Unioni Civili
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Unioni Civili, Cirinnà abdica, Pd si incarta. Ora la legge rischia di venire stravolta

«Ho sbagliato a fidarmi del M5S, con questo scivolone chiudo la mia carriera politica». Cirinnà, ultimo atto. Mentre a Palazzo Madama va in scena lo psicodramma sulle Unioni Civili del Partito Democratico, riuscito a incartarsi quando il grande incasso – numeri alla mano – sembrava ormai alla portata, la prima firmataria del testo si dice pronta a sfilarsi, amareggiata. Di fatto, è una resa: tra i corridoi parlamentari sembra evidente che, a questo punto, se il testo verrà approvato non sarà più lo stesso. Cambiato, con la stepchild adoption, assaltata da centristi, cattodem e destre, già considerata nelle vesti della “vittima” designata. Al di là degli appelli di una minoranza Pd rimasta ancora una volta nell’angolo, senza troppo peso. «Il ddl Cirinnà? Sarà stravolto, con un compromesso al ribasso», temono adesso non pochi senatori laici. E la stessa Cirinnà lo lascia intendere: «Sono pronta a ritirare la firma se la legge verrà stravolta». Di certo, c’è già lo slittamento: se ne riparlerà mercoledì 24 febbraio. «Una settimana di rinvio, necessaria per non affossare la legge, ora che le condizioni sono cambiate, con la retromarcia a 5 Stelle», si difende lo stesso Andrea Marcucci, padre di quel canguro che resta – quantomeno – congelato.

Unioni Civili Monica Cirinnà

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MONICA CIRINNÀ, ULTIMO ATTO

Volto scuro, con le lacrime trattenute a stento, la senatrice Cirinnà ne ha per tutti dai corridoi del Transatlantico. Si prende la «responsabilità politica» della fiducia accordata a quel M5S passato in poco tempo dal sostegno ai matrimoni egualitari, al «non consentiremo che il ddl venga stravolto», alla libertà di coscienza sull’adozione del figlio del partner, fino alla scelta di non votare quel “supercanguro” che avrebbe blindato il testo e tagliato gran parte degli emendamenti. Metodo già contestato in passato su riforme e Italicum. Ma non ci sta, lei che era già stata contestata dentro il partito per la strategia adottata, a passare come il capro espiatorio. Né quella che ha spinto il Pd su una linea oltranzista. I nomi di chi non ha rispettato i patti, fuori e dentro il Pd, a suo avviso sono evidenti: «Vorrei che fosse chiara la genesi del ddl», spiega in Senato, poco prima che si riunisse la capigruppo chiesta da Zanda per prendere tempo. «Questa legge l’abbiamo scritta in tre, nella stanza di Tonini, con Lumia. Questa versione rappresentava l’accordo raggiunto nel Pd. Rispettava in modo totale il programma di Governo, stepchild adoption compresa». Ma non solo. Cirinnà svela pure come i tempi fossero stati concordati, passo dopo passo, con i vertici del partito: «A ottobre Renzi ci ha chiesto di andare in aula e votare». Tradotto, nessuna scelta autonoma, né accelerazione in solitaria. Questo era l’iter. «Ma non è più questo provvedimento la vera materia del contendere perché si sono aggiunte questioni politiche pesantissime..», azzarda.

UNIONI CIVILI, ORA I CATTODEM SPINGONO PER CAMBIARE CORNICE

Ora, però, la cornice rischia – a dir poco – di cambiare, dopo il niet dei 5 Stelle. «Ricordate la moglie della “Casa degli spiriti”, il libro della Allende. Ricordate quando disse “Non parlerò mai più con mio marito. Ecco io ho un brutto carattere, se qualcuno mi fa un torto non gli parlo più», attacca in direzione grillina. Dal fronte pentastellato, però, non hanno intenzione di passare per responsabili dell’empasse nella quale si è cacciato il Partito Democratico. Il coro è unanime, sia in Aula, che nei corridoi di Palazzo Madama: «Nessun rinvio, si rimanga in aula lunedì, venerdì e anche sabato e domenica e anche la notte come avete fatto con le riforme costituzionali», azzarda la capogruppo Nunzia Catalfo. Le fa eco Alberto Airola, tra i senatori a 5 Stelle più vicini al movimento Lgbt e che già era stato scelto paradossalmente per annunciare lo “strappo” in Senato sul maxi-emendamento: «Abbiamo votato il testo in commissione e fatto in modo che arrivasse in aula. I numeri, volendo, ci sono. Stiamo continuando a sostenere il ddl. Andiamo avanti». Per i grillini si può ancora portare a casa un provvedimento sul quale pesano però circa 600 emendamenti, compresi i mini-canguri leghisti che rischiano di far affossare tutto il testo, magari a voto segreto. Ma il Pd sembra guardare già altrove.

UNIONI CIVILI, IL “SUICIDIO” POLITICO DEL PD

Troppo rischioso affrontare voto per voto, emendamento per emendamento, con le ombre degli scrutini con voto non palese e le trappole di Calderoli. Serve tempo per valutare nuove strade. Una settimana di passione, tra incontri riservati e trattative. Non a caso nel partito i cattodem esultano. Ma se Lepri non commenta e si rifugia nel silenzio, Rosa Maria Di Giorgi è chiara: «Ora è chiaro chi non è affidabile, va ritrovata una sintesi nel partito e nella formula della maggioranza», spiega a Giornalettismo. Tradotto, quello che per molti sarebbe “un compromesso al ribasso“. Cirinnà, le minoranze dem e l’area orfiniana di Rifare l’Italia non vogliono nemmeno sentirne parlare. L’ipotesi dello stralcio della stepchild adoption e dell’articolo 5 non è in campo: «Se pensano di far passare questa legge in modo pasticciato, se lo scordino. Potranno rientrare i cattolici, ma nel partito sarebbe un Viet Nam», avvertono dalla minoranza bersaniana. E non manca chi critica la gestione: «L’arbitro oggi ha fischiato un fallo di confusione. Abbiamo sbagliato strategia, dovevamo andare in Aula e votare. Ognuno doveva prendersi la propria responsabilità», spiega Stefano Esposito.  E non pochi criticano pure le scelte di Zanda: «Ci stiamo incartando da soli, il canguro non era la soluzione….». Marcucci, invece, padre del maxi-emendamento per il quale tutto è saltato, prende tempo e difende quanto fatto: «Credo che le responsabilità siano chiare, il M5S ha cambiato idea. Strategie sbagliate? Non credo. Capisco che nel partito ci siano diverse sensibilità, ma andare a un sacrificio in Aula oggi sarebbe stata una magra consolazione». Nel Pd, però, è guerra aperta dopo quello che viene considerato da più parti un «inspiegabile suicidio politico». C’è chi invoca Renzi, chi punta a stralciare la stepchild. O chi la difende e si dice pronto a tutto per blindarla. Equilibri saltati, mentre da Ap colgono la palla al balzo per rientrare nella partita: «Vogliamo la legge ma senza forzature, niente stepchild o omologazione matrimonio. Ora serve trovare un’intesa nella maggioranza», gongola Schifani. Una direzione che molti considerano in Transatlantico come la più probabile. Ma il rischio è che le stesse Unioni Civili finiscano in un binario morto, vittima di veti e sgambetti incrociati. Se ne riparlerà dal 24, con in mezzo il milleproroghe. Ma c’è già chi avverte in casa dem. «Sarà decisiva l’assemblea nazionale di domenica..». Tutto è riaperto, con Cirinnà che abdica e il Pd incartato sui propri errori.