Marò, i proiettili estratti dalla vittima non coinciderebbero con quelli dei fucilieri italiani

di Redazione | 11/09/2015

C’è qualcosa che non torna nelle carte depositate al Tribunale internazionale per il diritto del mare. Ne parla il Quotidiano Nazionale che definisce gli affidavit dei sopravvissuti “identici come due gocce d’acqua”.

LE DEPOSIZIONI –

Si parla dell’allegato numero 46 del fascicolo depositato dall’India ad Amburgo che contiene le testimonianze del comandante del peschereccio Freddy Bosco e del marinaio Kinserian. I due dichiarano «onestamente e con la massima integrità» che il 15 febbraio 2012 alle 16.30 la loro barca «Finì sotto il fuoco non provocato improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi». Potrebbe trattarsi di una semplice coincidenza, ma entrambi sbagliano il nome della petroliera Enrica Lexie, ed entrambi aggiungono che i «Tiri malvagi» hanno causato «La tragica morte dei cari amici e colleghi Valentine, alias Jelastin e Ajesh Binke». La sparatoria viene descritta con le stesse identiche parole: «Indicibile miseria e una agonia della mente, una perdita di introiti». «La nostra ordalia – concludono – non è ancora finita». Ordalia. Cinque giorni dopo, il 4 Agosto, viene sentito il terzo pescatore Michael Adimai, che parla di spari «senza preavviso e provocazione» definendola «Un’incommensurabile agonia mentale e un fardello finanziario che continua tuttora».

I PROIETTILI NON COINCIDONO –

Ma non è tutto, perché nella seconda pagina della deposizione vengono descritte le munizioni estratte dal cervello di Jelastine. Non un calibro 5 e 65, come quello in dotazione ai marò, ma un proiettile molto più grande. L’anatomo patologo K.S.Sasikala parla di un’ogiva di 31 millimetri con circonferenza di 20 millimetri alla base e di 24 nella parte più larga. I proiettili che Girone e Latorre avevano in dotazione misura appena 23 millimetri di lunghezza, con i kalashnikov si arriva ad un massimo di 26.4.

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