TFF: Sara Fattahi racconta la Siria in guerra. “Se il mondo avesse voluto aiutarci, l’avrebbe già fatto”

di Boris Sollazzo | 27/11/2015

Sara Fattahi intervista Coma

COMA DI SARA FATTAHI –

Il suo film, Coma, ha colpito Torino come una coltellata ed è tra i maggiori pretendenti alla vittoria del Torino Film Festival. Un interno claustrofobico ripreso da una giovane cineasta, tre donne che vivono in un appartamento la guerra che da 31 mesi attanaglia la Siria. Sara Fattahi ha 32 anni, è nata a Damasco e ora vive in Libano: la sua macchina da presa osserva lei e altre due donne in uno dei suoi ritorni – tra l’altro nel lungometraggio è irriconoscibile fisicamente, ora è visibilmente dimagrita – e lo fa nella convivenza con la madre e la nonna. La guerra riesce a raccontarcela così, come già altri hanno fatto in questo festival (ad esempio Kilo Two Bravo), senza armi e nemici. La possiamo vedere nella sua azione più subdola, quella di attaccarsi addosso alle persone comuni, come un abito che si è costretti a indossare. Noi Sara Fattahi l’abbiamo intervistata e ci ha parlato del suo film ma anche della sua Siria.

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Come e quando nasce Coma?

Dopo la morte di mio nonno, nel 2008, mi è venuta l’idea di fare Coma. L’idea iniziale era di fare un reportage su mia nonna, ormai vedova. Ma molto presto mia madre è tornata a vivere con lei: è separata da mio padre e nel 2011 il nuovo compagno l’ha lasciata perché ha abbandonato la Siria nel 2011, con la guerra alle porte. E la chiave, a quel punto, ho capito potesse essere la perdita, l’assenza. E da lì sono partita.

L’assenza degli uomini. In Siria sembrano essere rimaste solo donne, come nel suo film.

Certo. Ormai in Siria è la normalità, la maggior parte degli uomini se ne sono andati per non combattere una guerra che peraltro non condividevano. La lacerante quotidianità del mio paese è fatta di una moltitudine di donne sole e di maschi esuli che si rifiutano di essere soldati in un conflitto non loro, che trovano insensato.

Anche lei vive fuori dalla Siria, pur essendovi nata e cresciuta. Come vive questa condizione di esule?

Non è facile essere siriani e rimanere in patria, né esserlo e vivere fuori dai propri confini. Io mi sento più in pericolo ora, che sono in un altro paese, di quando, durante la guerra, ero lì. E’ difficile spiegare questo senso imminente e immanente di dolore e di paura che sento stando lontano da Damasco e che prima, lì, non sentivo con questa forza.

Perché ha scelto un punto di vista così particolare? Perché ha voluto far sentire la guerra da fuori, senza mostrarla?

E’ stata una scelta ben precisa, non mi interessavano cadaveri e sangue, ma al contrario come un conflitto di questo tipo agisse sulla singola persona, sui vivi costretti a essere “sepolti” in casa. Loro, come dici tu, sentono la guerra ma non la vedono. E forse è ancora più violento come punto di vista, perché a quel punto tu spettatore sei costretto a osservare la guerra dentro le persone. I media hanno mostrato l’atrocità estetica delle uccisioni, delle bombe, degli scontri, lo hanno fatto in tutti i modi, hanno privilegiato il lato spettacolare, ma per me il singolo è più importante delle collettività, delle parti che si danno battaglia nel conflitto. Le vere e più pesanti conseguensze di questa situazione si sentono nell’anima di ognuno di noi e io ho provato a far vedere questo. Le storie personali sono i tasselli fondamentali di questo mosaico, senza i primi non potremo mai vedere il secondo nella sua completezza.

Cosa spera che il mondo possa fare per la Siria?

(Sorride, amara). Se il mondo avesse voluto aiutarci, l’avrebbe già fatto.