E Parigi ora ha paura del “superattentato”

di Redazione | 08/01/2016

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Da giorni Parigi era in stato di massima allerta: così rimarrà dopo l’uccisione di ieri, dopo l’aggressione al commissariato di Rue Mercadet, dove un presunto estremista islamico – Sallah Ali – ha tentato di far irruzione nel posto di polizia con un coltello e una finta cintura esplosiva. Le forze dell’ordine l’hanno abbattuto, e l’allarme non cala. Per i servizi segreti, c’è il rischio di un “big one”, di un grande attentato, di un nuovo 13 novembre.

FRANCIA, I SERVIZI IN ALLERTA: PAURA DEL SUPERATTENTATO

Il Messaggero racconta le paure dei servizi di intelligence francesi.

Se lo aspettavano. Se lo aspettano ancora. Non sapevano da dove l’attacco sarebbe arrivato, ma i servizi francesi erano in stato di allerta ancora più alto dal 4 gennaio. Più militari, poliziotti con licenza di sparare davanti al primo segnale di pericolo. E il pericolo è arrivato. Per qualche ora, ieri, fino a metà pomeriggio, si è temuto che l’aggressione al commissariato della rue Mercadet fosse un diversivo, un modo per attirare gente, magari personalità politiche, e poi sferrare l’attacco “vero”. In Francia, in questo nuovo gergo da terrorismo, lo chiamano il «sur-attentat», il sovra-attentato, l’attentato più grosso, il big one. Gli esperti ieri lo ripetevano: la sera del 13 novembre Abdelhamid Abaaoud, la mente delle stragi, non era forse riuscito a tornare sui suoi passi, ad avvicinarsi al Bataclan mentre ancora sparavano, ad avvicinarsi alle autorità, al ministro dell’Interno, al sindaco Hidalgo, venuti a seguire le operazioni da vicino? E se Abaooud si fosse fatto saltare in aria? Ieri per ore le forze dell’ordine hanno blindato il quartiere della Goutte d’Or, e poi ancora oltre, fin quasi al sacro cuore e più giù, lungo i boulevard. Per ore si è parlato di un possibile complice in fuga, si è temuto che potessero esserci altri attacchi. Alla fine, le transenne hanno cominciato ad aprirsi soltanto all’inizio della serata, ma il quartiere è rimasto deserto. La ministra della Giustizia Taubira ha detto a caldo che Sallah Ali, che ha tentato di fare irruzione nel commissariato gridando Allah Akhbar, armato di coltello e con una falsa cintura esplosiva, «non è assolutamente legato agli ambienti del radicalismo violento». Un’affermazione soltanto in parte rassicurante. E se la volontà di passare all’azione, di sferrare un attacco, non fosse più prerogativa soltanto di radicali «indottrinati» e reclutati alla jihad? Se non fosse più necessario partire in Siria per addestrarsi a fare strage? Se invece dei lupi solitari, ci si ritrovasse con un nuovo esercito di cani sciolti, ancora meno identificabili, meno controllabili, meno prevedibili?

 

D’altronde, ne sono convinti gli inquirenti, il confine fra estremismo islamico e squilibrio mentale è ormai labilissimo: e così il procuratore di Parigi lo afferma senza timore di smentite.

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Quello di ieri è stato un attacco terroristico.

Il procuratore di Parigi François Molins, l’uomo «di tutte le stragi» ha subito preso in mano l’inchiesta. Per lui nessun dubbio: si tratta di un atto di terrorismo. Il foglio ritrovato nel giaccone di Sallah, la rivendicazione in arabo, è «inequivocabile». D’altra parte ormai sono tutti d’accordo, psichiatri e forze dell’ordine: la frontiera tra kamikaze e persone con disturbi mentali è sempre più labile. La “missione” di ieri al commissariato del 18esimo arrondissement è comunque riuscita: la tensione è altissima. E le celebrazioni in omaggio agli attentati di un anno fa rischiano di peggiorare la situazione. Ieri, poco prima dell’aggressione alla Goutte d’Or, la vicepresidente della Commissione d’inchiesta sulla lotta contro le filiere jihadiste Nathalie Goulet ha messo in guardia dall’«effetto perverso delle celebrazioni» in un articolo pubblicato sull’Huffington Post Francia. Goulet ha lanciato un allarme sul possibile effetto «emulazione» che possono avere le immagini degli attacchi. «Quello che cercano questi assassini- ha scritto Goulet – , oltre a promuovere un’ideologia violenta e contraria ai nostri valori, è un momento di gloria: cercano il riconoscimento. È ormai un fatto assodato l’effetto di emulazione che le immagini possono provocare sui jihadisti, la “fama” tragica che circonda i criminali fa nascere vocazioni».

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