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Ancora una strage, ancora isteria sui social network

Nelle ore trascorse tra l’attacco all’Inland Regional Center di San Bernardino e l’uccisione dei due killer i social network sono stati attraversati dalle azioni di vere e proprie fazioni, intente ad affermare le loro credenze più che a cercare di capire che cosa stesse succedendo.

Mass Shooting In San Bernardino Leaves At Least 12 Dead, 30 Wounded

LA SPARATORIA SUI SOCIAL NETWORK –

Giunge la notizia della strage di San Bernardino e immediatamente si creano diverse fazioni che si schierano sui social network cercando di piegare la notizia del giorno alle proprie convenienze politiche. Compatti i politici repubblicani e democratici che difendono la libertà di girare armati e possedere armi: tutti a pregare per le vittime e se qualcuno gli chiede un rimedio contro questo fenomeno assassino tipicamente americano, rispondono che non è il momento di parlarne e di speculare sulla tragedia. Una tattica che non lascia spazio alla discussione, con più di una sparatoria del genere al giorno, qualsiasi dibattito sulla diffusione delle armi è rimandato sine die. Poi ci sono quelli che sperano che gli autori si rivelino appartenenti a qualche gruppo che non hanno in simpatia. Così a sinistra si fa il tifo nemmeno tanto mascherato perché salti fuori il suprematista bianco e a destra perché si possa identificare nell’autore un «terrorista» musulmano.

LA DELUSIONE SUI SOCIAL NETWORK –

La strage di ieri ha lasciato tutti scontenti, i due autori sono abbastanza atipici in quanto sono musulmani, ma non sembrano affatto aver agito perché spinti dalla religione. Si tratta infatti di due cittadini americani, lui nato negli States, impegnati in una tipica strage consumata ai danni dei colleghi di lavoro. Non un obiettivo che abbia un senso politico, non una manifestazione di fede o adesione a qualche jihad, ma l’improvvisa «follia» che porta a scaricare le proprie frustrazioni sui colleghi. Un fenomeno tipicamente americano, anche se non solo americano. Il che non ha impedito a molti di agitarsi un po’ troppo prima che fossero chiari i contorni dell’evento o di favoleggiare a lungo sui nomi carpiti con gli scanner alle radio della polizia.

UNO SCHEMA CHE SI RIPETE –

Succede in ogni caso del genere che diverse persone si mettano in ascolto delle radio della polizia per ottenere anticipazioni, ma le comunicazioni intercettate spesso portano nomi da verificare, persone da interrogare e quasi mai si può essere sicuri che siano certissimamente attribuibili a un vero assassino. Nonostante questo e nonostante il rischio di aiutare i ricercati diffondendo queste informazioni, alla notizia del coinvolgimento di un «Farooq» dalla grafia incerta quelli della guerra santa ai musulmani si sono eccitati moltissimo, tanto da digerire senza battere ciglio pure il nome di Tayyeep Bin Ardogan dal Qatar, che invece era stato inventato da qualche burlone giocando con il nome del presidente turco.

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I MEDIA E I SOCIAL NETWORK –

C’è caduta anche la Fox e c’è caduto anche il reporter del Los Angeles Times Rick Serrano, che lo hanno rilanciato su Twitter, Serrano ha poi rimosso il messaggio e spiegato che si trattava di una hoax, ma intanto il nome di Bin Ardogan aveva già fatto il giro della rete e quelli che ce l’hanno con i musulmani erano contentissimi. Alla fine, nonostante i nomi giusti fossero quelli di Syed Farook e Tashfeen Malik e loro fossero musulmani, la delusione è stata palpabile perché è apparso abbastanza chiaro che l’azione abbia avuto motivazioni personali e non politiche o religiose, ma non è nemmeno stata animata dal razzismo o dall’odio per il governo, come poteva far sospettare l’attacco a un gruppo di dipendenti pubblici. Il giorno dopo tra i giornali americani nessuno o quasi ha aperto con un titolo che chiamasse in causa i musulmani o l’Islam, quello è successo in Italia. Negli Stati Uniti l’evento è stato inquadrato in maniera nettamente differente e senza eccezioni degne di nota, nessun politico ha chiesto misure di contrasto al terrorismo islamico o all’immigrazione, si parla solo di controllo delle armi, o si cerca disperatamente di non parlarne. Quel che resta dopo ore di battaglia sono le rovine di un discorso pubblico che non riesce ad affrancarsi dalla partigianeria, riproducendo sui social network gli stessi atteggiamenti e gli stessi argomenti partigiani macinati dalla politica e ripetuti all’infinito dai media.