Spagna elezioni 2015
|

Elezioni Politiche Spagna 2015, data, risultati, partiti: Podemos e Ciudadanos contro Rajoy

Elezioni 2015 in Spagna: risultati, partiti, coalizioni e news

Il 20 dicembre 2015 il quarto Paese dell’eurozona per popolazione e forza economica rinnoverà il suo Parlamento, in una consultazione guardata con grande attenzione dalle capitali continentali. Il governo conservatore di Mariano Rajoy cerca una difficile riconferma, complicata dall’esplosione di due nuove formazioni politiche, Ciudadanos e Podemos, che hanno colto il forte desiderio di cambiamento degli elettori iberici. Un altro fattore che influenzerà le elezioni spagnole 2015  sarà la lotta per l’indipendenza della Catalogna, la Comunità autonoma più ricca della Spagna, intensificatasi in modo rilevante in questi ultimi mesi.

Elezioni Spagna 2015
David Ramos/Getty Images

Elezioni Spagna 2015

la diretta dei risultati dello spoglio inizia alle ore 20. I primi exit poll diffusi dai media iberici arriveranno subito dopo la chiusura delle urne. Il governo del quarto Paese dell’eurozona si decide domenica 20 dicembre 2015, nella dodicesima elezione generale delle Cortes Generales, il Parlamento bicamerale della Spagna. Il primo ministro Mariano Rajoy del PP è sfidato dal segretario generale del PSOE Pedro Sanchez, anche se la maggioranza al Congresso dei Deputati, l’unica camera che concede la fiducia all’esecutivo di Madrid, sarà decisa dai risultati dei due nuovi partiti, Ciudadanos e Podemos.

ELEZIONI POLITICHE SPAGNA 2015 QUANDO SI VOTA

– La Spagna potrebbe conoscere solo nel 2016 il nome del suo nuovo primo ministro. Mai nella recente storia della democrazia iberica postfranchista, iniziata nel 1977, si sono svolte elezioni politiche così in ritardo come nel 2015: gli spagnoli andranno al voto il 20 dicembre, a pochissimi giorni dalle festività del Natale. L’incertezza sul nome del prossimo inquilino della Moncloa, la sede del capo del governo, dipende anche dal quadro politico più frammentato vissuto dal Paese negli ultimi decenni. Il tradizionale bipolarismo basato sui due grandi partiti PSOE e PP, che hanno espresso tutti i primi ministri spagnoli degli ultimi 40 anni con l’eccezione dei primi due capi di governo centristi, è stato sostituito in questi mesi da quello che appare un quadripolarismo . A fianco di popolari e socialisti si sono imposte due nuove forze, i liberali di Ciudadanos e i progressisti di Podemos, che hanno raccolto i tanti delusi e disaffezionati del vecchio sistema politico, spazzato via dalla gravissima crisi economica. Dopo diversi decenni di costante sviluppo economico, favorito in particolare dal settore immobiliare, la Spagna è stata colpita da una durissima recessione a fine 2008, che ha fatto esplodere disoccupazione, disavanzo e debito pubblico, che si è protratta fino alla fine del 2013 dopo lo scoppio della crisi dell’euro. Durante la fase più acuta della crisi iberica è arrivato al potere il PP di Mariano Rajoy, partito conservatore affiliato al Ppe di Angela Merkel in Europa. Nel novembre del 2011 il leader popolare aveva ottenuto una vittoria molto netta, favorita dal crollo dei socialisti, sprofondati sotto al 30%, il peggior risultato della storia. Un successo che gli ha garantito una maggioranza assoluta al Congresso dei Deputati, e una relativa stabilità nella legislatura che si è ufficialmente conclusa il 27 ottobre 2015.

ELEZIONI SPAGNA 2015 COME SI VOTA

Il sistema elettorale spagnolo favorisce il bipartitismo, grazie alla correzione implicitamente maggioritaria di un sistema proporzionale che assegna i seggi in circoscrizioni di norma piuttosto piccole, corrispondenti alle 50 province iberiche. In questo modo, nei collegi piccoli e mediani, si creano soglie per l’attribuzione dei seggi molto alte- ben superiori al 3% fissato a livello nazionale come quorum per essere rappresentanti al Congresso dei Deputati – che favoriscono i grandi partiti oppure le formazioni con un consenso territorialmente molto radicato. Negli ultimi tre decenni si sono alternati al palazzo della Moncloa premier socialisti o popolari, alla guida di governi monopartitici, talvolta appoggiati da formazioni autonomiste vista la mancanza di maggioranza assoluta al Congresso dei Deputati. Il Parlamento spagnolo, Cortes Generales, è bicamerale, ma il Senato, i cui membri sono eletti all’80% dall’elettorato con un sistema maggioritario, mentre il restante 20% è indicato dalle Comunità autonome iberiche, non ha un rapporto fiduciario col governo. LEGGI ANCHE

Ciudadanos, i Podemos liberali che vogliono rivoluzionare la Spagna dal centro

Podemos, il partito della sinistra spagnola anticasta: tutto quello che c’è da sapere

Pedro Sánchez: i socialisti spagnoli scelgono il rinnovamento contro il populismo

IL PARTITO DELL’AUSTERITÀ

Mariano Rajoy è stato il leader che dopo Angela Merkel maggiormente ha simboleggiato le politiche di austerità perseguite nell’eurozona per contrastare la crisi del debito sovrano. Arrivato al potere in un quadro economico particolarmente deteriorato, il primo ministro popolare ha dovuto contrastare il peggioramento congiunturale verificatosi all’interno dell’unione monetaria in seguito alla crisi della spread, esplosa tra estate e autunno del 2011. La Spagna aveva subito a partire dalla fine del 2008 il pesante contraccolpo dello scoppio della bolla immobiliare, che aveva trainato la crescita iberica nei decenni precedenti. Dopo il 2011, conclusosi con un altro anno in recessione dopo la stagnazione dell’anno precedente, l’economia spagnola è tornata in grossa sofferenza, anche a causa di un consolidamento fiscale particolarmente restrittivo.

spagna elezioni 2015   Il mix di aumenti tributari e tagli alla spesa adottati dal governo conservatore hanno favorito il prolungarsi della recessione fino a fine 2013. Il PP di Mariano Rajoy ha introdotto tagli al Welfare e ai dipendenti pubblici, così come una spinta liberalizzazione del mercato del lavoro, con la riforma approvata a inizio 2012. A metà del 2012 la Spagna ha fatto richiesta di assistenza finanziaria all’UE per riformare il suo sistema bancario, particolarmente colpito dal crollo del mercato immobiliare, completandola con il superamento delle Cajas, le casse di risparmio gestite dagli enti locali. A partire dall’autunno del 2013 l’economia spagnola ha mostrato segni di ripresa, via via accresciutisi durante gli ultimi trimestri. Il Pil nel 2014 è cresciuto dell’1,4%, un dato superiore alla media dell’eurozona, e nel 2015 dovrebbe assestarsi sopra al 3% secondo le stime dell’UE. Il ritorno a incrementi sostenuti del Prodotto interno lordo ha favorito una sensibile diminuzione del tasso di disoccupazione. Dopo aver sfiorato il 25%, ora la percentuale degli spagnoli che cercano lavoro ma non lo trovano è scesa sotto al 20%, a circa il 19%. Un valore ancora molto alto, come rimangono problematiche le finanze pubbliche di Madrid. Dopo l’avanzo di bilancio raggiunto dal governo Zapatero nel 2007, in pieno boom del mercato immobiliare, la recessione ha creato buchi nei conti pubblici iberici. Il debito pubblico è più che raddoppiato, passando dal 40% all’attuale 100%, grazie a deficit annuali che dal 2009 al 2012 sono stati costantemente vicini al 10%.

Spagna elezioni 2015
JAVIER SORIANO/AFP/Getty Images

IL PP DI MARIANO RAJOY

– Il Partito Popular di Mariano Rajoy ha subito pesanti flessioni elettorali nelle consultazioni amministrative ed europee svoltesi durante i suoi quattro anni di governo. Prima di arrivare al potere nel novembre del 2011 la formazione conservatrice aveva conseguito numerose vittorie a livello locale, favorita dalla costante emorragia di voti socialisti iniziata con lo scoppio della crisi finanziaria a fine 2008. Dopo aver conseguito quasi il 45% alle politiche di quattro anni fa, il PP ha praticamente dimezzato i suoi consensi alle europee di un anno e mezzo fa, precipitando al 26%, l’ultima consultazione svoltasi a livello nazionale. Particolarmente negativa è stata la sconfitta alle elezioni per le Comunità autonome, enti territoriali paragonabili alle regioni italiane. Il PP, che nel 2011 aveva ottenuto alcuni dei suoi migliori risultati di sempre, ha perso 7 degli 11 governi regionali rinnovatisi nella primavera del 2015, con una flessione di quasi 16 punti nel voto complessivo. Un vero e proprio tracollo, testimoniato dalla sconfitta per certi versi ancora peggiore subita nel voto comunale. Il PP ha perso le città più grandi che amministrava, come la capitale Madrid, sua storica roccaforte, Valencia o Siviglia. Il partito di Rajoy è rimasto al governo in solo 2 delle 15 città più popolose della Spagna, mentre nella consiliatura 2011-2015 esprimeva ben 10 amministrazioni municipali. L’assunzione del governo in un periodo di difficoltà economiche tende a penalizzare ogni partito in Europa, come si è registrato in questi anni in pressoché tutti i Paesi dell’UE. Oltre al negativo clima economico e sociale, il PP è stato penalizzato da una lunga serie di scandali legati alla corruzione di esponenti di primo piano Le due inchieste più rilevanti, intrecciate tra di loro, riguardano il cosiddetto “Caso Gürtel” e il “Caso Bárcenas”. La prima indagine riguarda Francisco Correa, cintura in spagnolo, gürtel in tedesco, un imprenditore che avrebbe costruito uno schema occulto di finanziamento per gli amministratori del PP. Dalle indagini su Correa è emerso una più vasta rete di fondi neri, coordinata dall’ex tesoriere popolare Luis Bárcenas, che si era dimesso nel 2009, all’epoca delle prime rivelazioni sul caso Gürtel. I magistrati spagnoli hanno scoperto conti esteri dell’ex tesoriere del PP per un valore vicino ai 30 milioni di euro. Da questi depositi tra l’inizio degli anni novanta e il 2009 sarebbero partiti finanziamenti ai vertici del partito, tra cui lo stesso Mariano Rajoy, che ha comunque negato di aver mai preso soldi in nero.

Spagna elezioni 2015
DANI POZO/AFP/Getty Images

IL PSOE DI PEDRO SANCHEZ

– Il PP ha scontato un calo sensibile di consenso, tanto che a circa un mese dalle elezioni tutti i sondaggi rilevano il partito del premier Mariano Rjoy lontano dal 30%. La conferma del 44,6% ottenuto nel 2011 è un obiettivo impossibile, ma nonostante la pesante flessione demoscopica i popolari sono ancora in testa nelle intenzioni di voto per il rinnovo del Congresso dei Deputati. Il principale partito d’opposizione, il PSOE di Pedro Sanchez, non è apparso in grado finora di raccogliere il diffuso scontento nei confronti dell’attuale governo. Uno dei motivi di questa difficoltà è la marcata impopolarità del governo Zapatero, ritenuto responsabile di aver favorito la crisi economica più grave vissuta dalla Spagna nel secondo dopoguerra, e di averla gestita in modo particolarmente negativo. Nel 2011 i socialisti erano crollati al 28,8%, il peggior risultato ottenuto durante la democrazia postfranchista. La sfiducia nei confronti del PSOE, il partito che ha governato più a lungo la Spagna dal 1977 a oggi con i premier Gonzales e Zapatero, è rimasta costante in questi anni, e la stessa esplosione di nuovi formazioni politiche è stata favorita dall’incapacità socialista di intercettare la crescente ostilità nei confronti di Mariano Rajoy e del PP. Nel congresso del 2014 il PSOE ha svolto per la prima volta primarie aperte per eleggere il suo nuovo segretario. Ha vinto un giovane deputato non legato particolarmente ai big del passato, Pedro Sanchez, che però non è stato in grado finora di invertire la tendenza negativa del suo partito. Alle europee di un anno e mezzo fa i socialisti avevano conseguito un risultato catastrofico, il 23%, che aveva provocato le immediate dimissioni di Alfredo Perez Rubalcaba, il vice di Zapatero. Nelle elezioni del 2015 il PSOE ha peggiorato i risultati, già molto negativi, ottenuti nella tornata amministrativa del 2011. Grazie ad alleanze con diverse formazioni regionali, tra cui alcune legate a Podemos, i socialisti sono riusciti a conquistare sette governi delle Comunità Autonome, mentre nelle città più popolose sono aumentate in modo significativo le amministrazioni controllate, grazie ad accordi post elettorali con le forze progressiste. spagna elezioni 2015   Nell’anno e mezzo da segretario Pedro Sanchez ha provato a rinnovare il profilo del partito più antico della politica spagnola, posizionandolo più a sinistra sui temi europei, auspicando una svolta federalista per contenere le spinte secessioniste rafforzatesi in questi mesi in Catalogna, e ribadendo la centralità del dialogo sociale coi sindacati per promuovere una crescita più giusta socialmente. In merito alla più discussa e rilevante riforma del governo Rajoy, quella del mercato del lavoro, il PSOE propone un superamento basato su una nuova contrattazione collettiva capace di garantire più spazi ai sindacati, mantenendo una marcata flessibilità per le imprese. Un tratto distintivo del programma socialista è il divieto di lezioni di religione in tutte le scuole, pubbliche come private, nel normale orario scolastico, così come l’aumento dell’istruzione obbligatoria fino a 18 anni. Il PSOE ha rimarcato come le sue proposte abbiano un carattere tanto radicale quanto di governo.

Spagna elezioni 2015
Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images

PODEMOS

– La radicalità promessa dal PSOE agli elettori è un chiaro segnale della preoccupazione socialista per Podemos, la nuova formazione politica esplosa nel 2014, e che per alcuni mesi è stata indicata come il partito più apprezzato dagli spagnoli. Podemos arriva però un po’ in difficoltà alle elezioni nazionali di fine 2015. Il partito di Pablo Iglesias, ancora oggi uno dei leader più apprezzati e popolari della politica iberica, è infatti stimato da praticamente tutti i sondaggi al quarto posto. Podemos sembra aver pagato diversi fattori che hanno prima frenato la sua ascesa, e poi portato a un rilevante calo dei consensi demoscopici. L’economia iberica si è ripresa a una velocità superiore alle aspettative, e benchè la situazione sociale sia ancora particolarmente complicata, il calo della disoccupazione ha mitigato il desiderio di radicale cambiamento degli spagnoli. L’arrivo di SYRIZA al potere non appare aver favorito Podemos, partito alleato nel raggruppamento della sinistra europea. Lo scontro frontale con l’UE così come la chiusura generalizzate delle banche per diverse settimane hanno reso meno accattivante la svolta promessa da Pablo Iglesias, che ha faticato nel non caratterizzare eccessivamente il suo partito come una formazione collocata nella sinistra radicale. Una scelta rilanciata poche settimane fa con l’indicazione, molto inusuale per la politica iberica, del futuro ministro della Difesa di un eventuale governo Podemos, l’ex capo di stato maggiore dell’esercito spagnolo José Julio Rodríguez. Nessun membro delle forze armate iberiche ha mai guidato il ministero della Difesa dopo il ritorno alla democrazia. Alle elezioni amministrative così come per le Comunità autonome della scorsa primavera Podemos ha adottato una strategia di apertura ai movimenti, che ha pagato in alcune grandi città come Madrid e Barcellona, ma che si è rivelata meno efficace per quanto riguarda la Spagna rurale a tendenza moderata. In questi mesi Podemos si è riposizionata in senso centrista, dando molto più peso di prima a riforme istituzionali come una correzione maggioritaria del sistema elettorale, anche per fronteggiare l’ascesa di Ciudadanos. Il momento più simbolico di questa sfida tra le due nuove formazioni è stato il confronto in TV, condotto in un pub di Barcellona, tra Pablo Iglesias e Alberto Rivera, il leader di C’s. Se fino a qualche mese fa Podemos sembrava una versione spagnola di SYRIZA, ora invece il partito di Iglesias appare più una versione rinnovata del PSOE, più distante dal radicalismo del M-15, il movimento degli Indignados da cui ha tratto spinta e consenso iniziali. Il dibattito tra Iglesias e Rivera ha attratto circa sei milioni di spettatori, il 25% di share, uno dei tanti segnali che denotano la grande attenzione verso queste due formazioni inesistenti o completamente marginali due anni fa.

Spagna elezioni 2015
GERARD JULIEN/AFP/Getty Images

CIUDADANOS

– Il ruolo di nuova forza della politica spagnola mantenuto dal 2014 fino a metà 2015 da Podemos è stato conquistato da Ciudadanos, partito in realtà esistente da più di 10 anni. Il leader di C’s, Alberto Rivera, è diventato il leader più apprezzato dagli iberici: onnipresente in TV, in radio così come sui giornali, grazie anche alle evidenti simpatie di gruppi editoriali intimoriti dal radicalismo di Iglesias e soci. Come Podemos, anche Ciudadanos mette al primo posto della sua agenda la battaglia alla Casta dei politici. Già dal nome, i Cittadini in italiano, c’è un’evidente contrapposizione con i partiti tradizionali. Ciudadanos è nato in Catalogna proponendosi come alternativa nazionalista al bipolarismo tra socialisti del PSOE e i moderati di Convergencia y Union, la formazione centrista che sta guidando la lotta per l’indipendenza della più ricca Comunità autonoma spagnola. In Catalogna Ciudadanos si è profilato come formazione più pragmatica e meno conservatrice rispetto al PP, pur non ottenendo consensi davvero significativi per diversi anni. Il leader di C’s, Albert Rivera, si è caratterizzato sin dagli esordi come un politico particolarmente capace nell’uso dei media, tanto da distinguersi in una campagna elettorale per i suoi manifesti in cui appariva completamente nudo. Il crollo di fiducia nei confronti del governo Rajoy, la mancata ripresa del PSOE come alternativa di governo e l’esplosione di una forza radicale come Podemos hanno creato un vasto spazio al centro occupato con grande abilità dal presidente di Ciudadanos. L’abilità televisiva di Albert Rivera e l’esplosione della sua popolarità, favorita dal messaggio anti Casta che lo caratterizza, hanno permesso a questa formazione di passare dal 3% raccolto alle elezioni europee del 2014 a valori stabilmente sopra il 20% come rilevato dai sondaggi delle ultime settimane. Ciudadanos si definisce progressista, aderendo al socialismo democratico incardinato nella Costituzione spagnola, anche se le sue posizioni sono più assimilabili al centrodestra, in coerenza con il passato di Albert Rivera, dirigente giovanile nel PP catalano. In Europa il suo gruppo parlamentare è affiliato all’Alde, il raggruppamento liberale che raccoglie formazioni centriste di diverso orientamento. C’s rivendica, come Podemos, l’impossibilità di incasellare il suo programma politico sull’asse destra/sinistra, proponendo però proposte sostanzialmente centriste sui temi economici e sociali. In merito alla rifoma del mercato del lavoro Ciudadons mira a introdurre un contratto unico che superi gli eccessi di precarietà di molte tipologie adottate dalla liberalizzazione del governo Rajoy. Su aborto e matrimoni gay C’s si differenzia dal conservatorismo popolare, allontanandosi al contempo dal laicismo progressista di PSOE e Podemos. Albert Rivera propone un populismo pragmatico e particolarmente vicino all’establishment economico, però sensibile alla sofferenza sociale di milioni di persone, in particolare giovani, colpiti da anni di tagli al Welfare e alta disoccupazione. Una delle poche posizioni nette e senza contraddizioni di Ciudadanos è la sua ferma contrarietà al secessionismo catalano, idea contro cui è stata fondata la stessa formazione di Rivera. spagna elezioni 2015

CATALOGNA INDIPENDENTE

– Ciudadanos ha ottenuto ottimi risultati alle elezioni regionali e comunali del 2015, imponendosi come terza forza del sistema iberico a livello locale, superando Podemos grazie anche alla rinuncia del partito di Iglesias a correre in molte competizioni. Il risultato più brillante del superanno elettorale spagnolo è stato ottenuto da C’s nelle recenti elezioni in Catalogna, dove la formazione di Rivera ha conquistato il 18%, doppiando il PP e superando nettamente il PSOE. La consultazione nella Comunità autonoma più ricca della Spagna ha rafforzato l’ascesa nazionale di Ciudadanos, ma evidenziato una delle più forti spinte disgregative della Spagna nella storia recente. il 40% degli elettori ha votato per Junts pel Sì, la lista unitaria di centrodestra, centro e sinistra guidata dal presidente catalano Artur Mas, che aveva come principale punto programmatico l’indipendenza da Madrid. Dopo l’autonomismo spinto concesso dal governo Zapatero alla Catalogna, in passato roccaforte socialista alle elezioni nazionali, il nazionalismo del governo Rajoy e i tagli agli enti locali favoriti dalla crisi del debito sovrano hanno riacceso lo scontro tra Madrid e Barcellona. Uno dei momenti più simbolici dell’esplosione del sentimento secessionista in Catalogna è stata l’imponente manifestazione svoltasi l’11 settembre del 2012, il giorno della festa nazionale della Comunità autonoma. Più di tre anni fa circa un milione di persone si eranoo riversate per le strade di Barcellona sotto lo slogan di “Catalunya, nou estat d’Europa”, Catalogna nuovo Stato d’Europa. La secessione della più importante regione iberica, che produce un quinto del Pil e conta un sesto della popolazione complessiva della Spagna, è diventato un tema molto rilevante nelle prossime elezioni per le Cortes Generales. Il governo di Mariano Rajoy ha chiesto ai principali partiti nazionali un patto di collaborazione per mantenere l’integrità del Paese, una proposta lanciata nei mesi precedenti da Ciudadanos. Le formazioni di sinistra, Podemos e la Izquierda Unida, si sono sottratte, mentre Albert Rivera è stato il più convinto sostenitore del patto proposto dal leader del PP. Il governo di Rajoy ha più volte bloccato le iniziative di Artur Mas, a partire dal referendum sull’indipendenza dell’anno scorso il cui esito è stato preventivamente annullato dal Tribunale costituzionale della Spagna. La ferma volontà delle istituzioni iberiche di fermare ogni concessione al secessionismo catalano, e la pressochè impossibile apertura dell’Unione Europea al nuovo Stato, rendono al momento piuttosto improbabile il tentativo di Barcellona di staccarsi da Madrid. Lo scontro tra il centro e la periferia più ricca della Spagna sembra favorire politicamente il centrodestra, PP come PP, formazioni preferite dall’elettorato nazionalista, mentre l’indipendentismo appare colpire il PSOE, che aveva nella progressista Catalogna una delle sue principali roccaforti.