Quo vado? Checco Zalone fa di nuovo centro, raccontando l’italiano medio(cre) – RECENSIONE

di Boris Sollazzo | 29/12/2015

quo vado

QUO VADO? –

La felicità, quella vera, l’hanno raccontata Al Bano e Romina. Un bicchiere di vino, un panino, magari in un ufficio della Provincia, a godersi il posto fisso che ti è stato passato come eredità da papà e concesso come prebenda dal senatore di turno (preparatevi: il genitore è Maurizio Micheli, il politico Lino Banfi, tanto per far capire a tutti chi sono i padri costituenti della comicità zaloniana). Ma è anche tenersi per mano e andare lontano, magari in Norvegia. Non ci avete capito molto?
Eppure il nuovo lungometraggio scritto e interpretato da Checco Zalone e diretto da Gennaro Nunziante, Quo vado?, è semplice quanto efficace: è la storia di uno statale – anzi di un provinciale, in tutti i sensi – che ha realizzato tutti i suoi sogni di parassita, mammone, fannullone, bamboccione: meglio del Claudio Bisio che prova a ingannare le Poste e si ritrova al Sud, meglio dei Ficarra e Picone Nati stanchi, professionisti di concorsi pubblici persi. Lui sa cos’ha, nella sua felicità da Candido voltairiano del nostro Mezzogiorno: una fidanzata eterna e devota – “ma non ama me, solo ma mia fissità” -, una madre che lo serve e riverisce, un lavoro che gli garantisce una nullafacenza che affronta con rigore (arriva sempre presto, mezz’ora prima di mezzogiorno, e trova sempre qualcuno che gli fa trovare il cartellino già timbrato, e consegna con benevolenza le licenze di caccia e pesca), uno stipendio che può spendere come preferisce, perché lui è a carico dei suoi e dello Stato. Ha ricavato, nel suo posto di lavoro, anche uno sgabuzzino dove tiene i regali di chi usufruisce dei suoi servigi. Ma lui, con una mirabile lezione di educazione civica, sottolinea che non è “corruzione o concussione, ma solo educazione”. In una parola lui ha un posto fisso: non solo nella professione, ma proprio nella scala sociale di un’Italia che lo venera come una semidivinità, titolare di un superpotere che ormai è utopia. E noi, invidiosi, lo guardiamo con disprezzo solo perché lo facciamo dal basso delle nostre partite Iva.

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QUO VADO? LA TRAMA –

Il film si apre in Africa, con uno Zalone alla ricerca di qualcuno o qualcosa. Inciampa in una serie di sfortune e oersino in una tribù che si annuncia come violenta e pericolosa. Ma lo sciamano del villaggio gli dà una possibilità: raccontare la sua vita, per scrutare il suo animo e capire se potrà sopravvivere o essere purificato letalmente dal fuoco. Da qui parte un lungo flashback, strumentale a un finale che forse è il momento più debole del racconto.

Altro non è, questa, che la cinebiografia di un italiano medio(cre), dei suoi sogni infranti, di una prima repubblica che qui trova persino il suo inno, a metà storia, con una canzone che diventerà una hit – insieme a quella in inglese, sorta di peana dell’Italia per l’estero, che alla fine trova anche una celestiale rima tra Hack e fuck – e che recita, nel suo punto più ispirato “con un’unghia incarnita eri invalido tutta la vita”, che rimpiange “i castelli medievali a equocanone” o “gli usceri paraplegici” che “saltavano” e “i bidelli sordomuti” che “cantavano”. Zalone è il nuovo Alberto Sordi, per la capacità di incarnare le nostre meschinità senza pregiudizi ma con la capacità di usare il suo feroce sarcasmo per ritrarle su di sé. Immedesimandosi in una (dis)umanità che conosce, come e meglio del De Sica cinepanettoniano, perché la sua comicità è più cattiva, ricercata nel suo essere elementare (lo è la battuta, mai la costruzione della stessa), solo apparentemente accondiscendente verso chi racconta. Ci fa ridere, vergognandoci, ma non vergognandosi, perché nella grettezza dei suoi personaggi si nasconde la raffinatezza ruvida con cui li disegna lui. Siamo italiani brava gente che per amore farebbero tutto, ma i veri valori li conosciamo: quelli della furbizia e della prevaricazione gentile, fondata sul compromesso. “Fate come se fossi affiliato” è una battuta tanto geniale quanto amara e illuminante, così come la battaglia tra Sonia Bergamasco, killer dell’amministrazione pubblica che con il ricatto cerca dimissioni forzate dai lavoratori e Zalone, che per il posto fisso sa trasformare il martirio del mobbing nel paradiso del fannullone, capace di piegare ai suoi interessi qualsiasi cosa e chiunque. Il comicinismo di Zalone naviga nell’oro in un paese incapace di equilibrio, rivoluzionario a parole e gattopardesco nei fatti – la provincia diventa area metropolitana e anche Matteo Renzi, con una strofa feroce è sistemato – e l’appannamento (creativo, non certo economico: i suoi 50 milioni di euro li ha fatti) di Sole a Catinelle si trasforma in quest’ottima quarta prova. Forse la migliore finora, dopo l’esordio.

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Si ride, si riflette – e soprattutto ci si riflette, come in uno specchio – e c’è anche spazio per quel divertito attacco ai pregiudizi dei salotti o la tendeza degli italiani a generalizzare i meriti altrui, a mitizzare l’estero. Quando Checco viene spedito al Polo Nord e trova l’amore nell’incantevole scienziata Eleonora Giovanardi, sembra di stare in un servizio del Ballarò di Floris, dove dal Belgio alla Scandinavia, tutto era sempre più bello, giusto, felice. E civile, perché una delle parti più divertenti di Quo vado? è la rieducazione di Checco alle regole del vivere in una società organizzata e obbediente a dirtti e doveri, la capacità di diventare il paladino di una Norvegia perfetta, persino nella fisionomia. Perfetta, almeno finché non cala il sole. E poi la reazione dei suoi genitori, scandalizzati. E infine la tv, da cui non può non venire la redenzione.
Nunziante è sempre più bravo a non essere solo il cineasta “tutelare” del buon Zalone, ma a dare una visuale e una confezione alla storia che sia curata e intelligente, Luca Medici (il vero nome del comico) ha raffinato la sua scrittura mantenendo le scorrettezze geniali che lo contraddistinguono, e anche quegli ammiccamenti inevitabili per chi ha fatto di sé un personaggio da commedia dell’arte, sono diminuiti nell’interpretazione, sempre, inevitabilmente macchiettistica. Ma in questo caso è la sua forza, come sempre, perché solo così può prendere in giro quel politicamente corretto che surfa sul fango della mediocrità emotiva, civile e sociale del nostro paese. Il Checco Zalone di Quo vado? è lo stesso che imita, demolendolo, Gramellini. Perché quest’ultimo in fondo ha la sola colpa di essere lo scrigno di una classe socioculturale ben più parassitaria di quella di Checco, quella di Michele Serra o Fabio Fazio, utile solo a far sentire superiore nel suo paternalismo elitario l’Italia benpensante, la meglio gioventù che per prima ha approfittato delle fragilità di questa nazione (date un’occhiata dove sono i coraggiosi ex sessantottino). Quel gruppo di uomini e donne sempre pronto a puntare il dito sui Checco di turno, senza accorgersi, magari, di averli cresciuti. Nel migliore dei casi. Nel peggiore, di non averli mai capiti, di averli disprezzati, di essersi presi i privilegi dei loro salotti senza pensare che anche nel loro salotto avrebbero dovuto farsi ascoltare.

E allora, viva Checco Zalone. Perché ce lo meritiamo. E lo dico con orgoglio, perché se un giorno ci accorgeremo di chi siamo sarà merito di questo genio che si traveste da fesso. Perché chi dice la verità, in questo paese, può farlo solo così, chiedete a Elio e le storie tese: musicisti straordinari che hanno consegnato alla demenzialità tante fotografie del nostro paese. Proprio come fa lui.