BOSCHI MOZIONE DI SFIDUCIA M5S
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L’ammuina a 5 stelle sulla mozione di sfiducia alla Boschi

Più che un tentativo di spallata al governo Renzi, un’ammuina a 5 Stelle. Una mossa spot, forse utile per galvanizzare l’elettorato di Beppe Grillo. Non certo per far dimettere il ministro Maria Elena Boschi. Non avrà alcun effetto la mozione di sfiducia individuale annunciata dal M5S contro la ministra delle Riforme e dei rapporti con il Parlamento, accusata di conflitto d’interesse nel caso Etruria. E già contestata, nel bel mezzo della Leopolda, dallo scrittore Roberto Saviano. Critiche e richieste di dimissioni dalle quali tutto il Pd – compresa la minoranza dem – ha preso le distanze.

BOSCHI MOZIONE DI SFIDUCIA m5S
Maria Elena Boschi alla Leopolda

LA MOZIONE DI SFIDUCIA CONTRO BOSCHI: L’AMMUINA A 5 STELLE –

Ora, a blindare la poltrona della Boschi (di fatto, rafforzando il governo) ci ha pensato, paradossalmente, lo stesso M5S. Il motivo? Tutto dipende dalla scelta dei pentastellati di presentare la mozione di sfiducia alla Camera. Non al Senato, dove – almeno senza il salvagente dei verdiniani di Ala, ndr – i numeri precari della maggioranza avrebbero potuto far traballare la poltrona – e le sicurezze – della figlia di Pierluigi Boschi. Il padre della ministra, vicepresidente (fino al commisariamento, ndr) e membro del consiglio di amministrazione di Banca Etruria, uno dei quattro istituti di credito salvati dal contestato decreto governativo del 22 novembre scorso.

Al contrario, non è un mistero che a Montecitorio la maggioranza sia a dir poco blindata. Tradotto, non c’è alcuna possibilità che Boschi salti. Né l’ombra di rischi o pericoli per l’esecutivo. Non è un caso che la stessa ministra ostenti e sbandieri sicurezza: «Discuteremo e poi vedremo chi ha la maggioranza». Tutto mentre la “strategia” pentastellata non è certo passata inosservata tra i banchi di Montecitorio. «La solita propaganda, senza nessuna reale intenzione di infastidire il governo….», c’è chi ironizza in casa dem. E non bastano nemmeno le “giustificazioni” in diretta tv del vice-presidente della Camera, Luigi Di Maio, ospite a Otto e mezzo. Simili a quelle già espresse dal capogruppo Crippa alla Camera. «Abbiamo valutato il calendario dei lavori dei due rami del Parlamento e si è optato, vista l’urgenza della questione e visto il ritorno imminente della legge di Stabilità in Senato, di presentare la mozione alla Camera». 

LA DIFESA DEL M5S: «AL SENATO TORNA LA LEGGE DI STABILITÀ». MA PURE ALLA CAMERA IL LAVORO NON MANCA… – 

Questione di urgenze, dicono. Ma la scelta sembra convincere poco. E, quantomeno, comporterà un voto scontato. Tanto che dentro il M5S, pur coperto da anonimato, c’è chi ammette come la mossa abbia poco senso: «Perché non al Senato? Eh, bella domanda….», spiega sconsolata una fonte interna a Giornalettismo. Dai vertici pentastellati, però, insistono: «Nell’ultimo anno tre decreti governativi intervengono sulla banca della famiglia Boschi: il primo, sulle banche popolari che ha fatto schizzare il valore delle azioni. Il secondo, ha salvato la banca dal fallimento, azzerando i risparmi di migliaia di persone». E ancora, il terzo, «che ha salvato Pierluigi Boschi da ogni responsabilità perché la Banca di Italia è in conflitto di interesse in questa vicenda ed è improbabile che vorrà fare un’azione di responsabilità contro un banchiere coinvolto». Ma non ci sarà nemmeno bisogno di entrare nel merito delle accuse. Basteranno i numeri di Montecitorio a blindare la ministra.

«Boldrini convochi d’urgenza una conferenza dei capigruppo per calendarizzare la mozione», attaccano però dai vertici M5S. Convinti che servisse accelerare i tempi. In realtà, calendario alla mano, un voto non si avrà di certo prima della prossima settimana. Prima, perché bisogna rispettare il regolamento: devono passare almeno tre giorni dalla presentazione della mozione, prima di votarla. Poi, perché da giovedì Montecitorio ha già altri impegni. Se al Senato si attende il ritorno della Stabilità, nell’Aula della Camera la legge non arriverà prima di mercoledì per la discussione. Colpa dell’elevato numero di emendamenti, così come del ritmo rallentato delle votazioni in commissione Bilancio. Così il presidente Francesco Boccia ha chiesto e ottenuto lo slittamento dell’avvio dei lavori. Il timing? Chiusura in commissione – almeno questo è l’obiettivo del governo, ndr- entro martedì mattina. Poi altre 24 ore serviranno ai tecnici per il lavoro di rifinitura. Solo dopo il provvedimento verrà esaminato dall’assemblea. Pronta a votarlo entro il fine settimana. Resteranno pochi giorni prima della pausa natalizia. Tre. Quatto al massimo, nell’ipotesi di lavorare pure il 24, per la vigilia del Natale: improbabile. Senza dimenticare come ci sia anche il nodo Consulta, dato il 30esimo nulla di fatto. Da martedì si voterà a oltranza, alle 19. Un accordo ancora non c’è, nonostante si cerchi un cambio di schema. Fuori Forza Italia, travolta dalle faide interne. Dentro lo stesso M5S: non c’è più un veto assoluto dei pentastellati su Augusto Barbera. Per un via libera, però, servirà che si esprima l’assemblea. O, i militanti on line: «Dipenderà dei tempi», si spiega. Di certo, ha chiarito il pentastellato Danilo Toninelli, «Sisto non lo votiamo. Poi si ragioni su una terna, ne discuteremo». Il nome nuovo da affiancare a Barbera e Modugno (il candidato M5S, ndr) è quello del giurista vicino a Mattarella Alessandro Pajno, evocato dai centristi. Ma le trattative sono ancora in corso. Un nodo che non potrà non incidere sui lavori dell’Aula. Quindi, anche sulla calendarizzazione della mozione di sfiducia alla Boschi. 

C’è chi è ottimista per la prossima settimana. Altri sono pronti a scommettere che i tempi saranno ben più lunghi. «A quel punto accuseranno Boldrini di voler prendere tempo: uno schema già visto», si mormora in Transatlantico. 

RENZI VUOLE CHIUDERE SUBITO CON IL VOTO –

Tutto mentre ad Arezzo viene aperto un terzo filone d’inchiesta sul caso Etruria, ancora senza indagati. Un “capitolo” dell’indagine dove si ipotizza un conflitto di interessi che avrebbe origine dalla relazione di Bankitalia sul commissariamento della stessa Etruria nel febbraio 2015. Le contestazioni ipotizzate ad ex dirigenti? Avrebbero incassato fondi per 185 milioni, formalmente deliberati, di cui ne sarebbero stati erogati realmente 140 a vantaggio di 18 ex amministratori, 15 consiglieri e 5 sindaci revisori, come ha anticipato l’Ansa. Un filone che si aggiunge agli altri due su Etruria: quello sull’ostacolo alla vigilanza, del marzo 2014. E a quello sulle false fatturazioni. Procedimenti che restano sullo sfondo delle accuse mosse alla Boschi.

Se c’è qualcuno che vuole chiudere subito il passaggio della mozione, però, è lo stesso Renzi. Non è un caso che i vertici dem spingano per votare il prima possibile. Convinti che, grazie all’assist M5S, il passaggio finirà per rafforzare il governo. E la posizione della ministra: «Abbiamo numeri larghi, non temiamo nulla», ha spiegato il capogruppo Ettore Rosato. 

FORZA ITALIA, FRONDA CONTRO BRUNETTA: E IL CAPOGRUPPO NEL 2014 DICEVA NO ALLE MOZIONI DI SFIDUCIA INDIVIDUALI –

Se il governo è convinto di uscire più forte dal voto, chi teme contraccolpi è invece Forza Italia. E a finire sotto accusa è ancora Renato Brunetta, il capogruppo già “depotenziato dall’assalto dei frondisti di Vito che volevano la sua testa. Già ieri l’ex ministro aveva attaccato Boschi e anticipato l’intenzione di far convergere il partito del Cav sulla mozione di sfiducia, insieme alla Lega di Matteo Salvini. Tanto era bastato per far ripartire la faida azzurra. Certo, l’unico a esporsi, da Palazzo Madama, era stato Altero Matteoli. «Di solito le mozioni di sfiducia individuali contro i ministri hanno finito per rafforzarli. Anche nel caso Boschi sarà così. Fi rifletta». Ma dietro c’è tutto un partito che ribolle, in silenzio. «Ormai anche il garantismo abbiamo dimenticato», si lamentano alcuni deputati. E un big spiega a Giornalettismo: «Mai mi hanno convinto le mozioni di sfiducia individuali, dai tempi del caso Mancuso (il primo, ndr)».

BRUNETTA BOSCHI MOZIONE DI SFIDUCIA

Dello stesso avviso, fino a un anno fa, ero lo stesso Brunetta, quando il partito del Cav il 4 novembre 2014 blindò l’ex Angelino Alfano. «Non abbiamo mai creduto allo strumento della mozione di sfiducia individuale, nemmeno alla sua piena costituzionalità», sentenziava allora il capogruppo. Oggi, a quanto pare, ha cambiato idea. Tanto che lo stesso ex ribelle azzurro Raffaele Fitto, ora a capo di Conservatori e Riformisti, ne ha approfittato per attaccare il partito di Berlusconi: «Ora è il M5S a dare la linea».

SI VERSO LA SFIDUCIA, PD BLINDA BOSCHI –

Verso il sì alla mozione di sfiducia si avvia anche Sinistra Italiana, seppur tra i distinguo. «Per ora non abbiamo firmato nulla. Leggeremo la mozione del M5S e ci comporteremo di conseguenza», ha spiegato Arturo Scotto. La direzione, però, è quella di un voto contro la Boschi, come ha lasciato intendere lo stesso Scotto, precisando come «quando c’è un voto di sfiducia contro un ministro o una parte del governo, di solito, l’opposizione vota la sfiducia al governo». Il tema rimasto «senza risposte», accusano però da Si, resta quello di una legge sul conflitto d’interessi, «sepolta sotto l’insegna del Nazareno, con ddl che giacciono in commissione dal 2013».

In realtà, un tema dimenticato ormai da anni dal centrosinistra, al di là di qualche reminiscenza propagandistica. Parole senza effetti, come le accuse del M5S alla Boschi. Blindata anche dalla minoranza PD. Da Bersani e i suoi fedelissimi, fino a tutte le correnti interne più a sinistra, è un coro: «Facciamo fatica a capire dove sia il conflitto d’interesse evocato. E Saviano? «Ha sbagliato, non ci sono i motivi per le dimissioni», spiegano ancora. Nessuno in casa dem ha letture alternative. Boschi può già esultare, al di là dell’ammuina a 5 Stelle e delle giravolte di Brunetta.