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Forza Italia, scatta il licenziamento per tutti i dipendenti

L’ora del benservito per tutti i dipendenti azzurri è arrivata. Lo si apprende da una lettera dell’amministratrice straordinaria e tesoriera di Forza Italia, Maria Rosaria Rossi. Rivolta a iscritti ed eletti: «Cari amici, con profondo rammarico vi comunico di essere stata costretta a dare avvio alla procedura di licenziamento collettivo dei nostri dipendenti, notificandola al ministero del Lavoro e alle rappresentanze sindacali».

FORZA ITALIA, LICENZIAMENTO COLLETTIVO AL VIA –

Già lo stesso Berlusconi aveva azzerato circa 90 milioni di debiti con le banche attraverso fideiussioni personali. Ma di fronte alla casse vuote del partito, Fi dovrà anche rinunciare alla sede di San Lorenzo in Lucina, inaugurata nel 2013 per un affitto iniziale di 960 mila euro l’anno per 3.000 metri quadri (con un risparmio rispetto ai 2,3 milioni di euro l’anno per 5.000 metri di via dell’Umiltà, ndr). Non basterà per risanare i conti, considerati anche i parlamentari morosi sulle quote al partito. Tradotto, nella spending review interna entrerà anche il personale.

FI; PROCEDURA DI LICENZIAMENTO COLLETTIVO: 81 DIPENDENTI COINVOLTI –

A rischiare di perdere il posto di lavoro con la procedura di licenziamento collettivo dovrebbero essere 81 dipendenti di Forza Italia (che dovrebbero “pesare” per 6 milioni di euro circa nei conti del partito, ndr). In realtà, i dipendenti sono 86: ma cinque non vengono conteggiati. Si tratta di un dirigente e 4 dipendenti in aspettativa per cariche politiche (il verdiniano Luca D’Alessandro, passato al Misto con la componente di Ala, il senatore Giro, il deputato Giorgio Lainati e Antonio Palmieri, responsabile del sito di Fi).

Il 19 febbraio era stato raggiunto un accordo con i sindacati che prevedeva per 44 collaboratori la cassa integrazione al 50% delle ore lavorate e la cig a zero ore senza rotazione per gli altri 37. Ora scatta la procedura di licenziamento collettivo.

LA LETTERA DI MARIA ROSARIA ROSSI –

Nella lettera la tesoriera Rossi si è difesa, spiegando come, a suo dire, non ci fosse altra scelta:

«Questa decisione è diretta conseguenza del D. legge 149/2013 convertito in legge del 21 febbraio 2014 n. 13, che ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti ed ha, (art. 10), posto un tetto di 100.000 euro per persona al finanziamento da parte dei privati. Tutti sanno che Forza Italia, nata nel 1994, è diventata il primo partito italiano grazie al suo fondatore e presidente Silvio Berlusconi che, oltre ad esserne la guida, si è fatto carico personalmente della sua sostenibilità economica e finanziaria. La vita politica di Forza Italia naturalmente continua, perché faremo di necessità virtù. Rilanceremo il nostro movimento che deve diventare flessibile, modulabile e quindi sostenibile. Daremo vita ad un utilizzo innovativo ed efficace di tutti i mezzi di comunicazione e per le funzioni organizzative ci avvarremo dell’aiuto volontario di tutti voi, dell’impegno generoso di tanti militanti e dei gruppi parlamentari”. “Coinvolgeremo – scrive ancora Rossi – anche quei milioni di cittadini che continuano e continueranno a credere nei nostri programmi e nei nostri valori di democrazia e di libertà. Grande è, naturalmente, l’afflizione di dover licenziare i nostri leali e qualificati collaboratori. Abbiamo provato di tutto in questi ultimi dodici mesi per evitarlo. Inutilmente, perché l’apertura della procedura di licenziamento si è posta come atto dovuto. Potrà essere modificata in futuro soltanto e se, con la collaborazione delle organizzazioni sindacali, si dovessero trovare soluzioni alternative oggi non ipotizzabili», si legge nella lettera.

Eppure, nel partito c’è chi, come Gianfranco Rotondi (deputato di Fi e leader di Rivoluzione Cristiana) ha ricordato: «Forza italia ha votato l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti in una gara di demagogia e antipolitica all’inseguimento di Grillo, dei grillini e del Pd. Allo stesso modo Forza Italia aveva votato le leggi speciali di stampo fascista che hanno portato all eliminazione di Silvio Berlusconi dal Parlamento. A me resta l’amara consolazione di poter dire: l’avevo detto».