La Boschi vince e si allinea alle parole di Renzi sul “babbo”. Opposizioni in ordine sparso

di Alberto Sofia | 18/12/2015

Maria Elena Boschi in Aula

Non erano i numeri l’incognita di Montecitorio. Era già scontato, conti alla mano, che la mozione di sfiducia del M5S contro Maria Elena Boschi venisse bocciata dalla Camera, presentata dai pentastellati nell’Aula dove la maggioranza renziana era già blindata. Il verdetto finale è stato solo una conferma: respinta la richiesta di un passo indietro, a larga maggioranza. Al Senato, dove la poltrona della ministra accusata di conflitto d’interesse per il caso Etruria avrebbe potuto traballare, il “processo-bis” probabilmente non avrà luogo. Il motivo? Non basterà la tardiva retromarcia grillina, con la mozione ripresentata anche a Palazzo Madama. Per “prassi”, hanno assicurato i tecnici ministeriali, mai una mozione individuale è stata ripetuta in tutti e due i rami del Parlamento. Niente precedenti. Tanto che non è mancato chi, tra gli ex grillini di Montecitorio, ha denunciato come sia stato «soltanto un grande show, tipico del M5S. Buono per perdere tempo. O per le dichiarazioni di propaganda in tv».

BOSCHI, NUMERI BLINDATI: GOVERNO STRETTO INTORNO ALLA MINISTRA –

Numeri a parte, però, il passaggio restava comunque delicato. Perché c’era attesa, tra i fedelissimi del premier e tra i vertici dem, per capire come la ministra avrebbe reagito all’assalto mediatico del M5S. «Passerà all’attacco, replicherà punto per punto», anticipavano di prima mattina da Montecitorio. «Non c’è alcun dubbio né ombra. La sfiducia sarà bocciata. Finirà per rafforzare il governo e indebolire chi l’ha proposta», l’aveva difesa Matteo Mauri, interpellato da Giornalettismo. 

Qualche tensione, però, c’era. Anche se Boschi ha cercato in ogni modo di nasconderla. Si era presentata alla buvette, in completo scuro e accompagnata dal suo staff, per ostentare sicurezza. Come a voler sfidare le opposizioni,. In Aula poi, con Renzi assente giustificato a Bruxelles, c’era a blindarla tutta la squadra di governo. Da Madia a Lorenzin, passando per Alfano, Guidi, Poletti. E poi anche Galletti, Graziano Delrio, il Guardasigilli Andrea Orlando. E molti sottosegretari, a partire da quel Luca Lotti, braccio destro del premier, che per primo l’ha abbracciata dopo il suo intervento. Tutti stretti attorno alla vera numero due del governo, quasi a voler compensare la sedia vuota del presidente del Consiglio.

RENZI, BOSCHI E QUEI RIFERIMENTI AL PADRE –

Alla fine, Boschi ha scelto la difesa passionale. Ha puntato sui sentimenti per difendersi dalle accuse. Rivelando anche aspetti privati: «Lasciatemi dire quello che ho nel cuore: amo mio padre, è una persona per bene, sono fiera di lui e fiera di essere la prima in famiglia ad essersi laureata. Lui, figlio di contadini, faceva 5 km a piedi andata e ritorno e un’ora di treno per diplomarsi. La nostra storia è semplice e umile, non le maldicenze e le meschinità che sono state scritte». Quelle, ha denunciato, sono figlie dell’«invidia». Favoritismi? Soltanto bugie, nella versione della ministra sotto accusa: «Dov’è il favoritismo nell’aver fatto perdere a mio padre l’incarico, come tutto il Cda? O nell’essere stato mio padre sanzionato dalla Banca d’Italia con 144 mila euro?».

Ma il punto centrale del discorso, che non è sfuggito in Transatlantico a cronisti come ai parlamentari, arriva dopo una decina di minuti: «Se mio padre ha sbagliato deve pagare, ma se ha sbagliato non può essere giudicato da un tribunale dei talk show». La memoria non poteva che tornare indietro alla Leopolda della scorsa settimana. Quando, da Firenze, Renzi aveva dedicato un passaggio del suo intervento alle toghe e al padre sotto inchiesta da 15 mesi: «Da allora due volte la Procura ha chiesto di archiviare. Passerà il secondo Natale da indagato. Sono fiero dei magistrati italiani e onorato che studino con attenzione tutte le vicende e non dirò mezza parola». Ma il premier l’aveva lasciata intendere lo stesso, quella mezza parola, pur senza affondare contro i pm. Chiaro che da Palazzo Chigi non avrebbero gradito uno stile differente. Nemmeno per il caso Boschi.

Tradotto, era come se le due storie, diverse, viaggiassero in parallelo. «Con quel passaggio  “se ha sbagliato, mio padre deve pagare”, è come se la Boschi si sia allineata», c’è chi azzarda da Montecitorio. Niente eccezioni, impossibili “due pesi e due misure“. Renzi dal palco della Leopolda parlava perché Boschi (e il papà della Boschi) intendessero. Alla fine, in casa dem sembrano tutti far quadrato attorno alla ministra. Tra baci, abbracci e chi esalta il suo discorso: «Perfetto». Un coro unanime. O quasi: «Sarà un boomerang per le opposizioni come dice Renzi? Beh, in realtà c’è qualche nodo politico rimasto senza risposte chiarissime», c’è chi evoca in casa dem tra i bersaniani della vecchi Ditta.  Come a voler dire, al di là della vittoria dei numeri: «Oggi non c’è partita, ma domani la sua posizione sarà così blindata?».

CASO BOSCHI, OPPOSIZIONI IN ORDINE SPARSO

Se Boschi può esultare, almeno per ora, al contrario per le opposizioni, frammentate e in ordine sparso, il passaggio rischia di essere controproducente. Rischia Sinistra Italiana, con il Pd che minaccia ripercussione per la scelta di Sel ed ex dem di votare contro Boschi.

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Rischia meno il M5S, che in realtà i numeri li conosceva già. «Loro non volevano mettere in pericolo la poltrona della Boschi, altrimenti avrebbero subito proposto al Senato la mozione. Più che altro, avevano bisogno di recuperare consensi nel proprio elettorato, critico per l’inciucio sulla Consulta», li hanno attaccati dalla galassia degli ex pentastellati. Accuse rispedite al mittente dai grillini, critici invece anche contro Forza Italia. “Colpevole” per la scelta – già annunciata da Silvio Berlusconi – di non sostenere la mozione dei 5 Stelle. «Il Nazareno non muore mai. Quando serve una stampella, Fi c’è sempre», hanno provocato.

FORZA ITALIA, LA FAIDA BRUNETTA-ROMANI. TRABALLANO IN DUE…

In casa azzurra, in realtà, più che il fantasma del Nazareno, c’è la totale confusione sulla strategia politica. Anche perché tra i gruppi l’attenzione è rimasta alla guerra fratricida tra i capigruppo alla Camera e al Senato, Renato Brunetta e Paolo Romani. «Colpa sua la disfatta sui giudici della Corte», aveva attaccato il secondo. «Romani è fuori linea, non io. La linea è quella che ha dato Berlusconi», ha replicato l’altro. Da una parte l’oltranzismo antirenziano di Brunetta, dall’altro la “nostalgia riformista” di Romani. Due posizioni opposte, che nascondono però, due antipatie reciproche già note: «Già nella scorsa legislatura vedevo le stesse scene, è una questione personale. Ma a perdere credibilità è tutto il partito», ha spiegato a Giornalettismo una deputata azzurra. «Reputo urgente una riflessione per ritrovare il bandolo della matassa e sono certo che Berlusconi se ne farà carico in tempi rapidi, prima che sia troppo tardi», ci ha messo la faccia Altero Matteoli. Quel che è certo è che i gruppi sono ormai una polveriera. E lo stesso Cav è da tempo stanco delle continue risse: «Aspettiamo gennaio, faremo un’assemblea e sarà la volta buona per cambiare. Anche Berlusconi lo ha capito…», c’è chi ha azzardato.

Ma chi sarà a saltare? «Simul stabunt, simul cadent», hanno replicato dal Transatlantico quei dissidenti azzurri che reclamano da tempo un cambio ai vertici. Perché, si spiega, le due figure sono collegate. Se uno viene portato a “processo”, l’altro non potrà che seguirlo. «Non esiste per regolamento la votazione sui capigruppo. Sono sempre stati decisi per acclamazione. Quando Berlusconi concederà modifiche, non potranno che coinvolgere tutti i vertici», hanno precisato. Poi, di fronte al voto, uno dei due potrebbe anche salvarsi. Di certo, anche per questioni caratteriali, sembra Brunetta quello che rischia di più. L’immagine del giovane Roberto Occhiuto che interveniva in Aula al suo posto, già considerato tra i nomi dei possibili sostituti, da molti è stata interpretata come un «passaggio di consegne». Anche soltanto simbolico.

«Nel 2016 cambierà tutto nel partito», rilanciano dall’Aula. «Ma perché lo siamo ancora un partito?», replicano sarcastici altri deputati, di fronte alla continua guerra per bande dentro Forza Italia. Arriva pure la beffa, con le accuse di Salvini e Meloni per aver diviso il fronte del centrodestra: «Se non voteranno la sfiducia al governo metteremo tutto in discussione», ha provocato il segretario del Carroccio. «Quella mozione l’abbiamo pensata insieme, fa solo propaganda», hanno replicano da Fi. E, in effetti, la mozione è stata poi presentata a Palazzo Madama. Ma tanto basta alla Lega per galvanizzare il proprio elettorato, ai danni del Cav. E li chiamavano alleati.