Sciiti e sunniti, cosa li unisce e cosa li divide

di Redazione | 16/11/2015

L’ostilità tra sciiti e sunniti è plurisecolare e affonda le sue radici nelle contese sorte dopo la morte di Mametto in merito alla successione a capo dei credenti, che da allora non hanno mai più riconosciuto un’unica guida.

La diffusione demografica di sciiti e sunniti
La diffusione demografica di sciiti e sunniti

 

 LA DIVISIONE TRA SCIITI E SUNNITI NASCE ALLA MORTE DI MAOMETTO –

Alla morte del Profeta, secondo quelli che diverranno poi gli sciiti, la guida dell’Islam doveva essere riservata ai discendenti di Maometto, alla figlia Fatima e a suo marito Alì, cugino dello stesso Maometto, quindi ai loro discendenti. I sunniti invece erano dell’idea che dovesse essere eletto da e tra l’aristocrazia locale assumendo il ruolo di califfo.

Il quarto califfo divenne proprio Alì, pur se sospettato di complicità nell’uccisione del terzo. Deciso a consolidare il suo potere personale si scontrò con la moglie del Profeta e suocera, Aisha, e la sconfisse insieme al movimento che l’appoggiava. Ma poi Alì accettò la soluzione pacifica della disputa con il governatore della Siria, Muawiya, che sosteneva Aisha, nonostante fosse ormai sconfitto militarmente, permettendone la sopravvivenza.

I sostenitori di Alì divennero così gli sciiti e quelli di Muawiya e Aisha i sunniti. A peggiorare le cose nel 680 Hussein, figlio di Alì, morirà per mano del califfo Yazid della dinastia degli Omayyadi, ucciso nella città ora irachena di Kerbala. Un sacrilegio che ha gridato e preteso vendetta a lungo. La città diventerà santa per gli sciiti, la città santa per eccellenza, quella che invece per i sunniti  è la Mecca, alla quale comunque anche i pellegrini sciiti si recano per il pellegrinaggio obbligatorio dell’Hajj. Gli sciiti festeggiano invece una versione allungata dell’Ashura, festa istituita da Maometto alla quale aggiungono la commemorazione di Hussein, figlio di Alì, e dei suoi 72 seguaci, per la morte dei quali gli sciiti osservano un lutto di 40 giorni dopo la fatidica data, che per loro rappresenta una quindi disgrazia, la perdita della guida dell’Islam da parte dei discendenti del Profeta. Motivo per il quale abbondano in penitenze e autoflagellazioni

I SUNNITI SONO DI PIÙ –

I sunniti sono i più numerosi, gli sciiti sono considerati una percentuale variabile tra il 10 e il 15% del totale dei musulmani ed è quindi naturale che risultino maggioranza in pochi paesi, per lo più concentrati in una mezzaluna che abbraccia l’area del Golfo Persico estendendosi fino al Caucaso e al Mediterraneo. Nel resto del mondo invece la maggioranza dei musulmani è nettamente sunnita, anche se non è possibile considerare il sunnismo monolitico. A differenza degli sciiti che conservano un clero con una gerarchia quasi verticale che ha il suo vertice teologico nell’Ayatollah iracheno al Sistani, i sunniti hanno un’organizzazione clericale meno strutturata e si affidano piuttosto al supporto teologico di scuole, famosa quella del Cairo, o dei predicatori di maggior successo.

LA VARIANTE WAHABITA –

A complicare le cose ci si è messo l’emergere del wahabismo all’interno della corrente salafita che predica la purezza dell’Islam degli albori. Fondato da Muhammad ibn Abd al-Wahhab nel ’700, il wahabismo è dilagato nella penisola araba combinando la sua predicazione con le aspirazioni politiche dei Saud. Un accordo che è stato formalizzato in un vero e proprio patto tra Wahhab e Muhammad bin Saud, fondatore della dinastia. In virtù di questo patto ancora oggi i familiari discendenti di Wahhab dominano il clero saudita e occupano le più alte cariche inmome della promessa di lealtà scambiata tra i due antenati nel 1744. Un accordo che assegnava ai Saud il trono e il potere politico e militare e ai Wahhab la guida e la definizione della dottrina. I tre pilastri della predicazione di Wahhab, «un re, un’autorità, una moschea» sono un’estrema semplificazione totalitaria che dovrebbe garantire il rispetto dell’ortodossia e il perdurare dei Saud al potere. Tipica della predicazione di Wahab è l’ostilità alle «deviazioni» dottrinarie quali il culto dei santi, delle tombe e dei santuari, considerate innovazioni impure e idolatria, che vanno risolte cancellandone ogni traccia. Centrale nel wahabismo è il concetto di takfir, colui che rifiuta l’autorità assoluta (il sovrano saudita) o che pratica il culto in maniera sbagliata ed eretica, definendo una persona tafkir i wahabiti possono disconoscerne la fede musulmana e trattarla anzi come nemica di Dio. Per Wahhab tutti i musulmani devono giurare lealtà a un solo capo (il Califfo, nel caso che ci sia) e quelli che non lo fanno dovrebbero essere uccisi, le loro mogli e figlie violentate e i loro averi confiscati. Anche per questo le minoranze sciite nei paesi della Penisola Arabica, ma anche la maggioranza sciita in Bahrein, non se la passano per niente bene. In compenso gli sciiti oltre a considerare i sunniti nemici e traditori, si sentono molto più moderni e civili dei sunniti che vivono sotto il giogo delle medievali monarchie del Golfo e della loro versione altrettanto medievale versione della Sharia .

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LA DIFFICILE CONVIVENZA TRA SCIITI E SUNNITI –

Più che il sunnismo è quindi la sua variante wahabita a segnare la distanza con gli sciiti, che altrimenti con gli altri sunniti riescono a convivere senza problemi, come dimostra la presenza di moschee e monumenti teoricamente sgraditi ai sunniti che sono sopravvissuti per secoli. Sopravvivenza messa a rischio dall’apparire di qaedisti e uomini del califfo, che fanno un punto d’onore del distruggere le vestigia e il ricordo di pagani e apostati. Da Wahab più che dal Corano e da Maometto discende quindi l’ostilità e la violenza contro gli sciiti e contro gli stessi sunniti meno estremisti, che per secoli hanno avuto pochi problemi a convivere con gli sciiti e la loro concezione di poco diversa dell’Islam.