Oscar 2016
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Oscar 2016: ha vinto la politica e il (vero) sogno americano

Neanche ai tempi di Michael Moore si respirava tanta politica nel teatro che ospita la cerimonia degli Oscar. Neanche quando Bush era il Grande Nemico e le guerre sporche la Grande Vergogna. Razzismo, sessismo, ambientalismo, diritti della comunità Lgbt, femminicidio, l’orrore dell’Olocausto preso a monito per gli uomini di buona volontà, persino un appello a Papa Francesco. In quest’anno elettorale di primarie presidenziali tutti hanno fatto la loro parte. Dimenticate le soporifere e distratte cerimonie dei riconoscimenti tricolori, quasi tutti nei tempi contingentati dei ringraziamenti, in questa serata (nottata, per noi) degli Oscar numero 88, hanno detto la loro sull’America e sul mondo.

Inarritu ha preso ad esempio una scena del suo Revenant – “figlio mio, loro non ascoltano la tua voce, guardano solo il colore della tua pelle” – per dire a tutti che razza, provenienza, tratti somatici devono essere irrilevanti per il (pre)giudizio del prossimo. Il regista de Il figlio di Saul ha sottolineato come anche nell’orrore più atroce si debba essere umani e fare la cosa giusta, contro tutto e tutti. Il gruppo di produttori de Il caso Spotlight, premiato come miglior lungometraggio di finzione, ha evocato il Pontefice perché “pensi ai bambini” e faccia giustizia della loro innocenza violata dal clero pedofilo.

Leonardo DiCaprio, che il suo Oscar lo aspettava da più di due decenni si è preso il doppio del tempo per di dichiarare la sua soddisfazione per il successo tanto atteso e per farne il palcoscenico della battaglia a lui più cara, quella per l’ambiente. “Siamo andati fino al Polo Sud per trovare nevi e ghiacci, perché il riscaldamento globale ha devastato il nostro mondo, non diamo per scontato il nostro pianeta, prendiamocene cura”. Un impeto tale da fargli di fatto dimenticare la dedica all’amatissima madre. Sam Smith, voce del tema di Spectre, ha ribadito “il suo essere un gay dichiarato, credo che sia la prima volta che un Oscar vada a chi non fa mistero delle proprie preferenze sessuali e allora io dedico il premio a tutte le comunità Lgbt e a chi combatte perché tutti abbiano gli stessi diritti e opportunità”.

La cineasta che ha vinto nella categoria del corto documentario e anche Lady Gaga hanno affermato e cantato la loro esigenza di difendere le donne dalle vessazioni che subiscono in tutto il mondo. E Chris Rock che a livello comico è stato piuttosto mediocre, ha però fatto un monologo iniziale durissimo, sottolineando come “negli anni ’50 a boicottare gli Oscar non ci pensavamo perché ci ammazzavano, violentavano e appendevano sugli alberi e non avevamo tempo per queste sciocchezze” per poi gelare il teatro con una battuta amarissima: “Tranqulli, noi neri saremo i protagonisti assoluti del filmato In memoriam: ci saranno solo persone di colore uccise da poliziotti mentre andavano al cinema”.

Nessuno si è risparmiato dunque. Non hanno avuto paura, gli artisti più in vista e hanno attaccato il Sistema e le sue ingiustizie con tutta la forza che avevano, dal pulpito più importante.
C’è stato coraggio, tanto, nelle loro parole. Ma forse anche paura, la consapevolezza che il loro Paese è a un passaggio decisivo. Non a caso molti di loro hanno appoggiato esplicitamente Bernie Sanders alle primarie democratiche, non a caso c’era il vicepresidente Joe Biden a dar forza alla lotta per i diritti delle donne.

Il cinema, che molto spesso vede prima degli altri il futuro, che ha creduto in Obama e sente che il presidente non è riuscito ad adempiere ai suoi compiti, nonostante stia facendo di tutto per farlo, sente di dover fare la sua parte. E anche se (quasi) mai è stato evocato, vuole fermare Donald Trump, convitato di pietra della grande festa degli Oscar. Lui e l’America che rappresenta non possono far ripiombare gli Usa nel Medio Evo post moderno fatto di violenza e sopraffazione delle ultime ere repubblicane. Il Capitalismo senza regole e padre di disparità sociali ed economiche inaccettabili di cui il miliardario è alfiere hanno già messo in ginocchio il sogno americano. Quello tante volte raccontato dalla Settima Arte, quello vero fatto di sete di democrazia, giustizia e uguaglianza, di diritto alla verità e alla felicità. Una vittoria sbagliata potrebbe dargli il colpo di grazia. E allora il cinema ha voluto dire a tutti l’idea che ha del nostro pianeta.
Perché si è accorto, semplicemente, dopo 15 anni, che forse quei ragazzi di Genova avevano ragione. “Un altro mondo è possibile”. Ora. O sarà troppo tardi.

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