman: Dawn of Justice una parodia dichiarata. Visto che le due battute migliori sono apertamente comiche: Affleck che dice a Cavill, entrambi in incognito, “sarà che noi con gli psicopatici vestiti da pagliacci a Gotham abbiamo sempre avuto dei problemi”, o ancora quando l’uno dice all’altro, all’apice dello scontro finale, parlando di Wonder Woman (Gal Gadol, il cui unico superpotere sembra essere il non portare il reggiseno), si dicono “ma lei è con te?”, “pensavo fosse con te!”.

E per rispetto non vi abbiamo detto nulla di Diane Lane, di Kevin Costner, di Holly Hunter (che alla fine è quella che se la cava meno peggio). Né dei sottotesti politici, tra terrorismi e armi segrete, che fanno rabbrividire.

Alla fine, però, i messaggi sono tre: se qualcuno avesse portato questo progetto a un produttore italiano, quello avrebbe riso a crepapelle. Ma se un produttore americano avesse letto Lo chiamavano Jeeg Robot, magari avrebbero dato a lui i soldi sprecati per questo trash colossal (Mainetti ci ha detto che anche noi possiamo fare “firm de supereroi”, Snyder che li facciamo meglio). Che le saghe supereroistiche si avviano a diventare un supersoap. E che di fondo la morale della favola dei superbuoni incazzati neri (e rossoblu), è italianissima.

Quale? La mamma è sempre la mamma.