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I falsi investigatori contro i falsi in Cina

La principale azienda privata cinese attiva nella protezione del copyright e nella repressione del commercio dei falsi, si è scoperta collusa con quelli che avrebbe dovuto reprimere ai danni dei suoi clienti.

Le copie degli interruttori  prodotti da ABB in Cina valevano 300 milioni su un fatturato di 4,3 miliardi nella sola Cina.
I falsi interruttori prodotti da ABB in Cina valevano 300 milioni su un fatturato di 4,3 miliardi nella sola Cina.

GLI INVESTIGATORI INFEDELI –

La storia raccontata da Erica Kinetz per Associated Press ha dell’incredibile, ma è ben documentata e testimoniata dal comportamento di colossi come GE, 3M, Nike, Toyota e ABB, clienti della China United Intellectual Property Protection Center, principale azienda investigativa cinese tra quelle attive nel capo della repressione dei falsi. Quello di cui è accusata l’azienda cinese, in particolare da ABB che l’ha trascinata senza successo in tribunale, è di aver falsificato i rapporti su denunce e sequestri delle merci contraffatte, mentre in realtà i suoi uomini assumevano addirittura il ruolo di garanti e rappresentanti dei falsari.

LA SCOPERTA DEL TRADIMENTO –

La CUIPPC aveva i clienti più grossi e poteva contare sul fatto di essere stata istituita tra le prime nel 1994 e di poter esibire fin da subito la partecipazione e la protezione di funzionari, amministratori e poliziotti. Tra le multinazionali che hanno scelto i suoi servizi c’è anche la svizzera Asea Brown Boveri (ABB) che in Cina fattura per qualche miliardo all’anno che che alla CUIPPC lasciava centinaia di migliaia di dollari all’anno sostanzialmente per niente. Quando ai manager svizzeri è venuto il sospetto hanno ingaggiato un’altra agenzia investigativa che presto ha documentato come CUIPPC non solo non svolgesse alcuna reale attività di repressione delle frodi, ma che addirittura svolgeva la funzione di rappresentante per cercare di piazzare i prodotti falsi sul mercato internazionale. Per anni è andata avanti così, fino a che l’ABB non si è convinta che qualcosa non andava e ha denunciato il fattaccio. Nonostante le prove però l’azienda svizzera ha perso la causa e anche i soldi che ancora doveva per il finto lavoro, anche se CUIPPC rivendicava la giustezza di spese come quella di 5.000 dollari per recuperare falsi per il valore di un (1) dollaro. La denuncia è partita nel 2008 e la causa si è conclusa già nel 2009, con ABB a lamentare l’intimidazione dei testimoni e una serie di mosse di pessimo gusto da parte dei giudici.

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LA SCOPERTA DI UN SISTEMA –

La causa però ha finito comunque per documentare la pratica truffaldina e per accendere l’allarme nelle altre multinazionali, che si sono sganciate dalla CUIPPC. Pratica non unica la sua, perché assicura guadagni e impunità per tutti i collusi in quella che appare come una vera e propria mafia, ma che invece è più probabilmente una corsa a sfruttare le opportunità offerte da un paese nel quale la corruzione è diffusissima, se non endemica, e la lotta ai falsi di relativo interesse. Una lezione che le multinazionali hanno imparato sulla loro pelle.