Ivrea, l’avvocato che salva il proprio cliente mentre muore

di Redazione | 17/12/2015

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Bruno Delfino, avvocato, 70 anni, una vita dedicata al lavoro tanto da occuparsene anche in punto di morte, permettendo a un suo assistito di evitare la galera grazie a un appello siglato dai colleghi del legale che hanno voluto così onorare la passione e l’impegno di un uomo preoccupato di finire un lavoro anche quando era giunto il suo momento.

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Avvocato Bruno Delfino (Screenshot La Sentinella del Canavese)

L’AVVOCATO BRUNO DELFINO, UNA STORIA DI DEDIZIONE AL LAVORO

 

La storia dell’avvocato Delfino, a Ivrea dal 1981, è raccontata da La Sentinella del Canavese. L’uomo, gravemente malato, è morto sabato 12 dicembre, poche ore dopo il malore che l’aveva colpito in aula venerdì 11, il secondo dopo un primo episodio mercoledì 9 dicembre. Allora si era ripreso dopo qualche istante nonostante secondo i testimoni sia prima arrossito poi improvvisamente sbiancato prima di accasciarsi a terra. Dopo qualche momento di paura si riprese dicendo che tutto andava bene, cercando di rifiutare l’invito del procuratore capo Giuseppe Ferrando che lo invitava a salire sull’ambulanza.

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L’AVVOCATO, IL MALORE E QUEL PENSIERO: «APPELLO CHE SCADE»

 

L’avvocato Bruno Delfino andò davvero al pronto soccorso ma ci restò poco. Doveva tornare a lavorare. Ed eccoci al malore fatale di venerdì 11 dicembre. La scena è stata simile, ma l’epilogo purtroppo ben peggiore. Le sue ultime parole, coperte da un respiro sempre più affannoso ma comunque intelleggibili, sono state: «Appello… appello che scade». Si riferiva a un lavoro mai terminato, un appello da presentare in tre giorni legato a una sentenza senza i benefici della condizionale. Delfino è morto sabato 12 dicembre. I colleghi hanno però preso in mano la situazione per un ultimo saluto nei confronti di un uomo così legato alla propria professione.

L’AVVOCATO E LO SFORZO DEI COLLEGHI PER COMPIERE L’ULTIMO LAVORO

 

Mario Benni, Presidente dell’Ordine degli avvocati, ha raccontato cosa è accaduto: «Quando mi hanno chiamato raccontandomi che il collega era gravissimo in ospedale e che in quelle condizioni si era preoccupato dell’appello in scadenza per il suo cliente ci siamo subito attivati. Abbiamo chiamato il cliente e uno di noi ha redatto l’appello, in modo che potesse presentarlo in tempo», ovvero entro lunedì 14 dicembre. Benni ha poi descritto l’uomo, che oggi riposa a Sezzadio, provincia di Alessandria. «La sua vita professionale è stata sempre a Ivrea, fin dai tempi in cui è stato praticante dall’avvocato Campanale. Era un tipo solitario, di quella solitudine che induce al desiderio di protezione. La sua morte ha colpito tutti noi colleghi del foro di Ivrea. Davvero Beppe ha rappresentato fino all’ultimo istante di vita la nostra professione. Lui ha sempre lavorato da solo, ed in realtà, ci ha fatto pensare che la nostra è una professione di solitudine, di decisioni, anche di angoscia rispetto alle scelte. Ci siamo subito attivati per quell’appello. Per noi è stato un modo per aiutare e onorare il collega che purtroppo non c’è più».