Jihadisti senza passaporti
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Chi sono i terroristi nati in Europa

Violenti, emarginati e in cerca di rivalsa”. L’identikit sui jihadisti nati in Europa e autori degli attentati di Parigi è fornito dalla Stampache ha consultato tre esperti di radicalizzazione e fondamentalismo. La sfida all’Occidente, secondo quanto spiegano, è lanciata utilizzando «l’Islam come arma anti-sistema».

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TERRORISTI, ECCO CHI SONO I JIHADISTI NATI IN EUROPA. L’IDENTIKIT DI TRE ANALISTI –

Secondo il politologo francese, docente universitario e orientalista Olivier Roy i jihadisti nati in Europa sono:

«L’omologo dei giovani dei movimenti radicali diffusi in Europa sin dagli Anni 60, la “lumpenintellighenzia” che diversamente dai gruppi marxisti tradizionali non aveva radicamento popolare. Come le Brigate Rosse, Action Directe, la Baader-Meinhof, i terroristi islamisti sono violenti, uccidono, tirano bombe: la jihad è il surrogato della rivoluzione. La loro estrazione sociale è varia. Nel caso degli immigrati si tratta delle seconde generazioni, non delle prime, integrate, e non delle terze, forti di una continuità familiare: le identità incerte sono le più sensibili al salafismo, rigido, chiaro su cosa è lecito e cosa no. Poi ci sono i convertiti, il 25% dei radicali e il 40% di chi lo annuncia sul web».

Secondo il sociologo delle religioni Liogier, invece, «non sono “intellettuali” come i terroristi dell’11 settembre, vogliono essere eroi, non studiano il Corano. Io lo chiamo “ninja islam”, viene erroneamente confuso con il neo-fondamentalismo. I neo-fondamentalismi sono tipo gli amish, moralisti, si concentrano sull’abito, il cibo, la sessualità, rifiutano la politica e paradossalmente considerano i terroristi troppo moderni, sono un problema per la società ma non per la sicurezza. I ninja invece vogliono battersi e solo quando agganciano la causa-idea si vestono da fondamentalisti».

TERRORISTI, I LINGUAGGI E GLI SLOGAN USATI DAI JIHADISTI D’EUROPA –

Il giornalista esperto di fondamentalismo Jason Burke si concentra invece sui linguaggi usati:

«Parlano il linguaggio della subcultura del gangsterismo, spesso il rap, più che eroi tipo Che Guevara hanno Eminem. Rappresentano una forma diversa di comportamento antisociale. Nel loro immaginario macho ci sono pistole, soldi, violenza: l’Isis è la più cattiva delle possibili street band. Il gangsterismo è il rifiuto simultaneo della cultura islamica tradizionale, rispetto alla quale questi giovani non hanno più l’autorità dei padri, e di quella occidentale, dove l’uomo ha ruoli diversi e loro mancano della maturità emotiva per accettare in pieno la modernità»

Secondo il giornalista l’Isis riesce ad avere una forza d’attrazione sui giovani maggiore  rispetto a quella di Al Qaeda. Il motivo?

«Propone una visione apocalittica, bene contro male, opportunità sessuali laddove Al Qaeda proponeva il celibato o il paradiso delle vergini, una sorta di welfare, la possibilità di restare in contatto con le famiglie e ottenere l’approvazione degli amici con i video su Facebook».

Secondo Liogier, invece, si tratta di persone che hanno vissuto «un passato di fallimenti, molti avevano provato a entrare nell’esercito. Anche chi proviene dalla classe media non si era realizzato. La rivalsa sociale è forte in chi commette attentati in Europa».

TERRORISTI: DI COSA POTREBBERO AVERE PAURA I JIHADISTI? –

Per Roy «non temono le bombe, forse una guerra tradizionale, ma chi mette le truppe? La Francia non ne ha e Obama non vuole». Quindi, è convinto che la soluzione per sconfiggerli sia l’isolamento:  

«Il 13 novembre può essere il loro sequestro Moro: forse colpendo la società intera hanno fatto un errore. A differenza del dopo Charlie si vede una coesione sociale non solo esibita ma reale. Oggi capita che i padri denuncino i figli, dieci anni fa non accadeva».

Per Liogier, invece, «temono che l’Europa accetti di avere identità multiple»

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