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Dopo il caso Apple la paura delle multinazionali verso gli stati

Le multinazionali ora hanno paura: dopo il precedente di Apple, che ha dovuto pagare qualcosa come 318 milioni di euro al fisco italiano, le grandi corporation iniziano a mettere da parte nei propri bilanci dei fondi speciali d’urgenza per fare fronte alle spese legali. Sopratutto in un campo, come quello dell’elusione fiscale, in cui le grandi multinazionali hanno sostanzialmente fatto come gli è parso è piaciuto, in attesa che dai giudici arrivasse l’elaborazione legale per poterle condannare in tribunale.

ELUSIONE FISCALE DELLE MULTINAZIONALI, UN PROBLEMA GLOBALE

Il caso Apple, scrive su Repubblica Federico Rampini, farà da battistrada.

Ha fatto il giro del mondo la notizia anticipata ieri da Repubblica, sulla sanzione da 318 milioni che Apple ha pagato al fisco italiano. E si capisce perché. È una notizia che può avere sviluppi notevoli, nel mondo intero. Riguarda i privilegi fiscali delle multinazionali e il loro impatto sulle finanze pubbliche, dall’Unione europea agli Stati Uniti. L’ultima volta che un vertice internazionale si è occupato di elusione fiscale è stato due mesi e mezzo fa a Lima. Al summit fu presentata la ricerca di un economista della University of California, Gabriel Zucman, secondo cui le grandi imprese nascondono al fisco un imponibile pari a 7.600 miliardi di dollari. In quella sede il Fondo monetario e l’Ocse hanno stimato annualmente a 250 miliardi di dollari di tasse in più, il gettito di un’azione concertata contro l’elusione delle multinazionali. È il valore di molte “manovre di austerity”.

Anche perché, continua l’inviato del quotidiano di Ezio Mauro riprendendo il New York Times, non è certo la prima volta che il colosso multinazionale schiva le regole.

Il meccanismo è lo stesso che veniva raccontato dal New York Times nell’aprile 2012 con un reportage da Reno, città del Nevada sui bordi del lago Tahoe, celebre per i suoi casinò e non certo per le sue prodezze nell’innovazione tecnologica. Così iniziava l’articolo del New York Times: «Apple non progetta gli iPhone qui. Non ha un servizio di assistenza al consumatore in questa città. Non produce iPad nelle vicinanze… ». E tuttavia nei bilanci della multinazionale, i profitti che sarebbero dovuto appartenere alla sede centrale di Cupertino, nella Silicon Valley californiana, misteriosamente scomparivano dal quartier generale per riapparire appunto nella filiale di Reno, Nevada. La ragione: lo Stato della California ha una tassa sugli utili societari dell’8,84% mentre nel Nevada quella tassa non esiste. È pari a zero. Il gioco è identico a quello effettuato con l’Irlanda e altri paradisi fiscali offshore.

LA STORIA: Apple si arrende e paga al fisco italiano 

Il problema, in Europa, è particolarmente pressante date le storture del mercato unico europeo, ancora tutto in formazione e poco attento ad alcune situazioni molto sottili (quale il problema della concorrenza fiscale fra stati membri dell’Unione).

In altre situazioni le multinazionali non hanno bisogno di evadere. I loro uffici legali studiano le normative fiscali per trovarvi architetture “lecite” che consentono di minimizzare la pressione fiscale: creano sedi societarie fittizie, “scatole vuote” domiciliate in paradisi off-shore, e spostano con esercizi di virtuosismo contabile i loro profitti in quelle società. Così l’aliquota effettiva sui profitti di Apple “spostati” nelle scatole vuote irlandesi ha oscillato fra il 2% e lo 0,05%. Cioè una frazione perfino rispetto all’aliquota irlandese che vale per altre società, già una fra le più basse del mondo: 12,5%. Qui si tocca un peccato originale del mercato unico europeo, la cui architettura non ha mai veramente impedito la “concorrenza fiscale” tra Stati: meccanismo perverso, con cui qualche Stato membro cerca di attirare sul proprio territorio le aziende altrui a colpi di sconti fiscali. Il risultato è che la spesa pubblica viene finanziata spostando il carico su chi non può fuggire: lavoro dipendente, ceto medio, piccola e media impresa. Il danno è enorme sotto ogni profilo, ivi compresa «la fiducia dei cittadini nelle istituzioni», ha ricordato il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurrìa.

La situazione è ancora più complessa per le aziende che operano prevalentemente, se non totalmente, sul mercato digitale, che per sua natura non ha patria, non ha origine, non ha residenza fiscale.

La gara dell’elusione è diventata ancora più facile nell’economia digitale. Apple e Amazon ricavano solo una parte del proprio fatturato da produzioni di oggetti; Google e Facebook operano solo nell’ambito di servizi digitali, immateriali. Anche chi produce cose come gli iPhone, ne estrae valore prevalentemente sotto forma di royalties, brevetti, copyright. Cioè prezzi attribuiti all’ingegno umano, all’algoritmo del software, al design. È più facile in questi casi sostenere che l’origine del valore non è in un luogo fisico, geografico. Istruttiva da questo punto di vista l’intervista che il Chief executive di Apple, Tim Cook, ha rilasciato proprio alla vigilia di Natale a Charlie Rose della tv americana Cbs. Contiene un durissimo attacco alla normativa fiscale americana: «Arretrata, fatta per l’epoca industriale non per l’era digitale, deleteria per l’America ». Segue da parte di Cook l’ammissione che se lui dovesse rimpatriare i 200 miliardi di dollari cash che parcheggia all’estero, il fisco americano gli infliggerebbe una stangata del 40%. Di che intaccare la redditività dell’azienda più quotata di tutte le Borse mondiali. La durezza del tono di Cook in quell’intervista può avere tante spiegazioni. Una è che forse il vento sta cambiando. La campagna elettorale americana ha toni “populisti”, sia a destra che a sinistra, e i boss delle multinazionali non sono più riveriti o addirittura idolatrati come ai tempi di Steve Jobs.

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