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Elezioni 2016, la grande paura del centrodestra. Fi-Lega-Fdi a rischio tracollo

Il ritardo è già palese, i candidati per le Comunali latitano, i sondaggi non sorridono. E ai leader di centrodestra non resta che continuare a glissare, frenare, rinviare le scelte che contano. Con il grande incubo di restare spettatori ai ballottaggi, schiacciati nella tenaglia tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle. Se l’asse Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia sbandierava le elezioni 2016 come l’occasione per una prima spallata al renzismo, di fronte a un passaggio delicato in casa dem, per il trio Berlusconi-Salvini-Meloni in realtà le Amministrative restano ancora oggi un rebus totale.

Non è un caso che nessuno abbia voglia di spendersi troppo, almeno in prima persona. Il rischio da evitare? Quello di vedersi attribuite le responsabilità di una sconfitta alle urne. Sarebbe una beffa per il segretario del Carroccio che sogna Palazzo Chigi. Così come uno stop alle ambizioni dell’ex ministra. Allo stesso modo, per il Cav, sarebbe l’ultima tappa del suo tramonto politico. Per questo, al di là dei proclami e della formula retorica «uniti si vince», sull’asse Arcore-Via Bellerio-Roma non mancano le diffidenze reciproche. Tutti aspettano che sia l’altro a fare il primo passo. Ma il pericolo reale è che, dietro il tatticismo, alla fine ne escano tutti travolti.

ELEZIONI 2016, CENTRODESTRA IN AFFANNO. IL GRANDE REBUS DELLE AMMINISTRATIVE PER FI-LEGA-FDI

Certo, mancano ancora circa sei mesi al voto nelle principali città, da Milano a Roma, passando per Torino, Bologna, Napoli e Cagliari. Eppure, gli avversari si muovono già. In casa Pd-centrosinistra, tra sindaci uscenti confermati e primarie da lanciare, la macchina dei gazebo si sta attivando. E anche in casa M5S qualche casella è già stata coperta. Al contrario, dal fronte dell’opposizione di centrodestra c’è ancora il silenzio totale. L’unica certezza è stato il ritorno dei caminetti ad Arcore dal Cav. Con le primarie già archiviate da chi, come Meloni e Salvini, ne aveva fatto una bandiera.

Di elezioni, strategie e candidature ne sanno poco o nulla i parlamentari azzurri. Tra i gruppi c’è ormai poca fiducia nel Cav, tra le paure di rottamazione dei peones e i timori della vecchia guardia per l’Opa ostile del Carroccio. «Berlusconi? Inutile girarci intorno, ormai si è autoconsegnato nelle mani di Salvini. Noi siamo al 9%, se va bene. E le Comunali saranno il nostro funerale», denunciano i dissidenti di Fi. Spaesati e in crisi d’identità, di fronte a un partito vittima di scissioni, continue lotte intestine e «senza alcuna chiara prospettiva politica». Tutto mentre la diaspora, spiegano tra Camera e Senato, è solo all’inizio, tra chi è tentato dal salto da Renzi con Verdini e chi proverà a riciclarsi da Salvini. «Di certo, Fi ormai è il passato», denunciano.

Berlusconi da tempo non ha più voglia di dare attenzione agli sfoghi dei suoi, ma sarà costretto ad affrontare il dossier elettorale, cercando una sintesi pure sulle Unioni civili. Le incognite non mancano. A partire dai diritti delle coppie Lgbt, con il Cav che punta sulla libertà di coscienza, di fronte a un partito diviso tra l’area che spinge per il sì (Prestigiacomo, Brambilla, Carfagna), chi rivendica il suo no convinto al Ddl Cirinnà e alle adozioni (come gli oltranzisti Malan e Gasparri) e chi vuole modifiche al testo. Ma restano le Comunali il vero interrogativo. Anche perché dal tavolo delle alleanze, presieduto da Altero Matteoli, nomi nuovi faticano a emergere.

ELEZIONI 2016 ROMA, MELONI GLISSA ANCORA. MA NON CI SONO ALTERNATIVE

A Roma Giorgia Meloni continua a glissare sulla sua candidatura. «La sua disponibilità c’è, se non ci saranno altri nomi validi o più forti non si tirerà indietro», spiegano fonti di Fdi. Ma la realtà è che l’ex ministra preferirebbe non correre il rischio di bruciarsi. «Pure una sconfitta al ballottaggio sarebbe una tomba a qualsiasi ambizione futura», c’è chi precisa alla Camera, coperto da anonimato. Il problema è che le alternative non ci sono: Berlusconi aveva sondato Frattini, ma i sondaggi lo hanno bocciato. «Da Vespa abbiamo incassato un “no grazie”, la stessa ipotesi dell’ex prefetto Pecoraro non ha avuto seguito», spiegano a Montecitorio. Così il centrodestra è ancora in confusione.

Non è un caso che, di fronte ai tentennamenti di Meloni, la manifestazione unitaria del centrodestra nella Capitale continui a slittare. Era stata pensata come rampa di lancio per la candidatura. Prima fissata il 7 febbraio, poi il 20: ora potrebbe essere spostata ancora di una settimana. «Ma non vorremmo ritrovarci con Meloni che si tira indietro a marzo e allo stesso tempo continua a mettere il veto su Marchini», spiegano a Giornalettismo da Fi. «Non è questione di veti, lui non è un uomo di destra», ribattono da Fdi. Eppure, tra frenate e tatticismi, il centrodestra rischia di non arrivare nemmeno al secondo turno. E gli avversari? In casa Pd la candidatura di Roberto Giachetti è ormai vicina. L’investitura arriverà presto, pur attraverso le primarie del 6 marzo. Nessuno nel partito romano, né tra i zingarettiani né tra gli orfiniani, sembra voler tentare la strada del “fuoco amico“. E in casa dem c’è la convinzione che l’effetto Marino sia già dimenticato. Così come che ci sia margine per ricucire con Sel-Si, dopo la fuga in avanti di Stefano Fassina. Decisivi saranno la Direzione nazionale Pd del 22 e la kermesse del Brancaccio del 23 con gli amministratori che non vogliono archiviare il centrosinistra capitolino. Altrimenti, se lo strappo sarà confermato, si proverà a tenere almeno aperto l’asse sui municipi o in vista del ballottaggio. Un secondo turno dove il Pd è «certo» di arrivare, spiegano big dem romani. Ma dove è difficile immaginare fuori, sondaggi alla mano, anche i 5 Stelle, al di là del candidato scelto. Tradotto, a farne le spese rischia di essere lo stesso centrodestra, soprattutto se si ritrovasse separato ai nastri di partenza.

INCOGNITA MILANO. A TORINO IL CENTRODESTRA RISCHIA LA MARGINALITÀ

Ma la situazione rischia di mettersi male anche a Milano. Il nome del direttore del Giornale Allessandro Sallusti non decolla nei sondaggi: «Sembra essere stato evocato soltanto per bloccare la discussione», c’è chi si lamenta dal fronte forzista. Non esalta nemmeno Stefano Parisi, ex Fastweb. Qualcuno prova a rilanciare le quotazioni di Paolo Del Debbio, ma i rifiuti si sono moltiplicati dal giornalista. Tanto che, di fronte al mancato accordo Balzani-Majorino e alle primarie a tre di centrosinistra che avvantaggiano Giuseppe Sala, c’è chi vede ormai la strada spianata per l’ex commissario Expo per il post-Pisapia a Palazzo Marino. In una competizione dove lo stesso Salvini si giocherà una partita non semplice, correndo da capolista in una piazza difficile come quelle milanese. Rischi su rischi.

E a Torino? Con le candidature già in campo dell’uscente Piero Fassino (Pd),di Chiara Appendino (M5S) e Giorgio Airaudo (Si-Sel), per i leader di Fi, Carroccio e Fdi sembra una partita già persa in partenza. Fonti azzurre parlamentari sono certe che sarà Osvaldo Napoli il candidato. In vantaggio sul notaio Alberto Morano, che Fi non vuole e che «non è certo una candidatura autorevole come fu quella di Brugnaro a Venezia», spiegano. Certo, l’ex deputato Napoli sarebbe tutt’altro che una scelta di rinnovamento. Mai rassegnato al “pensionamento” e onnipresente nei salotti romani, pagò a durò prezzo – si mormora dalle parti di Montecitorio – quell’intervista che nel 2012 rilasciò a Libero: «L’80% per cento del Pdl sta con Alfano e Berlusconi rappresenta la minoranza del partito», azzardò. Se ne pentì amaramente, con la ricandidatura saltata. Anche per l’intervento – si dice – di Verdini, allora ancora sodale del Cav. Ma ora, nella penuria di candidati, è lui a sognare la corsa contro Fassino. Lo stesso per il quale spiegò di fare il tifo per il Quirinale, tra le polemiche interne.

Oggi verso lo stesso Fassino guardano anche altri ex forzisti o uomini di centrodestra, pronti a sostenerlo alle elezioni di giugno. La convergenza potrà nascere anche grazie alla lista dei Moderati di Portas, che nel capoluogo piemontese pesano per il 10% circa: dall’ex governatore di centrodestra Enzo Ghigo, ex uomo di Publitalia e berlusconiano doc, fino all’ex senatore Aldo Scarabosio e all’ex vicepresidente del Csm, Michele Vietti, non pochi puntano al grande salto. E l’ex segretario Ds non si farà troppi scrupoli nell’affidarsi anche a loro per tentare il bis, dopo aver perso la sinistra della coalizione. Prove concrete di Partito della Nazione. Nel silenzio o quasi della minoranza bersaniana, pronta ad evocare lo spauracchio sui media, ma quasi immobile quando si creano laboratori e assi concreti tra i territori della penisola. A Torino, come a Napoli, dove Campania popolare e verdiniani sono più che tentati dal sostegno al candidato del centrosinistra. 

CENTRODESTRA E FORZA ITALIA NON PERVENUTI A CAGLIARI

Ma il centrodestra cosa farà sotto il Vesuvio? Archiviata l’ipotesi Carfagna, si affiderà ancora a Gianni Lettieri, già sconfitto 5 anni fa. Il simbolo, ancora una volta, della difficoltà a far emergere qualsiasi alternativa. Non va meglio a Bologna. Sotte le due Torri Virginio Merola tenterà la riconferma contro il fedelissimo di Grillo, Max Bugani (M5S). Ma sarà orfano della sinistra che correrà con una candidatura autonoma. E il centrodestra? Dibattito fermo da mesi, tra le ipotesi Galeazzo Bignami (Fi) e Lucia Borgonzoni, voluta dalla Lega. Non pervenuta Forza Italia nemmeno a Cagliari: c’è chi vorrebbe convergere a questo punto sulla candidatura dell’ex senatore Piergiorgio Massidda, ora candidato “civico”. Resta però l’ostracismo del segretario regionale Cappellacci e di metà partito locale. Ritardi che, anche in questo caso, rischiano di tagliare fuori Fi e il centrodestra dalla corsa elettorale. Tradotto, altro che rivincite su Renzi. Il centrodestra rischia di restare a guardare alle urne. Servirebbe un’impresa. O un atto di coraggio dei suoi leader. Ma, con tutte le ombre all’orizzonte, l’impressione è che nessuno vorrà metterci la faccia. Rischiando però di perderla lo stesso.