Elezioni Spagna 2015, i socialisti del PSOE rischiano di esser travolti da Ciudadanos e Podemos

di Andrea Mollica | 14/12/2015

PSOE

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I socialisti spagnoli sembrano destinati a ottenere un nuovo risultato deludente per la sinistra europea nonostante l’impopolarità del governo Rajoy. Il leader del PSOE Pedro Sanchez non è riuscito a rivitalizzare il partito dopo la fine disastrosa della lunga fase di governo e gli anni ancora più negativi trascorsi all’opposizione del governo del PP. L’insoddisfazione e la delusione di milioni di ex elettori socialisti hanno invece creato lo spazio politico che ha permesso prima a Podemos e poi a Ciudadanos di affermarsi come nuovi partiti della democrazia iberica. Anche in Spagna i socialisti potrebbero subire un nuovo passaggio a vuoto in una grande nazione europea.

Elezioni Spagna 2015

la diretta dei risultati dello spoglio inizia alle ore 20. I primi exit poll diffusi dai media iberici arriveranno subito dopo la chiusura delle urne. Il governo del quarto Paese dell’eurozona si decide domenica 20 dicembre 2015, nella dodicesima elezione generale delle Cortes Generales, il Parlamento bicamerale della Spagna. Il primo ministro Mariano Rajoy del PP è sfidato dal segretario generale del PSOE Pedro Sanchez, anche se la maggioranza al Congresso dei Deputati, l’unica camera che concede la fiducia all’esecutivo di Madrid, sarà decisa dai risultati dei due nuovi partiti, Ciudadanos e Podemos.

ELEZIONI SPAGNA 2015

– Le elezioni spagnole saranno le prime da almeno 30 anni in cui la sfida del governo non si svolgerà secondo il tradizionale confronto tra i leader del PP e il PSOE. Il Partido Popular, erede dell’Alianza Popular di Manuel Fraga, e i socialisti si contendono il governo di Madrid sin dal 1983, quando i centristi che avevano guidato la transizione democratica dopo la fine della dittatura di Francisco Franco diventarono una forza prima marginale e poi completamente residuale nel bipolarismo iberico. Dal 1983 fino al 2011 ci sono stati due capi del governo socialisti, Felipe Gonzales dal 1983 al 1996 e Josè Luis Zapatero dal 2004 al 2011, e due popolari, Josè Maria Aznar dal 1996 al 2004 e Mariano Rajoy dal 2011 al 2015. Probabilmente anche dopo le elezioni del 20 dicembre 2015, quando saranno rinnovate le Cortes Generales, il Congresso dei Deputati unica camera che esprime la fiducia al governo, e il Senato, prevalentemente elettivo, ci sarà un capo del governo popolare, o socialista. Il premier uscente Mariano Rajoy oppure il segretario generale del PSOE Pedro Sanchez potrebbero però formare un esecutivo stabile solo con un’alleanza con uno dei due nuovi partiti esplosi in quest’anni, Ciudadanos o Podemos. Una rarità nella storia della Spagna, visto che finora i capi del governo hanno sempre formato una squadra ministeriale formata da esponenti del proprio partito, ricorrendo agli appoggi esterni garantiti dalle formazioni autonomiste e regionaliste rappresentante all’interno del Congresso dei Deputati. Il ricorso alle alleanze diventerebbe una necessità visto che al momento nessuna formazione sembra in grado di raggiungere, neppure lontanamente, i 176 seggi al Congresso che servono per poter governare in autonomia. Un compito quasi impossibile per il PP del capo del governo uscente, e che sembra ancora più difficile per il PSOE di Pedro Sanchez. I socialisti infatti sembrano destinati a conseguire il peggior risultato della loro storia, con una percentuale di poco superiore al 20%. La legge elettorale del Congresso dei Deputati, un proporzionale con ripartizione dei seggi su base circoscrizionale che data la dimensione ridotta della maggior parte dei collegi favorisce le grandi formazione, può inflazionare i mandati conquistati dai partiti più votati ma certo non garantire una maggioranza con percentuali così basse come le attuali. Una situazione particolarmente difficile per il segretario del PSOE Pedro Sanchez, arrivato alla guida delle partite dopo aver vinto a sorpresa le primarie convocate dopo il disastroso esito delle elezioni europee, che finora non sembra esser riuscito a risollevare i socialisti dalla soglia del 20% + qualcosa in cui sono sprofondati dopo l’amara fine dell’era Zapatero.

PEDRO SANCHEZ

– Pedro Sanchez è diventato il settimo segretario generale del PSOE, il decimo contando anche i tre presidenti che hanno guidato il partito spagnolo più antico tra la sua fondazione nel 1879 e l’avvento di Franco nel 1936, in uno dei momenti più difficili della sinistra riformista iberica. Lo dice un semplice dato: tra il 1974 e il 2012 il PSOE ha avuto solo tre segretari generali, Felice Gonzales, Joaquin Almunia e José Luis Zapatero. Dal 2012 invece sono già stati due i leader della sinistra socialista, Alfredo Perez Rubalcaba e ora lo stesso Pedro Sanchez, con possibilità di un terzo a breve termine. Se infatti le elezioni 2015 della Spagna per il rinnovo delle Cortes Generales fossero particolarmente deludenti, difficilmente il 43enne deputato di Madrid potrebbe rimanere alla guida dei socialisti iberici. Pedro Sanchez è arrivato al potere scalzando la vecchia classe dirigente del PSOE, rimasta al potere dopo la fine molto deludente degli otto anni di governo di Zapatero. Nel 2014 il disastroso 23% ottenuto alle elezioni europee aveva evidenziato come nonostante la marcata impopolarità del governo di Mariano Rajoy la maggior parte degli elettori spagnoli non prendessero più in considerazione il PSOE come una credibile alternativa di governo. I socialisti si sono trasformati dal partito di riferimento della democrazia spagnola postfranchista, alla luce dei 22 anni trascorsi dai suoi premier alla Moncloa su 38 complessivi, a formazione simbolo della crisi. La recessione scoppiata nel 2008 dopo la fine della bolla immobiliare che aveva trainato l’economia iberica e la successiva crisi del debito sovrano che aveva coinvolto le obbligazioni emesse dal governo di Madrid avevano portato a una conclusione disastrosa dell’epoca Zapatero. Il capo di governo socialista, eletto nel 2004 dopo il tragico attentato alle stazioni della capitale realizzato da una cellula legata ad al-Qaida, era stato costretto dalla sua impopolarità a non presentarsi alle elezioni del 2011, ma il cambio con il suo vice Alfredo Perez Rubalcaba non aveva evitato una sconfitta catastrofica. Al Congresso dei Deputati, l’unica camera delle Cortes Generales a esprimere la fiducia al governo, il PSOE era crollato sotto al 30%, con la peggior percentuale mai conseguita dalla fine della dittatura di Francisco Franco. La rilevante rottura con l’opinione pubblica moderata e progressista è proseguita anche negli anni successivi, così da spingere il giovane e poco conosciuto Pedro Sanchez a sfidare la classe dirigente legata a Zapatero nelle prime primarie convocate per l’elezione del segretario generale.

PODEMOS

-Pedro Sanchez è stato eletto con un programma di forte rinnovamento generazionale, in parte ispirato a Matteo Renzi, anche se rispetto al presidente del Consiglio italiano il segretario generale del PSOE ha puntato maggiormente sul recupero dell’elettorato progressista e di sinistra. Come mostra anche il programma per le elezioni spagnole del 2015, Pedro Sanchez ha cercato di ridare credibilità ai socialisti come partito dei lavoratori e del ceto medio, dopo che la crisi economica, che ha provocato riduzioni del Welfare e forte incremento della disoccupazione così come del reddito disponibile già sotto il governo Zapatero, ha reciso questo legame. Sin dal suo insediamento il segretario del PSOE ha deciso di riposizionare i socialisti su una linea di maggior conflittualità con l’Europa dell’austerità, chiedendo ai suoi eurodeputati di non votare la fiducia al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. Il programma elettorale del PSOE è ispirato a schemi socialdemocratici, con una particolare attenzione alle tematiche dell’educazione e della scuola, e una particolare enfasi al lavoro. Un eventuale governo Sanchez abrogherebbe la riforma del lavoro di Rajoy, punto discusso a lungo all’interno del partito, riattivando il dialogo tra imprese e sindacati ,ridando centralità alla contrattazione collettiva, e riducendo e a tre le forme contrattuali, a tempo indeterminato, determinato e apprendistato. Le proposte su lavoro ed economia non sono radicali come le misure proposte da Podemos, anche se alcune appaiono particolarmente simili. Una di questa è il reddito minimo vitale, un sussidio per le famiglie più povere della Spagna slegato alla contribuzione e finanziato dalla fiscalità generale. I socialisti di Sanchez propongono un sussidio di 426 euro per le circa 700 mila famiglie spagnole senza alcun reddito, che può incrementare in caso di genitori a carico; per i nuclei familiari con reddito inferiore ai 17 mila euro il PSOE prevede un’integrazione di 150 euro a figlio per chi guadagna meno di 7 mila euro, che scenda fino a 50 euro tra gli 11 e 17 mila euro. Podemos invece propone un reddito minimo garantito da 600 euro al mese per chi non ha alcuna entrata da lavoro, e un’integrazione al salario per portare a un tetto minimo di 900 euro il guadagno mensile. Simile al movimento di Iglesias è la proposta di un piano straordinario di assunzione di 700 mila giovani che non lavorano né studiano, i cosiddetti NEET, uno dei problemi più gravi di un Paese con oltre il 50% di disoccupazione tra le persone di 15 e 24 anni che cercano lavoro.

CIUDADANOS

– Il PSOE è stato però sfidato in modo radicale nei suoi declinanti insediamenti elettorali anche dall’altro nuovo partito protagonista delle elezioni 2015 in Spagna, Ciudadanos. La formazione guidata da Albert Rivera si definisce di centrosinistra e ispirata al socialismo democratico, anche se questa è solo una parziale contraddizione con la sua visione liberale dell’economia così come della società. Ciudadanos è un partito moderato particolarmente legato alla Costituzione spagnola, anche in ragione del suo nazionalismo centralista, che ha un marcato carattere socialdemocratico nella sua tutela dei diritti sociali. Il partito di Albert Rivera è esploso grazie alla delusione degli elettori dei due grandi partiti tradizionali, PP e lo stesso PSOE, recuperando in particolar modo gli spagnoli di orientamento moderato o progressista poco attratti dal radicalismo di Podemos. Uno dei punti chiave su cui insistono le formazioni di Iglesias e Rivera è il contrasto alla corruzione e alla “casta” dei politici, a cui viene attribuita la maggior parte delle responsabilità per il disagio economico e sociale della Spagna. Se il PP di Mariano Rajoy ha sofferto in particolar modo questo tipo di critica, il PSOE ha evidenziato l’incapacità di recuperare una bona parte dei milioni di elettori delusi dai suoi fallimenti dell’epoca Zapatero. I casi di corruzione che hanno coinvolto molti esponenti socialisti, anche se meno gravi e “mediatici” rispetto a quelli che hanno coinvolto i tesorieri del PP, ancora aperti sono quasi 300, una settantina di più rispetto ai popolari, e in questi anni hanno messo a costante disagio il partito di Pedro Sanchez. Il segretario del PSOE ha puntato molto sul tema corruzione per evitare di perdere voti nei confronti di Podemos così come Ciudadanos, anche se i risultati appaiono deludenti. Anche il secessionismo catalano esploso sotto il governo Rajoy ha penalizzato i tradizionali isolamenti del PSOE, che fino al 2011 aveva ottenuto percentuali anche significativamente superiori rispetto alla media nazionale nella Comunità autonoma di Barcellona. I socialisti si sono schierati per l’integrità territoriale della Spagna, ma hanno proposto una riforma costituzionale di ispirazione federalista, che punta a trasformare il Senato in una vera camera territoriale. Pedro Sanchez ha proposto anche di trasferire la sede della Camera Alta a Barcellona, per rimarcare tanto il legame della Catalogna con la Spagna quanto per concedere un risultato simbolico alle richieste di maggior autonomia provenienti dalla Comunità autonoma. A livello istituzione il PSOE vuole promuovere un forte rinnovamento della Costituzione, con una proposta aperta ai contributi degli altri soggetti politici, mentre per quanto riguarda la legge elettorale è stato suggerito di sbloccare le liste e di accentuare il carattere proporzionale.

MARIANO RAJOY

– I cambi suggeriti dal PSOE alla legge elettorale renderebbero il Congresso dei Deputati, l’unica camera delle Cortes Generales che dà la fiducia al governo della Spagna, ancora più difficilmente controllabile. Il sistema iberico favorisce i grandi partiti e le formazioni particolarmente radicate in un territorio, grazie alla ripartizione dei seggi su una base circoscrizionale piuttosto ristretta. Questa caratteristica della legge elettorale potrebbe favorire PP e PSOE rispetto a Ciudadonos e Podemos, formazioni più legate al voto d’opinione e non a antichi legami culturali e sociali, come quelli esistenti tra le aree rurali della Spagna profonda e i popolari eredi del franchismo o tra i socialisti e l’Andalusia. I sondaggi a pochi giorni dalle elezioni del 20 dicembre rilevano una situazione di particolare incertezza, e particolarmente negativa per il PSOE. I socialisti sembrano indirizzati verso il peggior risultato ottenuto dal 1977, l’anno delle prime elezioni libere dopo la fine della dittatura di Francisco Franco, e anche il superamento del 20% appare un obiettivo a rischio. In questi anni il PSOE non ha mai dato segni di ripresa: dopo il drammatico risultato delle europee, le elezioni comunali e regionali di questa primavera hanno evidenziato un calo rispetto ai già pessimi risultati del 2011. I governi locali socialisti sono aumentati in modo significativo, ma solo grazie alla alleanze post elettorali con formazioni vicine al movimento di Pablo Iglesias e forze autonomiste anti PP. L’unica, flebile, speranza per l’arrivo di Pedro Sanchez alla Moncloa appare una replica di quanto avvenuto nel vicino Portogallo, dove le forze di sinistra si sono unite ai socialisti per far cadere il governo conservatore di Pedro Passos-Coelho. Il leader del PS lusitano Antonio Costa è diventato primo ministro del nuovo esecutivo di Lisbona grazie alle sinistre radicali, ma neanche un’eventuale, e finora esclusa, alleanza post elettorale tra PSOE e Podemos potrebbe favorire la formazione di un governo progressista, vista la mancanza di una maggioranza assoluta al Congresso dei Deputati. Pedro Sanchez si è dichiarato contrario alla formazione di una grande coalizione col PP di Mariano Rajoy sin dal suo arrivo alla segreteria generale, ma se i sondaggi fossero confermati nelle urne, solo un’intesa con il centrodestra potrebbe riportare i socialisti a guidare la Spagna, seppur in un probabile ruolo di junior partner e senza esprimere il capo del governo. Come Podemos, anche Ciudadanos ha escluso la sua volontà di appoggiare esecutivi popolari come socialisti, una posizione espressa anche per cercare di superare il PSOE nel ruolo di seconda forza del Congresso dei Deputati. Un risultato possibile secondo i sondaggi, e che avrebbe il sapore della disfatta tanto per la sinistra riformista spagnola quanto per quella europea.